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Giuseppe PIPINO: Le aurifodinae dei Salassi e quelle della Bessa.

Museo Storico dell’Oro Italiano 15070 LERMA (Al)

In due precedenti scritti sull’oro della Bessa e sulle aurifodinae di Ictumuli (PIPINO, 1998 e 2000) ho fra l’altro affermato, ed ho cercato di dimostrare, che le miniere d’oro dei Salassi non hanno nulla a che vedere con quelle della Bessa e che queste sono indicate dalle fonti come miniere di Ictumuli, con riferimento al vicino villaggio e non come appartenenti ad una presunta popolazione dei Vittimuli, della cui esistenza non si ha alcun riscontro attendibile.

Rimando ad altro scritto l’approfondimento del secondo argomento, per il quale, a seguito delle proficue discussioni con Giacomo Calleri, ho deciso di raccogliere ulteriori testimonianze. Per quanto riguarda invece il primo argomento, non credo che ci sia necessità di altre prove, ma la pervicacia con la quale alcuni autori moderni, compresi funzionari e consulenti della Soprintendenza Archeologica del Piemonte, confondono le miniere dei Salassi con quelle della Bessa, mi spingono a ritornarci e a meglio specificarlo.

Nel quarto libro della “Geografia”, dedicato alle Alpi, Strabone si sofferma sul paese dei Salassi e sulle miniere d’oro che questi sfruttavano utilizzando le acque della Dora, cosa che provocava frequenti liti con gli abitanti della pianura e diede il pretesto ai Romani per intervenire ed impossessarsene; successivamente, continua l’Autore, avendo i Salassi mantenuto il possesso delle cime, vendevano l’acqua necessaria per i lavaggi ai pubblicani romani, ma a causa dell’avarizia di questi e della velleità dei comandanti sorgevano sempre nuovi motivi per far guerra (IV, 6.7). Alla fine del primo capitolo del libro successivo, dedicato alla Pianura Padana, sostiene poi che una volta c’era una miniera d’oro anche nei pressi di Vercelli e del villaggio di Ictumuli (V, 1.12).

L’Autore greco, che scriveva agli inizi del I secolo dopo Cristo ed aveva attinto da autori precedenti (Polibio, Posidonio, ecc.), dei quali non ci sono pervenuti i passi in questione, tiene quindi nettamente distinte le due aree minerarie. La cosa era ben evidente allo storico Schiaparelli che il 12 settembre 1877, invitato da Quintino Sella ad esprimere un giudizio sul libro “Gli Ictimoli e i Bessi…” di A. Rusconi, rispondeva che a suo parere l’Autore faceva confusione fra Ictimuli e Salassi “…popoli di origine diversa e abitanti in regioni diverse” e che “…la questione delle miniere dei Salassi non debbe confondersi con quelle degli Ictimuli”: la lettera, rimasta per decenni dimenticata nel libro conservato alla biblioteca di Biella, venne pubblicata nella rivista “L’Illustrazione Biellese” nn.10-11 del 1932.

Altri due illustri storici, NISSEN (1902) e PAIS (1918), che ovviamente non conoscevano il giudizio di Schiaparelli e ritenevano del tutto uniche le discariche della Bessa, ipotizzavano nel frattempo l’identificazione delle due aree minerarie: essi erano consapevoli che non esistevano tracce della presenza storica dei Salassi al di là della Serra d’Ivrea, ma ritenevano fosse possibile per tempi antichi. La generica ipotesi, come spesso avviene, essendo stata avanzata da fonti così autorevoli venne accolta senza alcun approfondimento critico e spacciata come verità sacrosanta da molti autori successivi che, costretti a fare i conti con l’affermazione secondo la quale veniva usata l’acqua della Dora, ipotizzano errori da parte di Strabone oppure ricorrono a fantasiose ed irrealizzabili deviazioni del fiume per raggiungere l’area della Bessa. Eppure già DURANDI (1764) aveva tenuto distinte le due aree minerarie ed era giunto ad una soddisfacente interpretazione del passo di Strabone: i Salassi non avrebbero potuto derivare molta acqua e prosciugare la Dora a monte di Ivrea, dato l’infossamento del fiume, per cui “…le Miniere che da Strabone si ripongono nel Territorio de’ Salassi, sono appunto quelle, che eranvi nelle Colline inferiori ad Ivrea

Barbara CARMIGNOLA: Ritrovamenti e distruzioni nella Roma fascista.

