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Santi Maria RANDAZZO, COME CATANIA, NEL 1440, MISE IN QUARANTENA LA CITTÀ …

Santi Maria RANDAZZO, COME CATANIA, NEL 1440, MISE IN QUARANTENA LA CITTÀ PER CONTENERE UNA EPIDEMIA DI LEBBRA E SCEGLIE LA CONTRADA MEZZOCAMPO, NEL TERRITORIO DELL’ODIERNA MISTERBIANCO COME SEDE DELL’APPOSITO LEBBROSARIO: QUALCHE SIMILITUDINE CON LA PANDEMIA DI CORONAVIRUS ?

Dopo un avvio quasi in sordina, verso il 1440 una epidemia di lebbra imperversava nel territorio catanese che, a quell’epoca abbracciava gran parte del territorio sub etneo, compresi i territori degli attuali comuni di Misterbianco e Motta Santa Anastasia; all’interno del territorio catanese mancava, alla data del 1440, un lebbrosario dove collocare e curare i lebbrosi…

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Autore: Santi Maria Randazzo – santimariarandazzo@live.it

Cinzia LOI, Palmenti rupestri della Sardegna centrale tra archeologia ed etnografia.

In Sardegna le più antiche testimonianze della coltivazione della vite risalgono al Bronzo Medio tardo (XV-XIV sec. a.C. ).
Le ricerche sull’archeologia della vite e del vino nell’isola si sono notevolmente sviluppate in questi ultimi anni, tuttavia rimangono aperti numerosi interrogativi legati non solo alle origini e alle modalità della domesticazione della vite, ma anche alle metodologie di produzione del vino.
Riguardo a quest’ultimo punto, chi scrive ha intrapreso uno studio finalizzato alla costituzione di un repertorio tipologico-funzionale dei cosiddetti palmenti, ovvero di quei manufatti impiegati nella fase di schiacciamento delle uve per pressione.
Considerati reperti meno nobili di altri, questi manufatti hanno goduto fino ad oggi in Sardegna, di scarso interesse presso gli archeologici e i ricercatori in genere. Gli esemplari giunti fino a noi pongono pertanto notevoli difficoltà di interpretazione e di datazione.
Il lavoro di ricerca qui presentato, si è concentrato soprattutto in un piccolo centro del Barigadu (Sardegna centrale), Ardauli, caratterizzato da un paesaggio collinare in cui prosperano l’oliveto ed il vigneto lavorati ancora con metodi tradizionali.
In queste vigne, in cui la vite è allevata ad alberello e l’aratura avviene ancora con l’asino, si coltivano decine di uve differenti: Bovale Sardo, Bovale di Spagna, Moscatello, Semidano, Vermentino, Nasco, Barbera Sarda, etc..
All’interno di questo territorio, attraverso varie campagne di ricerca sul campo e di indagine etnografica, sono stati individuati finora una quarantina di palmenti chiamati qui lacos de catzigare (vasche per la pigiatura), alcuni dei quali utilizzati fino ad epoca recente.
Il loro numero è sicuramente destinato a crescere con il prosieguo delle ricerche, anche se l’abbandono delle campagne e il conseguente venir meno degli stili di vita tradizionali, può aver causato in questi ultimi anni l’obliterazione e/o la distruzione di molti di essi.
La tipologia più comune, scavata nella roccia affiorante, è costituita da un sistema di due vasche comunicanti attraverso un foro o un’apertura a canaletta. Di grande interesse la serie di ortostati infissi a coltello che delimitano la vasca per la pigiatura.
In questo territorio si conservano anche numerose vasche scavate su massi di roccia isolati.

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Autore: Cinzia Loi – loicinzia71@gmail.com

Michele SANTULLI, Due personaggi favolosi della civiltà occidentale.

