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Vincenzo ANDRAOUS, Mario non c’è più.

Quanto tempo è passato da quando ti abbiamo visto la prima volta in comunità a faticare, camminare, faticare, e ancora camminare, fino a diventare maratoneta di un percorso di vita vero, con i piedi ben piantati al suolo, ritornando a vivere le tue emozioni, i carichi distribuiti a misura, i pezzi di futuro rimessi insieme.
Tanti anni a fare sudore, a espellere tossine, a buttare fuori il malessere, il disagio sopportato sottocarico, l’amore scambiato per qualche soldo di fiducia tradita.
Mario era un ragazzo come tanti altri, con una famiglia, moglie e figli, un lavoro, tutto sembra filare al dritto in poppa, finchè un giorno arriva a bussare alla porta il bastardo inaspettato, l’amico che ti propone lo sballo, tanto per fare qualcosa di diverso: appare inspiegabile la sua impreparazione, la sua inadeguatezza, la sua resa fatta di fragilità.
Il rapporto con la famiglia s’incrina, il lavoro se ne va da un’altra parte, non c’è alternativa se non il buio che illusoriamente protegge nella strada,  la panchina, i luoghi della solitudine, al profumo dell’amore si oppone l’odore acre della lontananza.
I piedi feriti, il corpo indolenzito, il male dentro fin sopra le scapole, giù fino al cuore, un dolore intenso mitigato dalla droga, dall’alcol, un poliabuso sconsiderato a nascondere nella dipendenza il vero problema della testa, della pancia, dell’anima.
Mario e la  presunzione  che non gli consente di chiedere aiuto, scivola sulla vita che perde senso in ogni giorno da cavalcare, è disarcionato, a terra, solo, senza più se stesso.
La grande città lo espelle, lo getta fuori senza tanti complimenti, lo scarica indietro tra i detriti che non servono più a nulla. Allora Mario si trascina fino a una piccola città, tenta disperatamente di rimettersi in piedi, poggia un passo avanti all’altro, tenta di vedere cosa fare, non solamente come meno subire.
Sniffare e bere diventa un castigo ben peggiore delle difficoltà di ritornare a rispettare la vita, percepisce la necessità e l’urgenza di non mollare gli ormeggi, finalmente alza una mano, la voce taglia a metà la paura, non indietreggia più, avanza con lo sguardo in alto, lasciandosi alle spalle la pazienza della disperazione.
Rammento i primi giorni di accoglienza nella Comunità Casa del Giovane, il suo impegno costante, la sua scelta di non rifiutare la fatica, il bisogno di ritrovare un equilibrio, la ricerca di uno stile di vita diverso e più consono alla cura di se stesso, dentro una solidarietà non di facciata,  ma consapevole del valore della reciprocità: noi ci siamo se anche tu ci sei.
Mario ce l’aveva fatta, non aveva più bisogno della bugia più grande per stare bene, cocaina e alcol non avevano più possibilità di fregarlo, di affascinarlo, di metterlo un’altra volta ko.
Si era riavvicinato alla figlia, aveva trovato un lavoro decoroso, preso in affitto una piccola casetta, ripreso in mano le redini di una serenità non più maltrattata.
Mario si ammala, è in rianimazione, per giorni sta immobile su quel lettino, ma poi seppure a tentoni la fa franca all’incedere insolente della malattia.
Riuscimmo a riportarlo a casa, sapeva del tumore al fegato, delle placche estese alla spina dorsale,  ma per qualche momento ancora è stato un uomo libero.
Cosa ci lascia in eredità Mario? Sicuramente tante cose, ma un paio sono da tenere a mente, costi quel che costi. La prima è che ogni uomo domiciliato nell’errore, se fa ricorso a tutte le proprie energie interiori, ce la può fare a rialzarsi.
La seconda è che fare uso e abuso di sostanze rendono la vita un calvario, annientano e distruggono ciò che resta, e anche quando la dipendenza è combattuta e vinta con  coerenza, spesso restano le ferite, gli scavi, il male inarrestabile sotto il primo strato che non fa sconti a nessuno.