Dal 28 ottobre 1922, giorno della marcia su Roma, al 25 luglio 1943, in cui Grandi durante la riunione del Gran Consiglio del fascismo presentò un ordine del giorno che suonava come un atto di sfiducia nei confronti di Mussolini riscuotendo la maggioranza dei voti, il regime del duce detenne il potere e fu al governo dell’Italia.

Aldilà del colore politico, delle ideologie, rimane la storia, una storia che non è solo battaglie, guerre e trattati, una storia che appartiene agli uomini, alla quotidianità di chi quei giorni li ha vissuti e respirati, e a noi che ne ereditiamo il segno.

Il fascismo ha lasciato un’impronta tra le nostre case, nelle nostre strade, nella città di Roma, che Mussolini ha voluto trasformata nel luogo simbolo dell’ideale gemellaggio che egli auspicava si potesse stabilire tra la nuova Roma e l’antica Roma dei Cesari.

A questo ideale furono immolati interi quartieri con i loro palazzi e la loro fitta tessitura di piccole strade; si persero scorci pittoreschi; vennero distrutti e caddero nell’oblio i monumenti minori che pure arricchivano il patrimonio artistico di questa città secolare. Altro fu costruito in loro luogo e, senza giudicare il valore artistico di quanto realizzato, si può senza dubbio affermare che il volto dell’Urbe venne snaturato per mezzo della cancellazione di quindici secoli di arte, vita e storia, della demolizione della verità cittadina.

Coltivando il mito della Roma imperiale, il fascismo vagheggiava una città utopica, in parte riportata alla luce estraendone i resti dalle viscere di quella terra bagnata dal Tevere, in parte costruita ex-novo, con uno stile che si ispirava all’età classica ma che conosceva un afflato di ampollosa retorica che all’arte antica era estraneo.

Ogni manifestazione di arte successiva all’epoca della romanità classica non veniva ritenuta degna di essere preservata e conservata, era considerata espungibile dal tessuto urbanistico e perciò sacrificabile al culto, allo scavo e alla costruzione dell’unica vera Roma autentica.

Il fascismo si adoperò tanto per la capitale ma allo stesso tempo ne dimenticò le esigenze e i problemi, asservì la città al compito di dare testimonianza della sua magnificente grandezza, ogni progetto fu subordinato a questa logica di potenza.

Il Bernini circondando San Pietro del suo imponente colonnato, aveva pensato ad un effetto scenografico di particolare interesse per il passante che, facendosi avanti per le anguste strade di Borgo, sarebbe ad un certo punto capitato davanti alla maestosità imperante della piazza antecedente l’imponente basilica e si sarebbe trovato a contemplarla con il fiato sospeso. Via della Conciliazione sorge dunque, nella sua ampiezza, laddove prima di Mussolini si trovava un intero quartiere, una fila di palazzi e case di epoca medievale, che Bernini aveva sapientemente sfruttato ai fini di ottenere lo spaesamento e l’ammirazione del turista o del visitatore.

Non si può comunque tacere che Roma e l’intero Lazio trassero dei benefici da questo stato di cose: il territorio dell’Italia centrale fu bonificato e i nuovi spazi furono messi nelle condizioni di accogliere nuove iniziative, agricole o industriali. Si realizzò un aeroporto di enorme importanza, l’aereoporto del Littorio, che fu poi circondato da una pista per gare motociclistiche e automobilistiche. Le condizioni igieniche della città migliorarono. Sotto il punto di vista scientifico si moltiplicarono i convegni in prospettiva internazionale che videro nella città del Colosseo il cuore del loro dibattito.

Quel che soprattutto importa ai fini del nostro discorso sono però gli importanti ritrovamenti che affiorarono nel territorio laziale ad opera delle campagne di scavo e di ricerca promosse dal duce.

Nel marzo 1929 dalle acque del lago di Nemi affiorava una prima nave di 73 m di lunghezza x 24 di larghezza, seguita nell’agos

Barbara CARMIGNOLA: LA SCRITTURA, dai geroglifici alle rune.

