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Giuseppe Costantino BUDETTA, Sensazione, percezione, consapevolezza.

Sembra, che man mano che si passi dalla sensazione alla percezione fino alla Mente umana, tutto sfumi nell’indeterminatezza. Humphrey Nicolas (2007), inserisce la sensazione nella sfera d’azione della Mente e delle produzioni mentali, invece di considerarla nell’ambito meccanico della ricezione di stimoli del mondo esterno o delle parti interne dell’organismo. In questo modo, la sensazione sarebbe una parte attiva del controllo centrale su ciò che accade. Humphrey  dice che uno stimolo può avere una rappresentazione mentale in modi diversi ed in tempi diversi.


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Autore: Giuseppe Costantino Budetta

Allegato: Sensazione percezione consapevolezza.pdf

Vincenzo ANDRAOUS, L’eufemismo dell’inferno di Dante.

L’estate è sbilanciata in avanti, le temperature alzano il tiro, i corpi ammassati tentano disperatamente di resistere, i malati più deboli muoiono, quelli più sani combattono dentro una resistenza senza riparo, altri stanno lì senza il più piccolo sollievo, nè capacità di avvertire la propria colpa.
Il carcere non è più spauracchio dell’illegalità, strumento deterrente, non è più ultima trincea a difesa di ogni libertà. E’ diventato altro, come Dante e il suo inferno sono diventati un mero eufemismo, e Benigni  un cantore in disuso, entrambi non più corrispondenti alla disperazione di un luogo perduto alle coscienze.
Cos’è il carcere oggi, a cosa ed a quale dissacrante dottrina si è ridotto, se non all’indifferenza? Sovraffollamento che non è più riconducibile al solo problema endemico all’Amministrazione Penitenziaria: è il risultato di recidive alimentate da politiche ingannevoli, più galera per tutti, meno misure alternative che invece insegnano a lavorare, a faticare, a scegliere la responsabilità, in un patto di lealtà sociale.
Carenza di personale professionale e dimezzamento dei fondi di investimento al settore giustizia non sono sufficienti a confermare il livello di disumanità che circonda un penitenziario, una cella, un cittadino detenuto, perché ancora tale è, come sancito dalla Costituzione, dalla condizione di persona momentaneamente privata della libertà, non certamente del diritto di sperare.
Quando penso al carcere, malandato, umiliato, percosso dalle intelligenze addormentate, mi vengono in mente le pretese di giustizia di un certo Peter Moskos, ex funzionario di Polizia, ora docente di diritto penale, salito prepotentemente alle cronache per un report di 154 pagine, con cui ritiene di superare il fallimento del sistema penitenziario americano, debellando il più devastante sovraffollamento carcerario della storia dell’umanità, attraverso la punizione della flagellazione.
E’ soltanto una boutade sconcertante di un illuminato senza più luce né ragione, oppure c’è qualcosa che fa al caso nostro? Al sistema americano certamente sì, con la pena di morte, con il carcere privatizzato, con la violenza intramuraria che neppure i films riescono più a immaginare, figuriamoci raccontare.
Nel paese della selva oscura dell’Alighieri e del Benigni che disconoscono i gironi ben nascosti di un inferno in continua ebollizione, forse qualche nerbata potrebbe passare, come pena alternativa a un carcere che mi ostino a dire che ancora non c’è.
Oppure il solo pensare a una punizione come questa scandalizza, perché ci ricorda la schiavitù, qualche reminiscenza di tortura, di inquisizione, di pene illegali.
Certo non è semplice optare per una condanna alla frustata, al ritorno del sangue statuale, ma con qualche scudisciata ben assestata, il 70% di popolazione detenuta potrebbe nell’immediato lasciare le anguste e sovraccariche celle italiche.
Il dott. Moskos pare più attrezzato a scioccare e banalizzare, che a risolvere una violenza carceraria che ha superato ogni livello di guardia nel suo paese. Ma in questa partitura medioevale è possibile trovare qualche indicazione, quanto meno ripartire da una riflessione.
Disturba fare ricorso anche solo con le parole a una violenza che dovrebbe “sanare”  altra violenza, che “ripara” il male con altro male,  eppure come è possibile inorridire assai meno per una pena che rapina le dignità con inaudita perseveranza, tant’è che a metà anno abbiamo perso il conto dei tanti “evasi” con i piedi in avanti, detenuti e agenti.
Sobbalziamo al pensiero di trascendere alla fustigazione, rimanendo impassibili di fronte al grado di violenza cui è sottoposto il detenuto, e non solo, l’intero impianto penitenziario.
Abbandono e indifferenza, morte dei corpi e delle menti, morte di ogni possibilità di comprendere di sé e del proprio esistere nella vita che rimane, nonostante la cella, nonostante il carcere.
E’ un degrado che polverizza ogni

