Mario Zaniboni. Il ponte della Maddalena o ponte del Diavolo, a Borgo a Mozzano (Lu).

In provincia di Lucca, nel territorio del piccolo comune di Borgo a Mozzano, situato nella Valle del Serchio nella Garfagnana, si trova il Ponte della Maddalena, così chiamato perché costruito presso un oratorio o una cappella che un tempo esisteva sulla sponda sinistra del fiume, dove nell’antichità era custodita un’icona della santa. Si trattava di un’opera architettonica di grande importanza, perché era legato alla Via Franchigena, percorsa da tantissimi pellegrini diretti a Lucca. Il Ponte, però, è noto soprattutto con il nome di Ponte del Diavolo, per le ragioni che si riporteranno in seguito.
Durante la sua lunghissima vita, il ponte, costruito per consentire il passaggio a piedi da una sponda del fiume all’altra, ebbe rifacimenti e cambiamenti sostanziali.
La prima versione della struttura fu dovuta a Matilde di Canossa, contessa di Mantova, duchessa di Spoleto e con tanti altri titoli nobiliari, per favorire gli abitanti della zona, collegando le due sponde del fiume Serchio, nel periodo cavallo fra l’XI e il XII secolo. Successivamente, Castruccio Cacciacani, signore della città di Lucca, lo fece ricostruire nella prima parte del secolo XIV e, secondo quanto qualcuno ha ipotizzato, in quell’occasione furono costruiti in muratura gli archi minori che, in precedenza, erano in legno.
Il ponte superò indenne le avversità del tempo per diversi secoli, finché, nel 1836, fu quasi completamente distrutto da una piena del fiume al di fuori della norma. Fu ricostruito nei primi anni del XX secolo, con la forma attuale, in cui si trova un arco in più, che è stato aggiunto sull’estremo occidentale; pertanto, la configurazione originaria è stata di parecchio modificata. La struttura, frutto di una tecnica ingegneristica di tutto rispetto, è asimmetrica, con andamento – come si dice – “a schiena d’asino”, e quattro archi, sempre più grandi andando dalla sponda sinistra verso il centro del fiume, e terminando sulla sponda destra con un arco aggiunto nei primi anni del XX secolo, sotto il quale passa la ferrovia Lucca-Aulla. Non si tratta di un grande ponte, ma è bello e interessante. E’ in pietra, costruito ad arco, con cinque campate, di cui la luce maggiore è di 37,80 metri e alta 18, ed è lungo 95 metri e largo 3,70.
La sua forma caratteristica, forse anche abbastanza rara, ha attirato sopra di sé non solo l’interesse di tecnici e costruttori, ma anche la fantasia della gente del posto, dalla quale sono nati tanti racconti e leggende, che hanno fatto nascere il nome inquietante di ponte del Diavolo, perché, per il popolo, una costruzione del genere era ritenuta impossibile da realizzare con i mezzi umani a disposizione.
Proprio per questi dubbi, molti paesani si sono chiesti come fosse possibile che un ponte che, a vederlo, sembra debole e indifeso, sia potuto passare pressoché indenne fra tutte le traversie che ha incontrato nel corso di lunghi secoli; e per loro la risposta era una sola: solamente il diavolo poteva aver messo lo zampino nella realizzazione dell’opera con un suo intervento diretto o indiretto.
E infatti, secondo una leggenda, il capomastro, forse un certo San Giuliano l’Ospitaliere che lo stava erigendo, era in difficoltà, perché la costruzione andava per le lunghe a causa delle violente piene del fiume, che si ripetevano abbastanza frequentemente, tanto da accrescere la preoccupazione per il ritardo nella consegna che ne conseguiva. E una sera, arrabbiatosi per questo fatto, cominciò a inveire e maledire, tanto da destare l’interesse di Satana, che gli si presentò e gli propose l’ultimazione dell’opera in una notte in cambio dell’anima di chi per primo l’avesse attraversato. Il muratore accettò e il ponte vide la luce come promesso, ma a quel punto, dovendo mantenere la promessa fatta a Satana, non sapendo cosa fare, egli si rivolse al prete e, durante la confessione, gli parlò del cruccio che lo tormentava. Questi, preoccupato per il rischio di perdere un’anima, ideò un’astuta scappatoia: chi per primo avesse attraversato il ponte sarebbe stato un cane. E così si fece. Alla vista dell’animale, un grosso pastore maremmano tutto bianco, che tranquillamente passava, il diavolo si infuriò per essere stato preso in giro da quella scaltra mossa e si tuffò nell’acqua del fiume, senza farsi mai più rivedere. La leggenda racconta che qualche volta alla sera, verso la fine del mese di ottobre, si vede il cane che passeggia e che, secondo alcuni, è il diavolo in cerca disperata dell’anima del capomastro. Altre dicerie portano a credere di vedere il corpo del cane pietrificato sul fondo del fiume.
