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Rita RUTIGLIANO: Alla Fiera Internazionale del Libro di Torino è l’ora dei sogni e dei giochi.

L’anno scorso la Fiera internazionale del Libro di Torino fu incentrata sull’umorismo. Per l’edizione 2005, in programma dal 5 al 9 maggio nei padiglioni espositivi del Lingotto, il tema scelto come motivo conduttore è — come il senso del comico — un altro segno distintivo delle società umane: il sogno, nelle sue varie articolazioni.

Non ci si limiterà, infatti, a riconsiderare la centralità del sogno nelle culture d’ogni tempo e paese o lo scandaglio psicoanalitico che ha gettato luce nelle profondità dell’inconscio. Al centro del fitto cartellone di iniziative che puntualmente ruota attorno alla grande kermesse editoriale ci sarà anche, hanno spiegato gli organizzatori – il sogno come tensione progettuale, come “forte tensione verso obiettivi che il senso comune giudica difficile o impossibile (ma tutta la storia dell’umanità è la storia del superamento di confini che si ritenevano invalicabili)”.

Al Lingotto, dunque, l’attenzione cadrà pure “sul momento dell’immaginazione, della fantasia intesa come invenzione capace di darsi una grammatica rigorosa”. I riflettori punteranno perciò “sull’utopia equa e compatibile, su progetti arditi ma realizzabili, sulle sfide e sulle scommesse, in un’epoca che sembra aver rinunciato a pensare in grande”.

Il motto napoleonico prescriveva: “Siate realisti, perseguite l’impossibile”. Concentrando l’attenzione sulla tensione progettuale, dalla Fiera partirà un’accurata ricognizione della realtà contemporanea “per accogliere voci e proposte autenticamente innovative”. A Torino convergeranno quindi vari protagonisti della cultura: scrittori, filosofi, artisti, scienziati, architetti, musicisti, medici e imprenditori che — promettono ancora gli organizzatori della Fiera del Libro – “ci parleranno dei loro sogni, cioè delle sfide che si sono dati, e ci coinvolgeranno nelle loro avventure creative”.

Dagli antichi a Freud

Del resto l’interesse per il sogno (così come il relativo bisogno di dargli un significato) è già documentato nelle scritture cuneiformi, 1.500 anni prima di Cristo. Probabilmente è antico quanto l’uomo, ma certo dotti e filosofi ne sono sempre stati affascinati e tutte le culture gli hanno attribuito un’importanza speciale, spesso legata alla regalità e al potere.
Il sogno è un’attività psichica che porta alla luce le elaborazioni profonde dell’inconscio, osservano ancora gli organizzatori della Fiera del Libro, e fin dall’antichità è stato oggetto d’interpretazioni “come luogo di premonizioni, profezie, rivelazioni, spesso legate all’esperienza religiosa”.
Nella Bibbia i sogni non sono più uno dei tanti elementi della divinazione su cui s’interrogava il mondo antico, ma semplicemente “uno specchio di speranze e paure”.
Nei santuari greci assumono una valenza terapeutica: il paziente si purifica alle fonti sacre, e aspetta il sonno terapeutico in apposite stanze dette di incubazione. Il dio visita l’ammalato, e in sogno lo guarisce o gli somministra delle prescrizioni, come attestano molte iscrizioni votive.
Artemidoro (seconda metà del II secolo d. C.), che esercitò l’arte di oniromante (interprete di sogni), è il primo ad organizzare e sistematizzare un repertorio simbolico, basato su ben tremila sogni divisi in varie classi. Lo fa, proponendosi di scrivere un trattato il più possibile scientifico, nei cinque libri che costituiscono la sua sola opera pervenuta sino a noi: l’”Onirocritica” (L’interpretazione dei sogni).
Il legame tra sogno e salute si prolunga nel Medioevo cristiano, come testimoniano molti episodi della “Leggenda aurea” di Jacopo da Varazze che fu vescovo di Genova dal 1292 al 1298 (con piglio agiografico il testo, a lungo riferimento per i pittori sacri, divulga notizie e dettagli sulle biografie dei santi). La grande pittura del Rinascimento, invece, utilizza con frequenza il sogno nel prediletto ambito simbolico.
A partire da Sigmund Freud (1856-1939), il sogno si rivela inf

Piero BARALE: Il cielo del popolo del faggio, Sole Luna e stelle dei Ligures Bagienni.

Introduzione alla lettura di Giuseppe Brunod.

Lo studio dell’archeoastronomia è una novità in Italia, ma è consuetudine in Inghilterra dove i primi studi iniziano dal Settecento. Nell’isola c’è persino una cattedra di Archeoastronomia. Credo sia unica in tutta Europa.

In Italia, al contrario, in certi posti ed in qualche Soprintendenza è persino proibito accennare di astronomia, ma la cosa non stupisce in un paese dove in certe Università è proibito parlare persino di Darwin.