“Nello scritto si afferma il distacco del linguaggio dal suo effettivo essere parlato. Nella forma dello scritto, tutto ciò che è tramandato è contemporaneo di qualunque presente. In esso si ha una peculiare coesistenza di passato e presente, in quanto la coscienza presente ha la possibilità di un libero accesso a ogni tradizione scritta. Senza più dover ricorrere alla trasmissione orale, che mischia le notizie del passato con il presente, ma rivolgendosi direttamente alla tradizione letteraria, la coscienza comprendente acquista un’autentica possibilità di spostare e di allargare il proprio orizzonte, arricchendo così il proprio mondo di tutta una dimensione nuova”. A scriverlo era Hans George Gadamer nel suo autorevole testo “Verità e Metodo”.

Libri, giornali, pagine web, annunci pubblicitari, scritte murali: la nostra vita è inondata di messaggi veicolati da segni grafici che hanno una corrispondenza fonetica e che, attraverso la pratica ermeneutica, quotidianamente rendiamo comprensibili a noi stessi e integriamo nel nostro universo culturale.

Scriviamo e siamo letti, leggiamo e comprendiamo e niente di tutto ciò ci sembra magico.

A fondamento della dibattito filosofico sul linguaggio, tradizionalmente viene posto il Cratilo platonico, ma, secoli e secoli prima, un popolo sostentato dal limo del letto del Nilo già si era interrogato sulla funzione della parola: gli egizi.

Questo popolo di agricoltura e pastorizia, di piramidi e segreti, precursore delle più grandi civiltà, credeva che nella parola risiedesse un magico potere. Il nome, per gli egizi, evocava, creava, plasmava, soprattutto “era” la cosa nominata con cui esso stabiliva un nesso inscindibile, un legame fortissimo.

Tanto era ritenuta importante la parola quanto lo era la scrittura.

In Egitto non erano degli uomini qualunque a vergare la “carta” ottenuta dalla pianta del papiro. A questa alta funzione erano preposti gli scribi, gli adepti alla conoscenza dei segreti della scrittura che in virtù di tale status godevano di onori, stima e grande considerazione, ed erano annoverati tra le figure emergenti dei ranghi del regime faraonico ed apprezzati come valenti maghi dalla maggior parte della popolazione.

Chiunque avrebbe potuto aspirare a questa professione; non erano previste discriminazione di classe. Ad operare la differenza sarebbero stati l’impegno e la solerzia con cui gli alunni avrebbero conseguito la loro preparazione spesso legata alla più importante istituzione scolastica egiziana, la cosiddetta “Casa della Vita”, il cui più famoso dislocamento era situato ad Abydos.

Oltre al compito di svolgere le intricate pratiche della burocrazia ed a rivestire incarichi di ogni sorta, gli scribi svolgevano anche la funzione di sacerdoti e ciò può farci comprendere meglio come la scrittura, al pari della parola, fosse ritenuta depositaria di una valenza esoterica e della capacità di operare profondendo un’aurea dai prodigiosi effetti che potevano essere benigni o maligni a seconda di ciò che veniva rappresentato e di come lo era.

Dai ritrovamenti scopriamo che il geroglifico che rappresentava animali velenosi, quale ad esempio quello usato per designare lo scorpione, veniva spesso raffigurato senza il pungiglione per prevenire i danni che questo avrebbe potuto arrecare. Anche la pratica della damnatio memoriae di faraoni degeneri o di altri meschini esponenti del regno insigniti di alte cariche passava attraverso la cancellazione di epigrafi o scritte celebrative perché, il potere magico della scrittura era un onore che non sarebbe stato confacente ad uomini da dimenticare. Per la stessa ragione i re si attribuivano nomi molteplici e di buon auspicio che emanassero forza e contribuissero ad aumentare la loro potenza: chiamarsi “Protettore dell’Egitto” avrebbe significato esserlo realmente. Il nome contenuto dal cartiglio era fondamentale per un sovrano, e q

OVADA (AL): Aurifodine e miniere d’oro dell’ovadese (progetti di tutela e valorizzazione)

