Gianpaolo SABBATINI: Dov’era l’anfiteatro di Torino? Un’ipotesi.

da “Europa Reale” n. 3 – Anno 2, n. 1 – gennaio 2001

La scoperta relativamente recente (XIX secolo), nei pressi del duomo, dei resti del teatro romano di Torino non ha stimolato adeguatamente più approfondite ricerche per individuare anche l’esatto sito in cui si trovava l’anfiteatro, anch’esso certamente presente, come nelle altre città romane di una certa importanza in Piemonte.

Nel secondo secolo, in cui la città di Torino ebbe una grande fioritura, l’anfiteatro era certamente già presente ed in esso si svolgevano ordinariamente i giochi pubblici, tra i quali i “gladiatorii”. Gli ultimi di questi spettacoli ebbero luogo probabilmente sul finire del quarto secolo ed agli inizi del quinto, allorchè il vescovo di Torino San Massimo ne vietò la prosecuzione, in armonia con quanto disposto da Paolo Onorio, nel 403 o 404.

Da allora, o poco dopo, ha inizio l’oblio per il grande e caratteristico edificio, trasformato, come molti altri, in una cava di materiale da costruzione.

Il mancato stimolo, in epoca a noi più vicina – ed anche nell’attuale – a ricercarne l’ubicazione ed i resti è in realtà motivato da una duplice convinzione – che si ha modo di ritenere erronea – per la quale il sito dell’anfiteatro sarebbe a grandi linee conosciuto, ma l’edificio risulterebbe interamente demolito. L’ubicazione, secondo tale ipotesi, è in prossimità della antica porta detta “Marmorea”, che si apriva sull’asse dell’attuale via Santa Teresa, nel punto ove, in linea pressocchè retta, giungeva la via proveniente da Porta Palatina. L’anfiteatro, stando alle antiche stampe, si troverebbe presso piazza San Carlo. Poiché di esso, nel luogo così indicato, non si è mai trovato nulla, è necessario chiedersi su cosa si basasse la suddetta convinzione, analizzandone le fonti. La “Storia di Torino antica” del Rondolino (Torino, 1930) è una preziosa raccolta di dati, notizie e disegni. Da essa si apprende che il Maccaneo, nel 1508, segnalava le bellissime forme dell’anfiteatro di Torino, mentre il Panciroli, docente in legge a Torino tra il 1570 e il 1582, scriveva: “Fuor di Torino, nella strada verso Pinarolo, si vedono i vestigii di un Anfiteatro, se bene non di quella perfettione dell’anfiteatro di Verona”. Anche Filiberto Pingone, nel 1577, colloca l’anfiteatro presso la porta Marmorea (probabilmente così chiamata poiché ornata di marmi e ceramiche, apposti – quasi una forma di pubblicità – dai numerosi artigiani operanti nel quartiere cui la porta dava immediatamente accesso, zona detta, fin dal medioevo, “Faubourg des marbres”). Il Rondolino afferma: “Vuolsi credere che dell’area circolare dell’anfiteatro rimanesse allora solamente lo stagno circondato da monticelli e dal Pingone ricordato, poiché il sobborgo circostante fu atterrato dai Francesi nel 1536 …; è perciò fantastica la ricostruzione che ne venne fatta in un disegno a penna della fine del secolo XVI, che lo pose all’angolo sud-ovest delle mura ed a ponente della Cittadella”.

I monticelli (“monterucchi”), fuori della Porta Marmorea, presso la strada di San Salvario, sono segnalati in un documento torinese del 1149 ed in alcuni “Ordinati Comunali” dei secoli XVI e XV. Più tardi, nel 1819, Modesto Paroletti allega alla sua opera “Turin et ses curiositès”, la pianta della città (disegnata dall’arch. Bagetti) come pensava fosse in tarda epoca romana e nel medioevo e disegna un anfiteatro perfettamente circolare situato nella zona tra le attuali piazza San Carlo e Via XX Settembre. Poiché all’epoca del Paroletti era scomparsa qualsiasi traccia di edificio romano in quella zona – urbanizzata ed inclusa nella nuova cinta muraria fin dalla prima metà del XVII secolo – si deve pensare che l’autore non abbia fatto altro che attenersi alle osservazioni del Maccaneo e del Panciroli, senza nulla aggiungere. Da notare, oltretutto, che se l’anfiteatro era ridotto, nel 1149, a semplici monticelli contornanti un laghetto, come poteva, molti decenni dopo, apparire quasi integro …

TOMBAROLI.