Come si sa il collezionismo moderno, quello che fa muovere soldi e opere d’arte e cultura, si è consolidato e diffuso negli Stati Uniti agli inizi del  secolo scorso: i maggiori musei non sono che l’eredità e i lasciti dei collezionisti mecenati. E i più sensibili e più accaniti compratori furono gli imprenditori di tutte le categorie, i cui nomi oggi sono quasi leggenda: Frick, Morgan, Havemeyer, Rockfeller, Rothschild, Mellon, Getty, Chester Dale, Guggenheim per ricordarne solo pochi… e alcune donne inimmaginabili, da conoscere di più da parte del lettore:  Gertrude e Sarah Stein, le sorelle Cone,  Louisine Havemeyer, Isabella Stewart Gardner…

Uno di questi collezionisti agli inizi del Novecento fu il dr. Albert Barnes di Philadelphia (1872-1951) il quale era arricchito enormemente grazie ad un medicinale per gli occhi da lui scoperto e messo in vendita. Quando arrivava a Parigi per i suoi acquisti d’arte agli inizi del Novecento, davanti all’albergo la mattina era una folla di mercanti e galleristi che lo attendava. Infatti il dr. Barnes non acquistava un quadro degli artisti che prediligeva, ma cinque, dieci, venti. Si racconta un episodio: il suo mercante e consigliere di fiducia parigino, Paul Guillaume, il novo pilota dell’infelice Modigliani come scrisse su uno dei quadri nei quali lo ritrasse, lo condusse nello studio di un geniale ed originale artista, ma morto di fame e incompreso come tanti, grande amico di un altro genio incompreso, Modigliani appunto.

Si racconta che la miseria e il degrado personali erano così grandi che nelle orecchie gli si erano costituiti nidi di pulci o del genere! Ebbene il dr. Barnes entrò nella sua stalla-studio e rimase colpito dalla vitalità e quasi violenza dei colori e dei soggetti delle opere e acquistò… tutto l’esistente, si dice circa 180 opere: iniziò la gloria di Chaim Soutine, così si chiama l’artista, che incassata la moneta, immediatamente partì per la  Costa Azzurra, a godere, finalmente! Il dr. Barnes mise assieme una collezione incredibile: 181 di soli Renoir (oli e non stampe!) e 22 di Cézanne (oli e non stampe o altro!) e poi 8 Picasso, 8 miracolosi Modigliani, De Chirico, Gauguin, perfino 3 Van Gogh, Soutine in quantità e centinaia di altre opere, anche antiche, anche di artisti americani.

Fece costruire un museo apposito nei sobborghi di Philadelphia per ospitare le sue opere ed ecco l’aspetto incredibile: a nessuno era consentito  entrare! Il museo anzi la Barnes Foundation era aperta solo agli studenti e agli studiosi e a coloro che attraverso l’arte volevano e vogliono maturare e migliorare la propria cultura e personalità: il suo intendimento era, ed è, aprire le porte alla gente comune per educarla all’arte e alla cultura! Turisti e curiosi non entrano! Basti pensare che il suo consulente e collaboratore era il massimo studioso di pedagogia dell’epoca, John Dewey. Con la morte del dr. Barnes, oggi la situazione  si è un po’ addolcita.

Un sole splendente lo incontriamo a Roma a partire dal 1929 all’incirca. Una donna di origini ciociare di Carpineto, pronipote di papa Leone XIII il quale vegliò molto sulla sua educazione: si chiama Anna Letizia Pecci, il cognome del papa. Qualche anno prima, nel 1919, aveva impalmato un ricchissimo banchiere americano, un Blumenthal, ebreo sefardita, divenuto poi per ragioni politiche Blunt. E perciò Anna Letizia Pecci Blunt, nota come  Mimì  (1885-1971), la favolosa. Già il luogo della abitazione romana è un marchio: il palazzo cinquecentesco, con gli affreschi di Taddeo Zuccari, che si vede ai piedi dell’Aracoeli e alle scale del Campidoglio dove ancora oggi è scritto: Blunt, è un segno della posizione sociale di Mimì. Dopo il matrimonio visse per alcuni anni a Parigi in una villa principesca del 1700 dove nel suo salotto accoglieva l’élite intellettuale e artistica del momento: Cocteau, Braque, Picasso, Gide, Claudel…

A Roma continuò accanitamente l’attività culturale e artistica già iniziata a Parigi: i celeberrimi  ‘concerti di primavera’ tenuti  nel suo palazzo dove si esibirono i maestri dell’epoca, alcuni la prima volta a Roma: Goffredo Petrassi, Igor Stravinskij, Arthur Honegger, Paul Hindemith, Arthur Rubinstein, divennero un richiamo internazionale.