Autore: Vincenzo Andraous

Email: vincenzo.andraous@cdg.it

Vincenzo ANDRAOUS, Senza alcuna vergogna.

C’è una danza che fuoriesce da ogni riga letta, una crociera del dolore e della sofferenza, un rumore persistente che straripa nei tanti articoli di giornale, nelle trasmissioni televisive, negli incontri organizzati per parlare di questo fenomeno che è diventato una somma che non sta più nella casella predisposta per contenerne l’urto.
Il reato è di per sè un’azione ignobile, l’omicidio ne è l’estensione più palese, per cui stare a polemizzare, a perdere tempo sulla declinazione da affibbiare a chi uccide una donna, disquisendo si tratti di femminicidio o più semplicemente del reato di assassinio.
Non mi pare il caso di giocare con il codice penale, è  un azzeramento del valore della vita umana, è l’annullamento di un ruolo complementare ben preciso, per cui c’è in atto un vero e proprio distoglimento dalla sacralità della donna-femmina, della figlia-madre, della compagna-moglie. Come a voler significare che in una società come la nostra, attraversata da una illegalità diffusa, dove erroneamente è indicata la nicchia-minoranza formata dal malaffare, dalla criminalità, dai soliti noti, invece  la furbizia omertosa, la disonestà sotto i più impensabili artifizi, conferma la maggioranza degli individui: dal vandalismo adolescenziale, al bullismo scolastico, al ritenere legale comprare, vendere e consumare droga per ottenere denari, per farsi e ubriacarsi, dal non pagare l’iva, non rilasciare  scontrini fiscali, quindi non richiedere le ricevute per non dovere pagare di più, e via compagnia cantando.
Questo in-agire quotidiano partorisce un preciso interesse personale che tocca ogni ambito e ogni tasca, quella piena e quella vuota, producendo minore attenzione verso la regola, il senso civico, l’azione morale che sta a responsabilità di ognuno.
Una prassi che consegna lauree e incensi al più lesto di mano, alimentando  la miseria umana, la miserabilità più profonda che alberga nel cuore dell’uomo, del maschio, del conduttore per eccellenza.
Quando la vita diventa una semplice stanzialità sociale, priva di sentimenti e passioni eccezionali, ciò riduce aspettative, sogni e speranze, la stessa fiducia è una fiamma destinata a consumarsi, allora maturano le situazioni di degrado, lo scarso valore di autostima, di rispetto della propria persona e competenze, comporta l’annullamento dell’altro, in questo caso della donna, che rimane anello debole, presenza fragile, compagna di viaggio da sottomettere, opprimere e colpire.
Omicidio-femminicidio, è agire riconducibile a una violenza condensata, contratta e proiettata sulla donna, dentro il focolare ma pure fuori dove il tavolo dei valori  è un documento di identità  sbandierato bene, invece è violenza condensata nelle gestualità, nelle parole infide, che rappresentano il contrario e l’antitesi della buona educazione e credibilità.
La famiglia ha fallito, il nucleo educativo per eccellenza ha fallito, l’adulto nella sua infanzia e adolescenza ha fallito, così il modo di percepire la relazione, i sentimenti, l’amore,  diventa un doppio salto mortale: lo sguardo non è mai indietro a indagare, a verificare, elaborare, ma lanciato in avanti, dove ciò che è ritenuto ostile, si configura come una sbalorditiva secessione praticata con il maglio, con il taglio, mai con la mediazione della coscienza adulta che sa fare i conti con i bilanci più fallimentari.
La violenza in famiglia, dentro la coppia non è tema da prendere sottogamba, da licenziare con una sorta di indifferenza intellettuale, è sbagliato domiciliarsi sulla sponda dell’irreversibilità, della accettazione di un male sociale, ben sapendo che il sopruso, la prepotenza letale, non sono gagliardetti acquistati al supermercato degli  infanti a vita.
Questa violenza non è eredità biologica, né sommossa neuronica accidentale, è il prodotto di una cultura, di una illegalità, di un apprendimento di partenza, un conformismo  ideologico che banalizza gli ideali più alti

Vincenzo ANDRAOUS, Potenti ruggiti o solo vagiti?