Vincenzo ANDRAOUS, A tredici anni in cerca di sballo.

In discoteca ci si diverte, si balla, si urla, si sta insieme per conto proprio, ognuno muove i passi come meglio crede, ciascuno cala giù a proprio piacere.
La musica scaccia i pensieri, in avanscoperta c’è l’urto dell’adrenalina, mentre all’angolo i timori di vivere sono scomparsi. E’ divertimento per ogni età, per chi età non sente, per gli altri che  dell’età fanno imbroglio.
Una ragazzina s’è sentita male, fin qui nulla di eccezionale, può accadere a chiunque di avere un mancamento per troppo impegno, studio, lavoro, stress.
Quel che fa andare su tutte le furie, perché c’è davvero da arrabbiarsi, è prendere atto che una adolescente di tredici anni era in discoteca alle quattro di notte. Cosa ci faceva a quell’ora una bambina nel calderone dello schiamazzo impazzito, a buttare già beveroni colorati fino a rasentare il coma etilico.
La domanda è appropriata alla tragedia sfiorata, per appurare le responsabilità di quanti hanno permesso questo scempio di coscienze inebetite dalla disattenzione, dal  permissivismo e dal  disamore.
Cosa ci fa una ragazzina di tredici anni di notte, a cavallo della zona rossa, predestinata al botto, al rischio estremo in agguato costante, della fascinazione e della paura che veste i panni del drink ripetuto a dismisura, della canna, della roba lasciata inavvertitamente incustodita, e come è che una ragazzina non sia invece a casa propria, nella propria stanza, protetta e amata dai propri genitori.
Pedagoghi, educatori, agenzie educative e di controllo ci parlano di “coscienze disfatte, di gioventù bollita, di ragazzi peluche”, in tanti siamo esperti a fare le pulci ai più giovani, a quanti non hanno ancora buone gambe, cervello sviluppato a sufficienza per riuscire a fare, e non semplicisticamente disfare.
Ci accalchiamo sulle definizioni, le spiegazioni, le castronerie adolescenziali, forse occorrerebbe qualcuno che finalmente fa piazza pulita  delle reiterate giustificazioni di un mondo adulto sempre più annacquato, “costretto a educare”, al dolore e alla fatica per riuscire a ben camminare.
In psicologia si definisce questa mancanza di volontà da parte dei ragazzi “psicastenia”,  come a dire che ogni resistenza alla fatica è latitante.
Se davvero siamo arrivati a questo punto, c’è da chiedersi dove sta la buca intellettuale, emotiva, affettiva, che ha generato, autorizzato, lasciato  fare, fino a farla diventare una patologia.
Da quale intelligente amore di padre e di madre può risultare un rapporto così sfilacciato sulle regole, sulle tutele e sulle garanzie, sgangherato a tal punto da consentire alla propria bambina di cavalcare la notte con i suoi fantasmi.
Troppo semplice buttare la croce addosso alla creatura imberbe cresciuta troppo in fretta, è più opportuno domandarsi se educare significa ancora costruire insieme, tirare fuori insieme, camminare insieme, oppure la capacità di educare s’è tacitamente trasformata in una sequela di scuse ben raccontate, bugie interpretate e messe in scena quotidianamente, prassi consolidata per non avere ulteriori rotture di scatole, che invece si ripresentano sottoforma di vere e proprie scosse telluriche, di dolore che colpisce il cuore, paura feroce di avere rischiato di perdere il bene più grande.
Bisogna strappare le tessere fittizie da sindacalisti, da avvocati, da tuttologi, riappropriarsi dell’unica patente consentita, cioè quella genitore-educatore che non bara, non fugge, non soccombe ai mal di testa annunciati, per tentare di spiegare il valore della vita e della libertà.

