Archivi categoria: Storia

Fabrizio DICIOTTI, Gabriella MONZEGLIO: Taurinus – la città medievale.

Per comodità poniamo che per Torino il Medioevo cominci con l’invasione dei Longobardi alla fine del VI sec. d.C. Tra il VI e l’VIII secolo Taurinus vive un periodo travagliato in quanto capitale di un ducato longobardo al confine con i Franchi e teatro di tensioni religiose tra la popolazione cristiana e gli invasori ariani. La città si spopola e, tra le vestigia delle glorie romane, pascola il bestiame e cresce la verdura. Le strade lastricate sono spesso coperte dal terriccio ed il loro tracciato comincia a venire modificato dalle nuove abitazioni di legno. Torino non muore per questo: la componente longobarda si fonde probabilmente con gli abitanti e la vita municipale non cessa grazie al mantenimento del primato religioso (è sede di diocesi) amministrativo (è sede della corte ducale) economico (è ormai quasi accettato dagli storici che i commerci in questo periodo non cessano del tutto, pur vivendo una grave crisi, e Torino resta un nodo di vie commerciali).

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Fabrizio DICIOTTI, Gabriella MONZEGLIO: Taurinus – la città medievale

Autore: Fabrizio Diciotti e Gabriella Monzeglio

Andrea ROMANAZZI: Guida alla Dea Madre in Italia – Itinerari fra culti e tradizioni popolari.

Il culto della Mater Magna affonda le sue radici nella terra della rimembranza ove le ombre di un lontano passato evocano ricordi, mai cancellati di prosperità e gioia, di un tempo in cui l’uomo, stranito dai molteplici poteri e aspetti della natura, la fece madre e nutrice, iniziando a vivere nella sua immanenza come prodigo figlio che con timore venera e rende grazie alla sua Dea.

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Laura TUSSI: La dialogicità autobiografica – L’eloquio interiore come interpretazione della storia di vita personale.

Ogni individuo è in grado di avere una relazione con la propria mente grazie alla dialogicità e all’eloquio autobiografico che promuovono un pensiero particolare in grado di fondare e impostare nella coscienza una modalità esterna di verifica e osservazione sulla personale storia di vita, giungendo ad un livello di consapevolezza di sé, improbabile sotto altri aspetti. Il percorso autobiografico risulta educativo attraverso la consapevolezza di aspetti che con il tramite della narrazione autobiografica, l’allievo riesce ad integrare nella propria immagine, riconoscendoli come elementi imprescindibili della propria personalità.

Il valore dialogico e creativo del racconto autobiografico

Ogni individuo con il proprio bagaglio di esperienze più o meno mature, più o meno numerose o qualificabili, attraverso la propria esistenza, costituisce e restituisce all’educatore un autentico “capitale di conoscenze concrete che dormono” (Pineau, Le Grand, 1993) che devono essere valorizzate in modalità e strategie educative, creative e ricreative, per non rischiare di non essere adeguatamente valorizzate ed indirizzate a fini nobili, ossia creativi e costruttivi. Con la presa di coscienza di una propria gamma di esperienze che costituisce un bagaglio conoscitivo esplicabile attraverso l’avvio del riconoscimento del proprio potenziale autoformativo, ripercorrendo il patrimonio dei propri vissuti, l’allievo narratore scoprirà di essersi autoformato, educato da sé, rafforzandosi da solo nelle conoscenze autoformative. La narrazione autobiografica diviene occasione di investimento sulla propria persona e di autodeterminazione rendendo evidente la responsabilizzazione personale rispetto al percorso educativo e formativo, di crescita e di cambiamento evolutivo. L’ampliamento dei confini del proprio sapere può essere stimabile ripensando e raccontando il personale percorso di crescita o il proprio mancato progresso, constatazione che porta ad un continuo investimento di energie nel progetto formativo che prevede il soggetto protagonista della propria formazione, della crescita personale.

La metafora del cambiamento attraverso la narrazione di sé

L’educazione e il cambiamento sono due processi strettamente correlati. L’azione educativa si basa tradizionalmente su immagini che riguardano il plasmare, il modellare, il formare, vale a dire metafore metabletiche indicanti il fatto che non sussiste educazione senza cambiamento. La narrazione della personale esistenza rappresenta un motivo di sicurezza, in quanto individua nel cambiamento un elemento presente nel corso della propria storia di formazione. La valenza trasformativa delle esperienze e dei continua apicali può essere ricostruita attraverso la riflessione autobiografica capace di rivelare i cambiamenti, i mutamenti più viscerali. I cambiamenti possono essere ricostruiti e valutati solo soggettivamente in quanto intimamente vissuti e spesso non riconosciuti dagli altri. Il ruolo dell’educatore consta nel sostenere il narratore e rendere la dimensione educativa e trasformativa del suo percorso esistenziale. In ogni storia di vita si rivela con evidenza la dinamica dei processi di crescita e si evidenziano gli elementi trasformativi di piccoli mutamenti di momenti metabletici definiti marker events, ossia eventi marcatori e apicali che indicano e segnano le trasposizioni, le translazioni e i passaggi a differenti percezioni di sé e dei propri differenti ruoli. In occasioni di trasformazione e cambiamenti vitali, apicali ed eclatanti, la narrazione autoriferita rappresenta un collante importante tra i vari ruoli vissuti, infatti si rende necessaria una ridefinizione della propria immagine, prevenendo la sensazione della dispersione proprio tramite la continuità del racconto. Risulta benefico narrare e raccontare la propria esistenza, nelle situazioni in cui il contatto con se stessi appare sfaldato, promuovendo una notevole cosciente valutazio

