Laura TUSSI: La fenomenologia dell’assenza di intenzionalità. I ragazzi a rischio e le manifestazioni del disagio.

Una premessa necessaria per analizzare e comprendere quelle storie che presentano esiti diversi e sovente dolorosi per chi li vive, consiste nel ricostruire la storia attraverso cui un individuo giunge alla costruzione di sé come soggetto. I dispositivi tramite cui l’individuo conferisce senso e significato alla realtà è la variabile imprevedibile dal cui gioco dipendono esiti diversi nei processi di sviluppo. Interpretare il fenomeno dei ragazzi a disagio significa focalizzare il processo di reciproca interdefinizione tra mondo e soggetto, per cogliere quei nodi, quei cortocircuiti della relazione pedagogica che hanno condotto il soggetto ad un livello problematico di esistenza.

L’attività intenzionale della coscienza come significante della realtà

L’evoluzione cognitiva ed affettiva del soggetto e il suo sviluppo globale sono collegati alla tipologia di rapporto che il ragazzo instaura con il mondo e all’attività intenzionale della coscienza, protagonista della relazione educativa. L’assenza di intenzionalità, ossia l’incapacità del soggetto a rischio di riconoscere l’intima struttura relazionale della realtà, indica una presenza eccessiva ed esclusiva dell’oggetto nella visione del mondo del soggetto e una intrinseca incapacità dell’individuo a situarvisi come donatore di senso e origine di ogni investimento di significato. L’assenza d’intenzionalità, ossia l’incapacità di cogliere l’intima relazionalità della realtà, rappresenta una specie di battuta d’arresto della genesi attiva del sé in cui egli rimane costretto entro i limiti di una visione del mondo dominata dal senso della nullità del sé di fronte alla realtà che appare dotata di una forza autonoma e soverchiante. L’esistenza quotidiana di quei ragazzi che non riescono a considerarsi attivamente implicati nella costruzione della propria esistenza è imperniata dalla percezione dilagante del non-senso della vita e della propria persona. Il ragazzo tende a considerarsi se stesso come scollegato dal resto del mondo, non riuscendo a cogliere il suo contributo soggettivo nella determinazione della realtà in quanto si percepisce incapace di non potervi intervenire in maniera significativa. Per i ragazzi a disagio risulta dominante la dimensione del qui ed ora, ossia l’eventualità bruta nella quale essi non riescono a intravedere nessuna apertura verso un futuro che sia in qualche modo connesso ad un fine, ad uno scopo, ad un progetto soggettivamente elaborato. Questa assenza nel ragazzo di motivi finalizzati ad uno scopo genera un atteggiamento di dispersione nell’immediato. Il ragazzo rifiuta di essere veramente se stesso, lasciandosi passivamente trascinare dalla fattualità, soffrendo e urlando al mondo il proprio dolore, nel soccombere sotto la pressione di una incommensurabile realtà.

Le reazioni all’assenza di senso e significato

Le reazioni a tali dinamiche consistono in comportamenti di vario tipo. Per esempio la ricerca esclusiva della soddisfazione immediata, per fruire di un appagamento attuale il più globale e intenso possibile. Il sé viene percepito come luogo di assorbimento passivo di quanto quel mondo propone. La soddisfazione non sarà mai frutto di un agire consapevole e ponderato, di una trasformazione del mondo a propri fini, ma di una totale adeguazione di sé al mondo. Altri comportamenti riconducibili all’assenza di intenzionalità è definibile come “fuga da sé”. Quando un ragazzo non riesce a sentirsi attore rispetto al mondo e alla sua esistenza, quando il senso del limite non inserendosi in una visione del mondo più globale, assume un peso sproporzionato nella propria visione della realtà, esso rischia di provocare una totale e devastante svalutazione di sé.

Il valore dell’azione pedagogica

Scopo del rapporto educativo è portare il ragazzo a riformulare lo stile della sua percezione di sé e del mondo depurandola dagli eccessi che la rendono disfunzionale, mentre il suo co

Rosy PATICCHIO: Un bene da salvare in Terra d’Otranto.

La politica di tutela e valorizzazione del patrimonio storico-archeologico del Salento lascia tuttora a desiderare, nonostante le belle parole che suonano ormai come un patetico ritornello propagandistico, soprattutto alle orecchie dei tanti insigniti di una laurea in conservazione dei beni culturali che altro non possono fare che portare a spasso la propria pergamena.

L’articolo completo lo trovi in www.mecenate.info, alla pagina:
Rosy PATICCHIO: Un bene da salvare in Terra d’Otranto

Autore: Rosy Paticchio

Laura TUSSI: La dialogicità autobiografica – L’eloquio interiore come interpretazione della storia di vita personale.