Eppure, si tratta di una disciplina che può insegnare molto sulla storia antica del nostro continente; i molti manufatti preistorici costituiti da pietre disposte secondo forme geometriche potrebbe avere una ragione astronomica: essere orientati verso zone dell’orizzonte in corrispondenza delle quali, in origine, sorgevano o tramontavano oggetti celesti come Sole, Luna e stelle. L’osservazione del cielo ha giocato un ruolo di primissimo piano nello sviluppo sociale e culturale delle civiltà antiche, partendo dal Paleolitico. Così, accanto all’osservazione delle cose del cielo i nostri antenati hanno costruito “osservatori” di pietra che sono sopravvissuti fino ai giorni nostri. In queste tombe, pietre, allineamenti si trovano un bagaglio di informazioni congelate e codificate nei vari reperti archeologici di rilevanza astronomica.

I reperti che abbiamo a disposizione non si limitano ad allineamenti di monoliti o buche, in cui erano infissi dei pali. Esistono strutture più complesse quali monumenti, pozzi, templi e santuari pensati, costruiti e utilizzati tenendo ben presente la direzione del sorgere e del tramontare della Luna, del Sole o delle stelle più luminose visibili ad occhio nudo, in taluni periodi stagionali. Il che aveva anche importanti ragioni pratiche.

Se la levata eliaca di una stella poteva essere associata ad un periodo in cui una determinata pratica agricola doveva essere eseguita, per esempio la semina, ecco che il fenomeno astronomico diveniva un indicatore temporale preziosissimo che avrebbe in futuro permesso di seminare nei tempi e nei modi ottimali ai fini di un buon raccolto.

Attualmente gli studiosi chiamano dunque Archeoastronomia la scienza che studia i reperti archeologici che ci tramandano il ricordo dell’attività di osservazione e studio dei corpi celesti portata avanti da individui appartenenti alle culture antiche.

Una disciplina affascinante, a cui Piero Barale ha dedicato il libro “Il cielo del popolo del faggio, Sole Luna e stelle dei Ligures Bagienni”, dedicato all’archeoastronomia del cuneese.

Il terreno dell’astronomia archeologica in provincia di Cuneo è stato dissodato da pochi coraggiosi studiosi tra i quali Piero Barale, tra i pochi che si sono fatti carico di passare i confini tra una disciplina scientifica come l’astronomia e una disciplina umanistica come l’archeologia.

Il volume è riccamente illustrato con disegni e foto in bianco e nero ed ha 183 pagine. Il valore dell’opera consiste nella capacità dell’autore di mettere insieme dati astronomici e misure da lui stesse ricavate con la documentazione archeologica. Piero Barale raccoglie le sparse pagine del sapere archeologico per inserirle un una visione complessiva che oggi non pare più rinviabile. Essa consiste nel ricostruire il paesaggio attraverso i segni materiali per collocare questi reperti in una ricostruzione delle credenze cosmologiche ed astronomiche che i popoli ben prima dei Romani avevano.

Nel libro di Barale si incontrano, ben amalgamate, due culture. Quella scientifica astronomica e quella tradizionalmente umanistrica dello scavo archeologico che per troppi anni ha visto i Romani, anche per il nostro passato fascista, protagonisti assoluti dell’interesse della cultura archeologica, e non solo. Che cosa ci fosse prima dei Romani era lasciato a pochi studiosi come Gustavo Laeng e Giovanni Marro, che da Antropologo (fondatore del Museo di Antropologia di Torino) stu

Laura TUSSI: I luoghi dell’educare.

Recensione al libro di G. Balduzzi e V. Telmon, Storia della scuola e delle istituzioni educative, Guerini, Milano 1998.

La scuola come istituzione rivolta, nello specifico, all’infanzia è risultato della modernità, in quanto il passato la poneva come “luogo separato” adibito alla formazione. Lo studio di Gianni Balduzzi e Vittorio Telmon traccia il percorso evolutivo nel tempo e le linee di sviluppo del modello scuola più recente che arriva all’obbligo formativo, fino ai problemi che investono attualmente la sua funzione e i diversi aspetti organizzativi, didattici e gestionali. La storia e i percorsi delle realtà educative e pedagogiche si sviluppano parallelamente agli usi e ai costumi, alla cultura e alle tradizioni di civiltà, di popoli, in diversi tempi, in varie epoche storiche. Il libro analizza l’evoluzione del modello scolastico nello spazio e nel tempo con l’obiettività e il giudizio scevro da contaminazioni modernistiche e da opinioni maturate alla luce dei cambiamenti e delle transizioni che l’istituzione educativa ha affrontato nell’ultimo secolo.

Le differenti culture pedagogiche ed educative propongono e stabiliscono obiettivi e regole in base al cui conseguimento si determinano i valori, gli ideali, le norme etiche, i precetti morali trasmessi all’individuo, dal punto di vista della realizzazione dell’”uomo possibile”.

Gli autori analizzano in una panoramica storica, sociale e culturale la nascita della scuola dall’Egitto alla Grecia, per poi proseguire con la descrizione delle modalità didattiche e dei contenuti pedagogici ed educativi, lungo il corso della storia e delle varie culture.

Anche il monachesimo e la Schola Palatina di Carlo Magno aprono la strada all’ affermazione della scuola cristiana. Dall’istruzione elitaria e circoscritta a pochi adepti si valuta lo sviluppo delle istituzioni educative nell’età moderna, fino a giungere alla scuola dell’obbligo, anche in Italia.

Autore: Laura Tussi