Angelo DI MARIO: VIL-u-sa > *VIL-u-s-sa > *VIL-u-n-na > FÍL-io-s(-sa)/ FÍL-io-n(-na)

Questo titolo ci indica che le desinenze sono anatoliche, di tipo luvio, lingua madre dell’europeo; testimoniano anche della provenienza dei Velsini; la scopriamo in diversi termini, variamente distanziati dal modello originario; qui indico una serie di degradazioni: larthialisla ‘*laerziadesse’ (*larthiasissa) *larthialissa / *larthiatissa > *larthiatissja > *larthiatisja > larthiatija > *larthianija…; greco AR-che-lá-eios < *AR-che-la-s-sjas, TEL-a-mô-nios < *TEL-a-ma-s-sjas, PEL-eí-des (*PEL-e-i-s-ses) *peleinnjes…; con ciò ci siamo avvicinati alle forme greche, anch’esse variate, ma riconoscibili e riconducibili al luvio, tale e quale il lat. FAL-e-r-nus < *FAL-e-s-sus, SAT-u-r-nus < *SATH-u-s-sus, tirs. *SETH-u-Ms-sal, da SETH-re ‘fuoco’…; DI-u-r-nus < *THE-u-s-sus…

Le seguenti iscrizioni chiariscono meglio l’anatolicità dei Velsini e dei Tirseni: TLE 144: Larthi Einanei Sethres sec Ramthas Ecnatial puia Larthl Cucnies velthurusla avils huths celchs
“Larthia Einanea di Sethre figlia (e) di Ramatha Ecnatia; moglie di Laerthe Cuclinie, il *velturussa/ *velthurense. Ai soli/ anni quattro trenta (è morta).”
TLE 183: eca mutna Velthurus Stalanes larisalisla “Questa tomba (è) di Velthuru Stalane, il larisatissa/ *laerziadesse.”
Da G. M. Facchetti: ESLE, pag. 99, Ta 1.59: Ravnthu/ Velchai/ velthurusla sech larthialisla “Ravnthu Velchae, figlia *velthurussa (e) *larthiatissa”; ossia “*RaFnthu Velchae figlia di Velthur (e) di Larthia
Ora torniamo a VELussa. Da ciò che leggiamo su vari testi (1), il territorio intorno al lago di Bolsena fu abitato sin da epoche remote. Ma non ci vuole troppa immaginazione per capire una semplice verità: l’uomo, per varie ragioni, si è sempre stabilito vicino all’acqua; un lago simile non poteva non attrarre, ancora meglio e più di un torrente e di un piccolo fiume; e offrirgli ancora ogni conforto, dal cibo, all’acqua, a quello climatico; senza trascurare l’aspetto estetico. Non riuscirei a credere che un uomo, anche se antico, non fosse attratto da quella conca così splendida.
Infatti, come indizio di antichità, vi sono state scoperte persino palafitte; anche molti e diversi reperti attribuibili a varie epoche; salvo quelli più recenti, che cadono intorno alla distruzione di una muta città rasa al suolo; perché c’era poco, o nulla, da trovare, tra le antiche macerie, e la lenta rioccupazione di uno spazio vuoto all’esterno delle mura.

Il territorio doveva appartenere a Tarquinia, se Plinio lo definisce tarquiniese; solo che viene chiamato anche volsiniese (…nonnusquam vero et albi, sicut in TARQUINIENSI Anicianis lapicidinis circa lacum VOLSINIENSEM…36.168) ; quindi il territorio va considerato sotto queste due denominazioni, che ci rimandano a chi era più forte, stava verso ovest, Tarquinia, e a chi da est lo possedeva, ci abitava, come dire Velzna; dove gli scavi della Scuola Francese misero in luce i RESTI DI UNA CITTA’ etrusca, alla quale si stenta a dare un nome; si preferisce *Arwieta!! L’acropoli era a Mozzetta di Vietena, così alta e separata dalla città; se si analizzano foneticamente le due parole, se ne traggono questi possibili significati: Mozzetta, visto lo sviluppo s > z di VEL-z-na per VEL-s-na, sapendo della mancanza della O nella lingua velsinia, del valore F > M iniziale, della frequente mancanza di lettere doppie, ecco che avremo un termine di questo tipo: *Faseta, da supporre una forma iniziale anatolica *Fasessa, termine che cela però *Fas-a ‘dio’: tirs. AISoí ‘dèi’ (TLE, 804: aisoí . Theoí upó Turrenón), eteo US-u ‘sole > anno’, US-a-li/ US-li ‘annuale’, tirs. US-i, US-i-l ‘sole’, US-l()-nax ‘annuale’(Tabula Cortonensis, TC), mASan < *FAS-a-n ‘dio’ (TLE, 875), luvio m-ASS-a-na-lli (P. Meriggi, MEG, pag. 38) ‘divino’ ( *F-AS-a-nas-si ) *Fasanti > *Fassatti ‘divino’; laconico AS-a-nân/ ATH-e-nôn, ASanas/ ATHenae ‘alla Divina > Ath