Ogni individuo è in grado di avere una relazione con la propria mente grazie alla dialogicità e all’eloquio autobiografico che promuovono un pensiero particolare in grado di fondare e impostare nella coscienza una modalità esterna di verifica e osservazione sulla personale storia di vita, giungendo ad un livello di consapevolezza di sé, improbabile sotto altri aspetti. Il percorso autobiografico risulta educativo attraverso la consapevolezza di aspetti che con il tramite della narrazione autobiografica, l’allievo riesce ad integrare nella propria immagine, riconoscendoli come elementi imprescindibili della propria personalità.

Il valore dialogico e creativo del racconto autobiografico

Ogni individuo con il proprio bagaglio di esperienze più o meno mature, più o meno numerose o qualificabili, attraverso la propria esistenza, costituisce e restituisce all’educatore un autentico “capitale di conoscenze concrete che dormono” (Pineau, Le Grand, 1993) che devono essere valorizzate in modalità e strategie educative, creative e ricreative, per non rischiare di non essere adeguatamente valorizzate ed indirizzate a fini nobili, ossia creativi e costruttivi. Con la presa di coscienza di una propria gamma di esperienze che costituisce un bagaglio conoscitivo esplicabile attraverso l’avvio del riconoscimento del proprio potenziale autoformativo, ripercorrendo il patrimonio dei propri vissuti, l’allievo narratore scoprirà di essersi autoformato, educato da sé, rafforzandosi da solo nelle conoscenze autoformative. La narrazione autobiografica diviene occasione di investimento sulla propria persona e di autodeterminazione rendendo evidente la responsabilizzazione personale rispetto al percorso educativo e formativo, di crescita e di cambiamento evolutivo. L’ampliamento dei confini del proprio sapere può essere stimabile ripensando e raccontando il personale percorso di crescita o il proprio mancato progresso, constatazione che porta ad un continuo investimento di energie nel progetto formativo che prevede il soggetto protagonista della propria formazione, della crescita personale.

La metafora del cambiamento attraverso la narrazione di sé

L’educazione e il cambiamento sono due processi strettamente correlati. L’azione educativa si basa tradizionalmente su immagini che riguardano il plasmare, il modellare, il formare, vale a dire metafore metabletiche indicanti il fatto che non sussiste educazione senza cambiamento. La narrazione della personale esistenza rappresenta un motivo di sicurezza, in quanto individua nel cambiamento un elemento presente nel corso della propria storia di formazione. La valenza trasformativa delle esperienze e dei continua apicali può essere ricostruita attraverso la riflessione autobiografica capace di rivelare i cambiamenti, i mutamenti più viscerali. I cambiamenti possono essere ricostruiti e valutati solo soggettivamente in quanto intimamente vissuti e spesso non riconosciuti dagli altri. Il ruolo dell’educatore consta nel sostenere il narratore e rendere la dimensione educativa e trasformativa del suo percorso esistenziale. In ogni storia di vita si rivela con evidenza la dinamica dei processi di crescita e si evidenziano gli elementi trasformativi di piccoli mutamenti di momenti metabletici definiti marker events, ossia eventi marcatori e apicali che indicano e segnano le trasposizioni, le translazioni e i passaggi a differenti percezioni di sé e dei propri differenti ruoli. In occasioni di trasformazione e cambiamenti vitali, apicali ed eclatanti, la narrazione autoriferita rappresenta un collante importante tra i vari ruoli vissuti, infatti si rende necessaria una ridefinizione della propria immagine, prevenendo la sensazione della dispersione proprio tramite la continuità del racconto. Risulta benefico narrare e raccontare la propria esistenza, nelle situazioni in cui il contatto con se stessi appare sfaldato, promuovendo una notevole cosciente valutazio

Antonio MEROLA: Archeologia recuperata – Il traffico transnazionale dei beni archeologici e le attività di contrasto del Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale.

Tesi di Diploma Universitario del candidato Antonio Merola; relatrice Prof.ssa Adele Franceschetti., Anno Accademico 2003-2004, presso l’UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI NAPOLI FEDERICO II – Facoltà di lettere e Filosofia, Diploma universitario in operatore dei beni culturali indirizzo beni archeologici – Consorzio Nettuno.

L’articolo completo lo trovi in www.mecenate.info, alla pagina:

Antonio MEROLA: Archeologia recuperata

La tesi completa la puoi scaricare su:

http://www.archeologiarecepta.135.it

e su
http://www.tesionline.it

Autore: Antonio Merola

Ricerche, Studi, Tesi e Saggi