Un po’ di tempo fa, qualcuno ha sottolineato in televisione che circa un milione di ragazzini sono a rischio, in un futuro a breve termine, di andare incontro a sanzioni penali.
Ricordo Marco un giovanissimo conosciuto nell’oratorio di un mio amico prete dove qualche volta mi recavo per parlare della mia esperienza e confrontarmi con tanti amici. Non è stato facile con lui, un ometto di tredici anni con gli occhi rapaci. Marco, con la sua storia per molti versi già scritta in tanti ieri che non esistono. Marco, che a scuola non ci va e le poche volte che è presente ha in tasca il coltello. Marco, che frequenta i più grandi e pesta giù duro per essere riconosciuto. Marco che…mi ricorda qualcuno.
Stavamo seduti uno di fronte all’altro, lui sapeva che ero un cittadino detenuto e mi guardava dritto sparato negli occhi, senza mostrare il più piccolo cedimento. “Com’è il carcere? Ti picchiano lì dentro?”. Chiedeva, quasi a voler esorcizzare la paura che lo invadeva.
Io non ho paura della prigione“, mi ha detto. …E io gli ho chiesto: “Perché non hai paura?” “Perché non possono arrestarmi alla mia età, e poi non mi prenderanno mai, sono troppo furbo io”.
Eppure è sempre il più furbo che alla fine della corsa pagherà per tutti; guarda me: sebbene per qualche giorno sia qui con te, sono invecchiato dentro come il pezzo di carcere che mi ha sepolto“.
Mi piace fare casino e stare in giro per Milano fino a tardi, ogni tanto dare un calcio a qualche rompi e a scuola fare impazzire i miei compagni e i professori. Che male c’è a prendere un cappellino o un giubbotto a chi ha più soldi di me?”.
Mi guarda e cerca di soppesare le mie reazioni, vuole la mia approvazione, il mio rispetto: non me lo chiede, quasi me lo impone. Incredibile, ho innanzi un piccolo duro che non intende fare sconti, neppure a me.
Marco, il disadattato, ha trovato nel rischio e nella provocazione la risposta più immediata alla propria sofferenza. Marco che teme il domani.
Penso a sua madre oltre oceano, a suo padre troppo impegnato nel lavoro per ritrovarlo la sera in casa, e inciampo in quel suo linguaggio secco e sgangherato da sembrare ordinato.
Quanti anni hai Vince? Vuoi venire a casa mia? Dai andiamo a fare un giro in centro“.
Ci andiamo più tardi“, gli dico, e, in silenzio, lo osservo mentre gesticola e narra le sue avventure, mi ostino a percepire il suo vero intento. Si accorge della mia trappola e tenta più volte di aggirare l’ostacolo, d’improvviso avvicina le sue mani alle mie, ci tocchiamo più volte le nocche: é il rito che si consuma nel linguaggio del corpo, dell’immagine che effonde potenti ruggiti… O sono vagiti?
Ho l’impressione di avere fermato il tempo e, illudendomi, mi travesto per un attimo da adolescente per farmi accettare da quella tigre addormentata. Non lo dice, ma glielo leggo negli occhi: é stanco di tante persone pronte a dargli consigli. I grandi, gli adulti sempre pronti a insegnargli dove sta il bianco e dove il nero, senza mai consentirgli di approfondire il grigio.
Ho ragione io“, grida, apostrofando malamente un ragazzo di vent’anni che cerca di indurlo a più miti comportamenti. Mi accorgo che é diventato nuovamente lo strumento di studio della nostra coscienza, infatti il ragazzo che prima interloquiva con affabile cortesia, ora rivendica il proprio ruolo di maestro maturo e responsabile, ma non in forza dei valori che tenta di trasmettergli, bensì perché non si ritiene rispettato abbastanza da quel pulcino agguerrito.
Parliamo e ci agitiamo tutti, mentre lui rimane attore fedele al suo copione, fermo come un fusto di quercia ci osserva e sorride sornione alle nostre scaramucce intellettuali.
Marco e il suo branco al momento lontano, rifugio dei miti e dei suoi pari, oasi rassic

Vincenzo ANDRAOUS, Diseducare alla stanzialità sociale.

