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Angelo DI MARIO: ARnna HIRumina *UR-Fs-(sa).

Il termine ‘città’, nel senso di ‘insieme di case’, risale a molti secoli prima di Cristo; esso è connesso all’idea di ‘costruzione’; voleva indicare una dimora diversa dalla capanna, dalla grotta; il contenuto originario si può cogliere in BAR, la cui scrittura riproduce una pianta rettangolare, munita di apertura, chiamata appunto BAR > ‘casa’, ed è nota agli studiosi, perché corrisponde alla B degli alfabeti; ma esisteva anche PAR ‘casa’; chi sarà nata per primo? Le separa solo una frequente varianza tra le labiali, B > < P. Quest’ultima la conosciamo nel licio PAR-na ‘costruzione > casa’, idea inclusa nel verbo PR-n-na-wa-te ‘ha costruito’ (1, J. Friedrich, DDS), la contiene l’ittita PAR-na-s-se-a ‘famigliari’ (2, F. Imparati, LLI; QSI), il tirseno PAR-ni-ch ‘di casa’ (3, M. Pallottino, TLE); ma la forma desinenzata, come ci suggerisce la fonetica, doveva consistere in una struttura luvia: *PAR-a-sa > PAR-na, *PAR-na-s-sa, ittita PAR-na-s-se-(W)a suwaizzi ‘i famigliari si salvano’ (2), con le inevitabili varianze compatibili, ossia con lo sviluppo seguente: *PAR-a-sa > PAR-na, *PAR-a-s-sa > *PAR-a-n-na/ *PAR-a-z-za/ *PAR-a-t-ta; se togliamo l’iniziale P > F/H, anche questa perdita si verificava, ecco comparire altre forme intermedie, come *HAR-na > *HAR-a-n-na > HAR-na-si “citta(della)” (4, P. Meriggi, MEG), *HIR-u-Fi-n-na > HIR-u-Mi-(n-)na (4, P. Meriggi, MEG); come di consueto bisogna prevedere la caduta anche della H, cogliendo le forme storiche del licio AR-n-na ‘città’, AR-n-na-i ‘cittadini’ (5, TdX), compresa la forma anatolica della Confederazione di AR-za-wa < *AR-a-sa-Fa (1), e le uscite italiche, testimoniate da OR-te, OR-vie-to, AR-e-z-zo, UR-Bs, UR-bi-no, OR-be-te-l-lo < *UR-we-te-cu-lo; ma preferisco la varianza più inconfutabile, emigrata in Italia, dico HIR-u-Mi-(n-)na ‘città’ (3, TLE, 363), senza tralasciare la più famosa, quella nota a tutti, ossia la UR-Bs latina, residuo più antico per la Bss(a) finale, ciò considerando che l’originale aveva la struttura, appunto con la S desinenziale: * > PAR-a-s-sa > HAR-a-s-sa > HAR-a-Fs-sa/ HAR-Fs-s > *HAR-u-Mn-na > *AR-a-n-na per ricordarci anche le notissime città asianiche di *AR-a-s-sa > AR-i-n-na, la nota ‘città del Sole’, e AR-a-t-ta, nemica dei Sumeri, perché il re Enmerkar la minacciava continuamente di distruzione, se non avesse donato ogni sorta di oggetti preziosi, in particolare i lapislazzuli, e i materiali per costruire i propri templi; ce lo racconta l’epopea di ‘Enmerkar e il signore di Aratta’ (6: Helmut Ulhig, IS); notevole anche perché, visti i risultati, sempre fallimentari delle trattative verbali, alla fine questo re straordinario, multicentenario, ispirato da un dio, “Prese allora una zolla d’argilla il signore di UR-u-k,/ vi scrisse parole COME SOPRA UNA TAVOLA./ MAI era stata SCRITTA PAROLA SULL’ARGILLA./ Ma ora, poiché il dio del sole così l’aveva ispirato,/ così accadde. Ed Enmerkar scrisse la tavola.”

Io mi sono sempre domandato: chi scriveva sulla TAVOLA? Lui si mise a scrivere COME SOPRA UNA TAVOLA. E se gli europei Arattesi fossero stati tutti analfabeti, a che scopo avrebbe scritto rivolto proprio a loro con questo strumento inusitato? Chi poteva leggere il documento minatorio? Bisogna sapere che scrisse perché i messi, con le parole non ottenevano nessun risultato; allora pensò: mettiamo le parole per iscritto, quelle non si possono cambiare. Ma gli Arattesi, sia che Enmerkar mandasse loquaci ambasciatori, sia che li facesse presentare con le pandette sulle mani per leggerle pubblicamente, se non conoscevano lingua e scrittura, dovevano rimanere indifferenti, o ancora e sempre sospettosi, per le informazioni lette dai nemici, non da loro.