A fianco della attività musicale ne iniziò una espositiva e letteraria in un piccolo spazio fuori del palazzo, dove nel 1933/35 aprì al pubblico la sua indimenticabile galleria d’arte la Cometa diretta da un altro grande, il ciociaro Libero de Libero: qui espose la crema degli artisti dell’epoca: Guttuso, Savinio, Cagli, De Chirico, Mafai, Ianni, i futuristi e si avvicendarono gli artisti e poeti più all’avanguardia: Moravia, Bontempelli, Ungaretti, Carlo Levi, Quasimodo, Pirandello…

Le leggi razziali famigerate e assassine del 1938 interruppero tale ineguagliabile impresa e obbligarono Mimì e famiglia ad emigrare in America: Cecil, il marito, come detto più sopra, era ebreo. A New York Mimì continuò con la sua passione nel far conoscere l’arte italiana e l’attività riprese col solito impegno e passione. Vi rimase fino a guerra conclusa.

Autore: Michele Santulli –  michele@santulli.eu

Michele SANTULLI, Miracolo a Frosinone.

Si sa che questa parte della nobile terra di Ciociaria, la provincia di FR, è stata da sempre feudo inattaccabile di Giulio Andreotti buonanima: la sua presenza era  capillare: i battesimi e le cresime e eventi analoghi erano, si racconta, suo appannaggio preferito; la sua presenza era quanto di più sicuro e affidabile si potesse immaginare. Alcuni  seguaci lo adoravano: uno di questi, sindaco di un paesino arroccato in cima ad una montagna, si racconta che ogni mattina faceva in modo che il suo beneamato ricevesse le sue ricottine fresche di giornata, di cui  l’esimio politico era particolarmente ghiotto. Ogni  mattina!
Rendo testimonianza che anni addietro trovandomi nel principato di detto sindaco – ‘regnò’ per circa 50 anni! un autentico primato! –  notai che le due porte dei gabinetti pubblici (in questo paesino di qualche centinaio di abitanti anche i gabinetti pubblici!) erano porte in noce massello, come nemmeno nei paesi dei petrolieri si vedono in un gabinetto!, a dimostrazione della benevolenza  andreottiana. Un altro, un noto costruttore, lo aveva sistematicamente ospite nel suo antico castello: risultati? in tutta la zona finanziamenti continui per costruire strade, perfino nelle località più inaccessibili, per praterie di asfalto, per palazzi pubblici, lampioni e fognature e marciapiedi in continuazione, ecc.. Che grande! E poi la Fiat a Cassino coi soldi degli Italiani, la industrializzazione della Valle del Sacco sempre coi soldi degli Italiani, e con quali risultati: ma che vuoi che sia, basta lavorare e mangiare, soleva sentenziare il beneamato!
Ospedali in quantità dovunque, ancora se ne vedono in giro, inutilizzati! Cementificazione inaudita, a libertà e a piacimento di ognuno!  E quindi la mentalità di tutta una certa provincia è quella infusa da questo beneamato politico… Naturalmente tutti gli altri  ‘politici’ della zona venuti prima e dopo di lui,  non sono stato altro  – e ancora sono –  che il guano e il  letame di questa regale quercia, come soleva dire!
Ora invece il miracolo, un nuovo mondo si apre, l’orizzonte della cabina di comando si amplia, al di là ormai degli stadi e piscine olimpionici, delle rotatorie stile Abu Dhabi, della cementificazione: si inizia, parrebbe, a cominciare ad occuparsi, e seriamente questa volta, di arte e cultura e, ancora più incredibile, di arte nata in Ciociaria e diffusa in tutto il mondo. Non più dunque materiale indigesto ai palati politici, come fino ad oggi. Cioè, in breve: fonti serie propalano la notizia  che il Comune di Frosinone, saggiamente retto da una lungimirante compagine amministrativa amata ed apprezzata, è in fase di seria trattativa per acquisire  al pubblico patrimonio quella bella palazzina neoclassica della Banca d’Italia sotto la Prefettura! Ed ecco la novella rivoluzionaria, miracolosa: il Comune avrebbe la volontà di installarvi una pinacoteca e più esattamente la pinacoteca del costume ciociaro! Una rivoluzione! Un miracolo!
Ecco, dico, il modo più serio e sperimentato per risalire, e a razzo,  fino ai primi posti  le posizioni che attualmente tengono relegata Frosinone in coda ai capoluoghi italiani, da sempre.

Autore: Michele Santulli – michele@santulli.eu