La presenza dell’oro nei torrenti dell’Ovadese è nota da tempo, ed è certo che la sua raccolta è iniziata nella più remota antichità. Particolarmente intenso è stato lo sfruttamento dei terrazzi che si sviluppavano nei tratti finali dei torrenti Stura e Gorzente e lungo tutto il basso corso del Piota, i quali sono stati completamente rimossi e, al loro posto, restano ancora estesi accumuli di ciottoli residui di lavaggi che la tradizione popolare fa risalire ai romani. I depositi di ciottoli sono in effetti del tutto simili a quelli che si possono osservare in altre parti del bacino padano, specie lungo il fronte esterno dell’anfiteatro morenico di Ivrea, che rappresentano indubbiamente la testimonianza dello sfruttamento in epoca romana e preromana di analoghi terrazzi auriferi.

Nonostante la plurisecolare opera di livellamento e di asportazione dei ciottoli, lungo i bassi corsi del Gorzente e del Piota la presenza dei cumuli è ancora osservabile con una certa contuinità, per uno sviluppo lineare di circa 12 chilometri, mentre nella parte finale del torrente Stura se ne osservano limitati lembi, in quanto i terrazzi alluvionali sono discontinui e poco estesi. I cumuli poggiano direttamente sul substrato roccioso che, procedendo verso nord, da monte a valle, è costituito prima da ultramafiti e calcescisti del “Gruppo di Voltri”, poi dai sedimenti basali del “Bacino Terziario Piemontese”. A monte sono in gran parte privi di vegetazione e possono raggiungere i 10 metri di altezza, mentre a valle sono meno elevati e coperti da una fitta boscaglia: in tutti i casi è ancora possibile osservare la disposizione in allineamenti paralleli, separati da avvallamenti diretti verso il vicino corso d’acqua attuale. I ciottoli sono molto grossolani e presentano vario grado di arrotondamento, le dimensioni variano dai 10 ai 50 centimetri e più, con totale assenza di elementi più minuti, e la composizione rispecchia quella del Gruppo di Voltri, da cui provengono, con prevalenza di ultramafiti, metagabbri, prasiniti, anfiboliti ed eclogiti.

A valle delle “aurifodinae” l’oro è ancora sporadicamente presente nell’alveo dei torrenti e tende a concentrarsi negli antichi depositi alluvionali degli stessi e, soprattutto, dell’Orba a valle delle rispettive confluenze. Il metallo è per lo più presente sotto forma di sottili scagliette, di un bel colore giallo, che difficilmente superano il millimetro di diametro e i 3-4 milligrammi di peso; i bordi sono irregolari, ma ben arrotondati, e le superfici, apparentemente lisce, all’esame microscopico appaiono sempre bugnose e rugose, a testimonanza dei molteplici episodi di trasporto; nelle parti più montane possono trovarsi rade scaglie di dimensioni maggiori, fino a 5 millimetri e oltre, spesso ripiegate una o più volte, nonché isolati granuletti arrotondati o spugnosi. Analisi eseguite su alcuni campioni dell’Orba hanno evidenziato contenuti medi del 90% di oro, 8 % di argento e 2 % di altri elementi, con prevalenza di rame.

Il contenuto d’oro nei depositi alluvionali è molto vario e raggiunge tenori medi apprezzabili soltanto in alcuni depositi terrazzati delle basse valli del Piota e dell’Orba. Localmente, nelle cosidette “punte” che si formano nell’alveo attivo durante le piene più violente, per erosione e concentrazione di materiale dalle sponde, si possono avere contenuti di alcune diecine di grammi per metro cubo di sedimento, mentre nella coltre alluvionale i contenuti medi sono di pochi milligrammi e superano raramente i 2-3 decigrammi, anche negli strati più ricchi. Le “punte” sono da sempre oggetto dell’attività artigianale di “pesca dell’oro”, ma sono quantitativamente molto limitate (uno-due metri cubi), mentre la coltre alluvionale è notevolmente estesa e, nella seconda metà dell’Ottocento e nei primi anni del Novecento, è stata localmente oggetto di tentativi di coltivazione in grande, con l’impiego di draghe. In periodo autarchico le sabbie del Piota e de