E’ meglio supporre che qualcuno ad Aratta tracciasse segni proprio sulle Tavolette (di legno); ed Enmerkar, alla fine, si decise ad imitarli, servendosi però della creta, così tanta tra i due fiumi, che chiunque ci avrà potuto giocare già da molto tempo, fino al pensiero di tracciarvi

Roberto PETRIAGGI:Tecniche innovative per restaurare sott’acqua.

Tecniche innovative per restaurare sott’acqua. I recenti esperimenti condotti dal Nucleo subacqueo dell’Istituto Centrale per il Restauro.

Nel settembre scorso, presso il Parco Archeologico sommerso di Baia (Bacoli-NA), si è svolto il 2° cantiere sperimentale di restauro subacqueo di strutture archeologiche sommerse. Progettista e direttore dei lavori è stato Roberto Petriaggi, direttore del Nucleo per gli interventi di archeologia subacquea dell’Istituto Centrale per il Restauro, che già nel 2001 aveva avviato analoga sperimentazione presso la Peschiera romana di Torre Astura (Nettuno-Roma), grazie alla disponibilità e alla collaborazione della Soprintendenza per i Beni archeologici del Lazio e della Direzione del Poligono Militare di Nettuno.

Anche in questo caso, è stata preziosa e indispensabile la cooperazione della Soprintendenza Archeologica per le Provincie di Napoli e Caserta, che ha messo a disposizione una porzione di area archeologica e ha offerto il contributo degli operatori del proprio nucleo subacqueo, permettendo ai tecnici dell’ICR di ampliare, con questo intervento, le esperienze precedentemente acquisite. Oggetto della sperimentazione di quest’anno è stato quello di testare nuovi strumenti e tecniche operative sulle strutture di un ambiente con mosaico pavimentale, facente parte dell’edificio denominato “Domus con ingresso a Protiro“, non distante dalla più celebre Villa dei Pisoni. Il pavimento si presentava fortemente degradato, con una macroscopica infestazione da parte di agenti biologici marini e in grave dissesto strutturale per il cedimento del massetto di fondazione.

Le fasi di lavoro, che hanno visto impegnati gli esperti dell’Istituto coadiuvati dai colleghi della Soprintendenza coordinati dal dr. Paolo Caputo, possono essere suddivise in quattro momenti principali: valutazione dei parametri ambientali; diserbo e pulitura delle superfici architettoniche; riempimento delle lacune del mosaico e ripresa dei paramenti murari; consolidamento e risanamento del dissesto strutturale del pavimento.

Per la pulitura delle superfici, oltre agli strumenti tradizionali già utilizzati a Torre Astura, è stata impiegata per la prima volta una microfresa pneumatica per abradere i residui carbonatici degli organismi marini su superfici particolarmente delicate, quali quelle delle tessere musive e degli affreschi.

A Torre Astura, per l’erogazione delle malte di allettamento e di consolidamento strutturale erano state impiegate sacche di tela impermeabile di forma conica.

A Baia è stato utilizzato anche un prototipo di erogatore subacqueo di malta a pressione, costituito da un serbatoio di acciaio inox alimentato da una bombola di aria.

Una pistola a ugelli intercambiabili di vario calibro, manovrata dal restauratore, permette di
rilasciare il giusto quantitativo di malta per ogni esigenza, sia che si tratti di colmare una profonda lesione, sia che si debba intervenire nel riempimento di una lacuna. Al termine dell’intervento le strutture sono apparse libere dagli infestanti biologici, risarcite delle lesioni e delle lacune e perfettamente leggibili, sia per lo studioso, sia per i visitatori.

E’ ovvio che tale situazione non è destinata a protrarsi nel tempo perché, in assenza di provvedimenti per contenere l’aggressione degli organismi colonizzatori, i muri ed il tappeto musivo saranno presto ricoperti, oltre ad essere soggetti al degrado meccanico e chimico dovuto ai fattori ambientali.

Per ovviare ad inconvenienti di questo tipo, per le strutture non facenti parte di un percorso di visita, il metodo di protezione più semplice ed economico è costituito dalla ricopertura con geotessuto bianco e sabbia, accompagnato da una periodica ed insostituibile sorveglianza da parte del personale tecnico.

Questa procedura potrebbe servire anche per i settori costituenti il percorso di visita ma, in questo caso, le strutture andrebber