Archivi categoria: Studi e Ricerche

Stefano PRUNERI, Daria CESANA, Il Castello di Montorfano (Co).

I resti del castello di Montorfano sorgono a settentrione dell’omonimo abitato, isolati sopra un ampio dosso boscoso la cui sommità raggiunge i 554,5 m di quota.
L’altura, orientata da ONO a ESE, presenta un versante settentrionale quasi inaccessibile e un versante meridionale piuttosto ripido; il sottofondo roccioso è formato da calcarei marnosi, utilizzati in passato per l’estrazione di pietre da costruzione e la produzione di calce.
La fortificazione occupava una posizione strategica centrale, a controllo del tracciato viario che collegava Lecco a Como e di altri tracciati minori provenienti dalla Brianza.

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William SAMBO, Le fortificazioni tardoantiche in Friuli e le ricerche sul Castrum Nemas.

Oggetto della tesi di laurea triennale sono state le fortificazioni tardoantiche in Friuli e, in particolar modo, il Castrum Nemas, citato da Paolo Diacono, e le ricerche che lo hanno interessato.
Dopo un’introduzione relativa ai due modelli di fortificazione tardoantica (Tractus Italiae Circa Alpes e Claustra Alpium Iuliarum), l’autore si è spostato spiegando nel dettaglio la fortificazione di Nimis. Si giunge così ad un inquadramento geografico, topografico e storico del territorio su cui insiste il territorio di Nimis e, infine, al cuore stesso della tesi ovvero Castrum Nemas e, tramite una collazione di varie fonti, scritte e orali, propone una serie di nuove considerazioni a riguardo.
Purtroppo la mancanza di oggetti da ricondurre chiaramente all’ambiente militare non permette una chiara interpretazione del sito, così come il cattivo stato di conservazione delle strutture rinvenute. L’autore propone che il sito del Castrum Nemas possa essere la vicina Chiesa di San Gervasio e Protasio, posta su di un modesto rilievo lungo la strada che porta da Cividale del Friuli al Norico; purtroppo anche in questo caso le vicende storiche non permettono di chiarire maggiormente la situazione: l’edificio è risultato essere stato spogliato delle sue sepolture attorno al 1880.
Lo studioso, in conclusione, afferma che il tema delle fortificazioni tardoantiche in Friuli e soprattutto, per quanto riguarda quella Regione, delle fortificazioni citate dallo storico longobardo Paolo Diacono, risulta essere una tematica tutt’altro che chiusa, definitiva e spenta della sua forza vitale e pertanto meriterebbe aggiornamenti.

Intervento effettuato nell’ambito del progetto “Seguendo le tracce degli antichi” effettuato il 31 ottobre 2019 presso la Sede della Torre di Porta Villalta della Società Friulana di Archeologia odv a Udine.

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Michele Santulli, A Sud di Roma, la Ciociaria.