Un’altra narrazione riporta che a passare fu un maiale oppure una capra, per cui il maligno, arrabbiato per essersi fatto così malamente prendere in giro, si buttò nel Serchio, dove praticò un foro per l’inferno, scatenando un quarantotto tale da lasciare grandi tracce nell’alveo del fiume e da mettere in agitata preoccupazione la gente del luogo.
Comunque, non è mancata nemmeno un’altra versione, connubio delle due precedenti.
Però, non si può non parlare di un’altra faccenda che potrebbe giustificare una volta di più il nome che è stato dato al ponte. Riguarda Lucida Mansi, nobildonna lucchese bella, ricca e potente, residente nella frazione Mosagrati di Pescaglia, che, pur essendo ancora tanto giovane, aveva il terrore della vecchiaia e, per impedire all’età di avanzare, usava tutti i mezzi a sua disposizione; quindi ricorreva ad arti chimiche e alla stregoneria, a viaggi in siti spirituali, alla ricerca di vecchi sapienti che potessero aiutarla e ad altro ancora, cioè a tutto quanto, secondo lei, poteva servire per bloccare il suo invecchiamento. Un mattino, si rese disperatamente conto che una “rughina” era comparsa sul suo viso e fu presa dalla disperazione, per cui iniziò a urlare e a piangere su quel “disastro”. La sera stessa, mentre passeggiava lungo le vie del Borgo a Mozzano, presso il ponte, che allora era detto Ponte della Maddalena, incontrò uno splendido ragazzo al quale confidò il suo cruccio. Questi le disse che, se le avesse ceduto l’anima, le avrebbe garantito trent’anni di giovinezza. La disperazione di Lucida era tale che sciaguratamente accettò il baratto. Allora lui la prese per mano e la condusse nel punto più elevato del ponte, dove si rivelò per quel che era, cioè il diavolo; quindi, afferrata la giovane, la gettò nel fiume.
Secondo altre fonti, i fatti si sono svolti diversamente: la nobildonna continuò a vivere, ma non poté sfruttare fino in fondo quanto le era stato promesso, perché nel 1649, quando aveva solo 43 anni, fu colpita dalla peste, che non le concesse scampo. Il suo corpo fu tumulato nel convento dei Cappuccini, dove riposa tuttora (la storia di Lucida Mansi, che fu un persona reale e non di fantasia, merita una nota tutta sua).
Furono storie che, ancora oggi, qualcuno racconta, e così sono trasmesse di generazione in generazione, riuscendo ad incuriosire e ad attrarre la visita di tanti turisti.
Tutti gli anni, a Borgo a Mozzano, si vive la festa di halloween, in cui il personaggio principale è proprio la nobildonna Lucida Mansi. Un corteo festante si snoda partendo dal centro paesano per recarsi al ponte del Diavolo dove un pupazzo, che rappresenta lei, è bruciato e gettato nelle acque del Serchio.
Però, a parte tutti i racconti e le leggende che hanno interessato, e che tuttora continuano interessare e a circolare, vale la pena, se ci si trova da quelle parti (com’è successo a me per lavoro), fermarsi un attimo ad ammirare quel manufatto che, a parte la configurazione del tutto particolare, è un esempio di quanto la storia e la fantasia possano trasmetterci ciò che proviene dal passato.

Autore: Mario Zaniboni – zamar.22blu@libero.it