Ancora slogans, cartellonistiche suicidiarie, a fare gran voce, a scrivere frasi che non si leggono sulla carta bianca, ma stanno in alto dove gli occhi fanno fatica a schiudersi.
In una Italia costretta pecoroni, ridotta a elemosinare, urtata e ferita da aggettivi indecifrabili: esodati, marginalizzati, effetti-eventi, critici-collaterali,  manca che pure la galera, con i suoi detenuti, si metta a imprecare sul precariato imposto alla dignità depredata, quale ulteriore inferno alla condanna da scontare.
Eppure il carcere non è qualcosa cui è possibile non pensare, non guardare, perché alle devastanti condizioni in cui versa, sono costrette a sopravvivere le persone detenute. In più c’è da tenere presente il deterioramento delle assi di coordinamento sociale: più rimarranno senza lavoro i giovani, gli uomini abbandonati a metà del guado, ove mancheranno i denari per vivere decorosamente, cresceranno le norme disimparate, l’azione riprovevole, una delinquenza che farà delle miserie umane la propria degenerazione.
Non è una bella situazione, non promette niente di buono,  in fin dei conti il rispetto delle regole implica la presenza di qualcuno che detenga il potere, che sia autorevole a sufficienza per essere in credito di autorità, per risultare radice profonda a sostenere il peso di una intera collettività.
Se ciò non è, la società non ha più capacità di azzerare le furbizie contrapposte, e può accadere che i valori della solidarietà entrino non solo in conflitto, ma producano una contaminazione-convivenza “forzata” con ben altro dis-valore quale l’omertà.
In una società di vicendevoli protezioni, di mascheramenti e nascondimenti, con la difesa a oltranza di interessi personali, parlare di umanizzare la galera è una impresa titanica, un logoramento creato ad arte per quei pochi che hanno a cuore il valore della dignità umana, della giustizia, anche di chi sconta decorosamente la propria pena.
Scrittori e giornalisti parlano del popolo delle sbarre, piegati dalla stanchezza delle parole usurate, delle vene che non danzano più nella carne, raccontano di detenuti innocenti e di altri colpevoli, accostano le mani alla carta da riempire di simboli, di storie, di vuoti a perdere, avvicinano l’orecchio al battito che non c’è più, riconfermando un carcere morto e sepolto da tutte le sue indicibili rappresentazioni.
Chi parla di carcere senza conoscerne gli anfratti, chi non ne parla per averne vissuto gli obbrobri, chi ascolta inebetito storie disgraziate, chi ottuso e concluso non crede e vorrebbe maggiore punizione, sofferenza, distacco, un muro di cinta che s’alza al cielo,  senza consentire l’unico risultato invece da garantire efficacemente: una reale e fattibile  salvaguardia della collettività.
C’è sempre assenza di equilibrio, di equità, quando al centro del tavolo di confronto fa il suo ingresso la scala disarticolata della giustizia, in che modo vengono fatte scontare le condanne, quali opportunità detengono le pene oltre alle catene che una prigione espone con poco riserbo, per evitare di ricorrere periodicamente ai soliti condoni e amnistie, misure improprie di sfoltimento di una disumanità diventata anch’essa coatta.
Ri-educare non significa diseducare alla “stanzialità sociale”, alla mera “sopravvivenza”, in una costrizione che diviene consapevolezza di una libertà prossima, nei luoghi e negli spazi ancora più umilianti di una cella, angoli e insenature invisibili dove rimediare al bollino nero dello scarso valore umano acquisito.

Autore: Vincenzo Andraous

Email: vincenzo.andraous@cdg.it