E’ inaudito, mai, da nessuna parte, ci si occupa dell’ampia regione a Sud di Roma o, per maggiore precisione, talvolta se ne parla e si descrive perfino, ma sistematicamente si menziona qualche esemplare ciociaro appartenente ad una certa diffusa fauna nazionale oppure peculiarità folkloriche o gastronomiche chissà dove scovate e null’altro.
Questa regione racchiusa tra Appennini e Mar Tirreno, il cui confine settentrionale si lascia iniziare a Velletri e a Palestrina e a Tivoli, fino al Garigliano e che dopo non poche denominazioni che l’hanno individuata nel corso di almeno trenta  secoli, oggi comunemente viene connotata col termine ‘Ciociaria’ continua ad essere la regione più emarginata e soprattutto sconosciuta dell’Italia, dico ‘continua’ perché già pochi anni dopo il fatale 1870, per esempio, una commissione statale di indagine lamentava la evidente e immotivata emarginazione nella quale era stato tenuto fino allora  il territorio a Sud della capitale, la nobile ‘Ciociaria’.
Eppure si tratta della regione più antica e più storicamente connotata dell’Italia,  prestando fede alle leggende e storie che la riguardano, più antica perfino della civiltà nuragica della Sardegna. Agli inizi fu la terra dei Volsci e degli Ernici e dei Saniti,  poi la Regio Prima di Augusto, poi, dal Tevere in giù, Latium, poi Campagna di Roma…
In questa regione è nata la storia d’Italia, le vicende della leggenda e dell’epica dei classici è qui che si sono svolte: Ulisse, Enea, i Volsci, i due fratelli e poi Caio Mario, Vipsanio Agrippa, Cicerone, Aulo Irzio, Attilio Regolo, L. Munazio Planco, Giovenale…. Qui sono state registrate le prime parole in lingua italiana, qui è stato stampato il primo libro in Italia, qui è stata scoperta la punteggiatura e il carattere corsivo, qui parlato e illustrato per la prima volta nella storia dell’uomo, del valore e dell’etica del lavoro, qui per la prima volta promosso e diffuso il significato di studio e di istruzione, qui gettate le prime basi della organizzazione democratica di una comunità e da qui, da Montecassino, diffuse e fatte conoscere in Europa. Tali conquiste e realizzazioni in certi libri si chiamano: civiltà!
Qui sono nati i monasteri e cenobi che poi si sono estesi in Europa e che in molta parte ancora ne costellano i siti originari, qui da papi ciociari sono stati promossi e sostenuti e incoraggiati i grandi santi quali San Francesco, San Domenico, S. Antonio, San Tommaso d’Aquino che hanno fatto e continuano ancora a fare la storia morale e filosofica e religiosa dei continenti. Qui è nata Roma, su questo suolo sulla riva sinistra del Tevere, qui Roma ha iniziato la sua ascesa, qui ha trovato nel corso dei secoli il suo sostegno e il suo sostentamento, questa è stata dall’inizio anche la vera e propria sacrestia della Chiesa.
A che cosa dunque, a quali fatti, imputabile tale ghettizzazione e perfino segregazione oggi ancora attuali? Ognuno può dare la sua risposta, tra queste una è sempre ricorrente: imperdonabile ignoranza, ingiustificabile misconoscenza, dovute a chi, a che cosa?
Quanto più sopra citato è solo un accenno, un embrione dell’inestimabile giacimento da disseppellire: un patrimonio che, pur senza Caravaggio e Raffaello e Michelangelo e Leonardo e Tiziano, è sicuramente il più ricco del Paese.
Oggi in realtà questa regione si presenta, in aggiunta, frantumata e spezzata nella sua omogeneità e integrità secolari in quanto divisa in tre province da circa ottanta anni col risultato, inammissibile e anche esso frutto di crassa ignoranza imputabile alle pubbliche istituzioni e non solo, che le tre province si considerano ormai avulse ognuna dall’altra, non si riconoscono, quindi si ignorano i secolari legami e affinità e comunanze: si è arrivato al punto perfino grottesco che non si conosce più che cosa sia la ‘Ciociaria’, come si chiama e chiamava storicamente la regione che si abita: in effetti è la provincia di FR a essere divenuta ormai  ‘Ciociaria’: le pubbliche istituzioni a partire dalla Regione Lazio loro stesse seminano e ufficializzano il degrado cognitivo, basta leggersi i loro siti pubblici: la precarietà ne è il contrassegno.
La stampa nazionale, tutta o in parte, normalmente si crea una propria configurazione personale da identificare come ‘Ciociaria’, qualche rivista la circoscrive addirittura nello spazio racchiuso tra Anagni, Ferentino, Acuto, ecc.!! Non pochi importanti giornali vedono ‘Fiuggi’ o ‘Sora’ in ‘Abbruzzi’  (al plurale! ancora oggi). Senza ricordare che il pur benemerito Touring Club è fermo a quaranta anni fa e che, in aggiunta, novelli battisti di oggi hanno fatto uscire dal cappello e perfino  brevettato nuove terre da scoprire e da investigare!!  le “Terre di Comino”  che, grazie a soldi pubblici, diffondono e fanno conoscere a mezzo di eleganti tabelloni stradali ricchi di informazioni, senza che nessuno degli addetti (sindaci e assessori provinciali o regionali, stampa, ecc.) nulla obiettino.
Paradossale, al contrario, il fatto che altrove, specie al di là delle Alpi, certe emanazioni ciociare trovano e godono di costante attenzione e riguardo e mi riferisco in particolare al costume ciociaro e alle modelle e modelli, fatti continuamente segno di iniziative e manifestazioni, laddove nella loro terra di origine altrettanto paradossalmente sono oggi ancora ignorati e sconosciuti, a detrimento grande della educazione e gratificazione della comunità e, in aggiunta, a mutilazione di possibili risvolti di richiamo turistico e culturale oggettivamente impliciti e consolidati in tali soggetti. Si escogitano e mettono in campo, investendo cifre considerevoli, iniziative e realizzazioni e strutture che, a parte i tagli di nastro o le inaugurazioni, assolutamente nulla e niente lasciano dietro di loro, come si vede in giro.
Michele Santulli – michele@santulli.eu

 

ARGENTINA. Tastil: un labirinto di strade pre-inca.