Email: vincenzo.andraous@cdg.it

Vincenzo ANDRAOUS, Violenza spicciola che fa male.

E’ un periodo costellato di episodi di violenza spicciola che imbratta le strade e le coscienze, lasciando dietro sé tracce evidenti di indifferenza e un po’ di paura, come a dire che queste cose accadono solo ai “fuori di testa”.
Accadimenti che vedono primi protagonisti i più giovani, quelli che davvero sognano di fare le cose per bene, ma spesso si imbucano alla via più breve, che arreca danno e sofferenze.
Nelle vie dello struscio le dita non sono più intrecciate ad altre più minute, non corrono più al viso della propria bella, sono diventate mani strette a pugno, afferrano i bastoni, i caschi, le bottiglie, colpiscono presentando il conto a qualcuno, non soltanto al malcapitato di turno.
I giovani e la violenza, non è uno spettacolo teatrale: quando alla fronte imperlata di sudore della paura s’aggiunge il sapore acre del sangue,  non c’è più tempo per disquisire su ulteriori rimandi, diviene l’unico spazio che rimane per trovare  la risposta che manca e perpetua il massacro.
Parlando con un ragazzino, uno di quelli che cammina buttando i piedi di lato, che sembra costantemente in procinto di cadere, ho avuto l’impressione di avere di fronte un piccolo terrorista  della parola che fa rumore, una tempesta di parole scagliate senza prendere la mira, nel mucchio, per fare breccia in quel muro invisibile eretto intorno, da chissà chi e da chissà cosa.  Un muro altissimo che sebbene non c’è, appare insormontabile.
Un ragazzino come ce ne sono tanti, con le tasche vuote di tempo per giocare, per studiare, per parlare con il mondo, sprovvisto della curiosità di conoscere i colori, i sapori, le differenze che insegnano a vivere insieme, e non contro per forza.
“Io non faccio niente di male, una canna non è niente di che, un bicchiere in più neppure, e qualche  calcio nel sedere non ha mai ucciso nessuno”. Dentro queste parole la contraddizione più inconsapevole, che però non ammette ignoranza, non concede riparo quando accade l’incidente improvviso, l’impatto terribile con l’ostacolo inaspettato, allora si rimane lì con l’odore del ferro bruciato alle narici, agli occhi, al cuore che fa fatica a vivere ancora.
Un giovanissimo sbilanciato sulla puntata da collocare, tra i colpi di fortuna e le imprecazioni per l’attesa che non sopporta il tempo di cui si nutre, una competizione perennemente distorta, che dovrebbe aiutare a crescere,  ma diventa pura violenza svestita di ogni utilità, e ubriaca di sofferenza da elargire a breve termine.
Giovani affidati alla disattenzione del messaggio mediatico che premia quello che sgomita al mento, mentre la giustizia rimane a guardare i dis-valori che divengono traguardi da raggiungere a tutti i costi, l’arroganza filtra  dalle relazioni, dalle convivenze, è un modo di agire la vita disconoscendo la forma più alta dell’educazione, quel rispetto che dovrebbe unire se stessi agli altri.
La violenza non è mai da prendere sottogamba, come dice qualcuno: i cretini vanno stanati con ferocia, ripresi nel loro linguaggio, comportamento, stile di vita violento. 
Occorre ritornare all’educazione delle buone maniere, ogni giorno che ci aspetta, che ci invita a costruire buona vita, infatti solamente attraverso l’educazione si realizza la persona e con essa la collettività.

Autore: Vincenzo Andraous

Email: vincenzo.andraous@cdg.it