Da quando l’uomo ha cominciato a seppellire i suoi cari in tombe fastose dotate di corredi ricchi ed abbondanti, hanno fatto comparsa sulla terra i tombaroli. Già ne abbiamo traccia durante l’antico regno degli Egizi (esattamente la IV dinastia), dove per proteggere la mummia del faraone dai predoni del deserto non solo venivano inserite trappole ed ostacoli invalicabili all’interno delle piramidi, ma venivano anche allestite vere e proprie truppe di monaci difensori all’interno del recinto sacro (e molte volte erano loro gli stessi predatori). Inoltre con il passare dei secoli saccheggiare le tombe dei grandi faraoni non solo diventò un mestiere ma anche un’arte: si arrivò persino a scrivere testi che aiutavano il “curioso” a orientarsi nelle grandi tombe ed a scegliere gli oggetti più raffinati (il cosiddetto “libro delle perle nascoste”). Anche a Roma abbiamo esempi tangibili della presenza di tombaroli “pionieri” , infatti non sono rari agli archeologi ritrovamenti di tombe etrusche saccheggiate in epoche precedenti: i romani in questo erano maestri, e le impronte del loro passaggio sono tutt’oggi chiare e riconoscibili, in quanto si accontentavano solo degli oggetti in metallo, unguentari, e vasi corinzi, buttando a terra tutta la ceramica comune ed il bucchero.

Nell’anno 44 a. C., Giulio Cesare dedusse una colonia nel posto dove sorgeva Corinto (già distrutta dai Romani nel 146); i primi coloni cominciarono a costruire case ed officine nei propri appezzamenti di terreno e cominciarono così a rinvenire tombe contenenti centinaia di vasi corinzi e bronzi eccellenti molto graditi nei palazzi imperiali (aes corinthium): il fenomeno fu talmente apprezzato che a Roma vennero persino aperte botteghe e negozi che vendevano (a caro prezzo) oggetti provenienti dalle tombe di Corinto, i cosiddetti “necrocorinzi”. Il saccheggio delle tombe etrusche continuò per parecchi anni fino a quando ebbe il suo massimo apice commerciale alla fine della seconda guerra mondiale, quando la povertà spinse migliaia di contadini del centro e sud Italia a vendere reperti impareggiabili ad ingenti collezionisti americani e svizzeri per un tozzo di pane. Oggi tra i moderni agricoltori con problemi finanziari il confine tra lecito ed illecito è molto sottile, e’ molto facile imbattersi in tombe e camere funerarie durante l’aratura, così per curiosità o per casualità ci si ritrova con reperti preziosi tra le mani.

Il lavoro del tombarolo si articola solitamente in più fasi così suddivise:
– Ricognizione
Per procedere al rinvenimento di una tomba, il tombarolo deve prima scoprire una necropoli possibilmente intatta, cosa molto difficile in quanto le necropoli dei popoli italici sono visibili anche ad occhi inesperti grazie alla presenza del “tumulo funerario”, una massa di terra quasi sempre circondata da pietre, caratterizzata da un diametro notevole ed alta a volte più di due metri, posizionata sopra la sepoltura. La prima delle mosse di ricognizione è quella di localizzare un appezzamento di terreno idoneo a contenere una necropoli: un terreno costellato di tumuli di terra grandi e piccoli, o pietre posizionate sulla terra verticalmente, è il luogo adatto. Anche la presenza di pareti rocciose o rovine è un buon segnale in quanto esistono le cosiddette necropoli rupestri, molte volte scavate nel tufo. Un abile tombarolo per localizzare una sepoltura si basa sul colore della terra e dell’erba che denota macchie di colore diverso simili ad “isole” circolari sopra una cavità, o sulla crescita smisurata di alcune specie di piante isolate (dovuta alla consistente umidità del sottosuolo): l’erba medica coltivata nei campi e’ un ottimo segnale in quanto forma veri e propri negativi della tomba sepolta.