Santa Rosa de Tastil è un piccolo paese situato nella provincia di Salta, Argentina, nel quale si trova il più grande sito archeologico pre-inca del paese con il maggior numero di pitture rupestri che rappresentano una grande attrazione turistica.
Il sito venne scoperto nel 1903 dall’archeologo Eric Boman, successivamente nel 1997 fu dichiarato Monumento Storico Nazionale.
Tra il 1000 e il 1400 d.C. Tastil rappresentava una città prospera di 3.000 abitanti situata a 3.200 metri sopra il livello del mare.
Tastil fu probabilmente una delle città lungo il cammino cosiddetto Qhapaq Ñan, ovvero una rete di strade che gli Incas crearono per poter collegare i centri di produzione e di culto su oltre 40.000 chilometri in Sud America. Questo grande insieme di sentieri, conosciuto anche come Inca Trail, si espandeva negli attuali territori di Argentina, Cile, Perù, Bolivia, Colombia ed Ecuador.
Proprio in Argentina, la lunghezza di questo percorso raggiunge i 3000 km distribuiti in sette provincie e con 32 siti archeologici associati. Questa maestosa infrastruttura stradale è tale che l’UNESCO la dichiarò, nel 2014, Patrimonio dell’Umanità.
Secondo l’archeologo Christian Vitry, direttore del progetto Qhapaq Ñan Salta, i costruttori ed i primi abitanti della città di Tastil furono i cosiddetti Diaghiti (popolazione pre-inca), i quali parlavano la lingua kakán. Questi vissero in pace ed armonia fino a quando arrivarono gli invasori inca che li sottomisero. Di conseguenza questi furono costretti a spostarsi oltre i limiti ed a lavorare per l’impero di Cusco.
Oggi si possono vedere una serie di muretti in pietra accatastati senza l’utilizzo di malta, ma di grande solidità – che ha permesso il loro mantenimento per secoli – che si innalzano a circa un metro da terra e formano diversi recinti di varie dimensioni per le unità famigliari. Questi erano separati da corridoi rialzati che funzionavano da strade comuni caratterizzate da una distribuzione concentrica attorno a quella che era la piazza centrale. Proprio in quest’ultima si trovava la wanka, ovvero una pietra sacra in cui avvenivano le pratiche rituali.
In questa immenso labirinto di strade si trovavano luoghi di macinazione del grano e di allevamento di lama, abitazioni i cui tetti erano composti da pelle animale e corda, ed una serie di sepolture. A proposito di quest’ultime, l’archeologo Virty sottolineò che nelle sepolture delle famiglie le tombe erano uguali per tutti; questo suggerisce che esistevano criteri di uguaglianza sociale, ad eccezione, però, del capo tribù in quanto la sua sepoltura si trovava al centro della piazza principale ed era accompagnata da un corredo funebre.
Nella stessa zona nel 1975 venne fondato il Museo di Santa Rosa de Testil, in cui vengono raccolti i reperti emersi durante gli scavi: manufatti legati alle attività quotidiane, armi, ossa animali e umane.
Oggi il BID, Banco Interamericano de Desarrollo, si occupa della valorizzazione e delle attività di scavo di questa zona. Il BID finanzia le sue attività attraverso i suoi programmi di turismo sostenibile per la provincia di Salta. A differenza dei lavori del secolo scorso, oggi gli scavi, le iniziative di valorizzazione e conservazione archeologica avvengono grazie all’opera della stessa comunità locale.
Queste attività hanno permesso soprattutto ai giovani archeologi, che hanno aderito alle campagne di scavo, di conoscere la storia e di entrare in contatto con ciò che non si conosceva della propria regione. Infine, ha consentito loro di toccare con mano una storia molto lontana nel tempo ma indispensabile per conoscere le proprie radici.

Autore: Thea Federica Zacherl – thea.fe.zacherl@gmail.com

Fonte: iadb.org, elPatagónico