L’attrezzo saggiatore del tombarolo medio rimane sempre il cosiddetto spillone: una stecca di ferro appuntita lunga circa un metro e mezzo che serve a sondare il terreno. Come lo spillone trova il coperchio di una tomba, con un abile

CARLO DENINA STORICO DEL PIEMONTE. POLITICA, STORIOGRAFIA E CULTURA DAI MATERIALI DELLA GESCHICHTE PIEDMONTS SINO ALLA ISTORIA DELL’ITALIA OCCIDENTALE

Introduzione della tesi di Laurea di Storia Moderna, relatore professor Giuseppe Ricuperati, anno accademico 1999-2000

La figura di Carlo Denina sfugge a sistematizzazioni frettolose, desiderose unicamente di collocare il percorso intellettuale di un uomo in comode classificazioni, che si vorrebbero valide al di là della complessità degli itinerari biografici. La vasta e differenziata produzione del letterato piemontese che spazia tra teologia, storia, storia della letteratura, politica, linguistica, poetica, animate e sostenute da una costante vocazione didattica e pedagogica, pongono lo studioso contemporaneo di fronte alla molteplicità degli interessi del letterato a riconferma di come durante tutto il secolo XVIII la specializzazione del sapere era soltanto nella sua fase iniziale, rendendo problematico delineare un percorso intellettuale chiaro e limpido. L’oggetto della tesi consiste nello studio del rapporto tra Carlo Denina e lo stato sabaudo, analizzato così come esso si delineò nel periodo in cui divenne professore di eloquenza italiana e lingua greca (1770-1777), e così come si configurò nelle molteplici opere dedicate allo spazio subalpino: la Geschichte Piemonts, pubblicata a Berlino tra il 1800 e il 1804 e la Storia dell’Italia Occidentale, composta a Parigi alla fine del primo decennio del XIX secolo, che riutilizzava ampiamente il materiale documentario usato per il libro tedesco, a sua volta debitore di altri scritti composti quando Denina si trovava ancora a Torino.

Dopo una breve ricostruzione biografica che vorrebbe inquadrare l’autore nel tempo in cui visse, optando più che per una ricostruzione analitica per l’individuazione delle diverse componenti culturali che sollecitarono il giovane studioso piemontese allora borsista al Collegio delle Provincie, identificate nel giurisdizionalismo sabaudo, cultura muratoriana, e variegato mondo diplomatico presente a Torino a metà del Settecento entro il quale si assisteva ad una rapida circolazione delle idee illuministiche e non proveniente da oltralpe; il secondo capitolo si occupa del periodo universitario, tra gli 1770 e 1777, momento in cui Carlo Denina, già noto a livello europeo per la pubblicazione delle Rivoluzioni d’Italia, aspirò ad ascendere i vertici dell’intellettualità subalpina, ponendosi come mentore di riferimento, suggeritore e legittimatore della nuova impostazione politica voluta nella prima fase del suo regno da Vittorio Amedeo III, salito al trono nel 1773. Lo studio delle orazioni universitarie, di una forma di letteratura ampiamente cristallizzata in precisi topoi, permette di cogliere la presenza, costante nella produzione deniniana, di una tematica tesa alla rivendicazione ad una più organica presenza dei letterati nella gestione del potere, in un rapporto di stretta collaborazione che tuttavia non doveva significare subordinazione, ma tensione proficua capace di contribuire al rinnovamento della compagine statale. Il modello di riferimento, come Denina chiarì nella Bibliopea nel 1776, rimaneva un funzionario colto, con un’adeguata formazione letteraria, inserito organicamente nelle strutture politico amministrative, sul modello del ducato di Milano. Modello che egli stesso aveva perseguito personalmente tentando di trovare un impiego nella Segreteria per gli Affari Esteri, il cui mancato inserimento lo condurrà ad indossare la veste talare. Nei Panegirici il professore di eloquenza italiana e lingua greca si rivolgeva direttamente al monarca e ad una platea che comprendeva con chiarezza la svolta intrapresa rispetto al periodo di Carlo Emanuele III, auspicando alcune precise scelte politiche e giustificando quelle intraprese. Il capitolo termina con l’analisi del maggior scritto teorico dello storico di Revello, la Bibliopea, e con l’esame delle Lettere brandeburghesi, consegnate dall’autore alla società subalpina durante il suo viaggio ‘germanico’ alla volta di Berlino, chiamato da Federico II nel 1783.

Il legame c

LA FIGURA DEL BIBLIOTECARIO IN EPOCA AUGUSTEA E NELL’ATTUALITÁ

La nascita delle biblioteche a Roma
La nascita delle biblioteche a Roma sembra debba principalmente rifarsi alla conquista dell’Oriente, vale a dire della Grecia, Macedonia, Asia Minore e della costa africana intorno a Cartagine. Questo evento, seppur riassunto in poche parole, fu di importanza basilare per la storia di Roma, in quanto vide una serie di cambiamenti dapprima sul piano politico, poi, di conseguenza, su quello culturale. Sebbene questa relazione non miri allo studio degli aspetti diplomatici della conquista, credo sia fondamentale tracciare un piccolo quadro sulle diverse linee che caratterizzarono tale politica espansionistica: due sono i partiti antagonisti che andarono a scontrarsi sulla modalità di gestione dei terreni; l’uno, capeggiato dalla famiglia nobiliare degli Scipioni, propugnava la creazione di stati vassalli a capo dei quali sarebbero state poste aristocrazie filoromane; l’altro, che era possibile riconoscere nella politica di Catone, proponeva invece un controllo diretto. Sebbene ad averla vinta sia stato il partito catoniano, pur tuttavia gli Scipioni continuarono ad avere un rilevante peso in particolar modo per quanto concerne l’aspetto intellettuale.

Costoro diedero vita a un circolo culturale, per l’appunto il circolo degli Scipioni, costituito per la prima volta non solo dalle famiglie patrizie legate alla nobilitas senatoria, ma anche da elementi provenienti dalla aristocrazia provinciale e non meno da ceti affaristici e commerciali. Si trattava pertanto di un ambiente eterogeneo caratterizzato da tendenze diverse e maggiormente dinamiche. Ciò comportò un’acquisizione, per quanto non indiscriminata, della cultura greca e, insieme a quest’ultima, di tutto quanto la rappresentasse, quindi oggetti d’arte, personalità e non ultime, le biblioteche, il cui possesso venne sentito dai ricchi romani come un titolo di merito. Divenne così consuetudine per i generali vittoriosi trasportare a Roma intere biblioteche ricche di testi greci che poi venivano sistemate all’interno delle rispettive ville. Già da questi accenni è possibile immaginare il concetto di biblioteca che imperava a Roma: possiamo dire che si trattava di una nuova e aristocratica modalità per la conservazione del testo greco, dato che ancora non era emerso alcun interesse ad accrescere il fondo librario con la letteratura dei maiores: per tanto non si sbaglia affermando che il possesso di libri corrispondeva solo a una esigenza dettata dalla moda; in considerazione di ciò ritengo sia assai esplicativo, per quanto di molto posteriore al periodo che mi sto apprestando ad analizzare, un passo di uno dei dialoghi di Luciano, A un incolto che compra molti libri, in cui l’autore riporta una diatriba tenuta con un uomo che acquista libri solo per il gusto di possederli:


A dire il vero, ciò che ora fai è il contrario di ciò che vuoi: pensi di poter essere stimato anche tu una persona colta accaparrandoti sollecitamente i libri più belli; ma questo ottiene l’effetto contrario e diviene in qualche modo la prova della tua ignoranza. In particolare non compri nemmeno i più belli, ma credi a quelli che li lodano a caso…

Al riguardo ricordo una delle più importanti biblioteche private dell’epoca, quella che Lucio Licinio Lucullo portò dal Ponto a seguito della spedizione contro Mitridate. Ma già in questa fase, se vogliamo embrionale, è possibile fare delle osservazioni sull’uso e sulla gestione che si faceva dei libri, dal momento che lo stesso Lucullo aveva provveduto a far sì che i suoi libri fossero a disposizione di studiosi e amici (primo tra tutti Cicerone) romani e non, cosa per altro confermata da Plutarco, il quale, nella Vita di Lucullo, per l’appunto sostiene:

Ma quello che egli fece per l’allestimento di una biblioteca merita un fervido elogio. Raccolse infatti molti libri e ben scritti; l’uso poi che ne fece è ancora più onorevole del loro acquisto. I locali della biblioteca era

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