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Mario Zaniboni. La nave mercantile romana di Comacchio.

Comacchio è una città antica e, come capita in tutti i luoghi che nel passato sono stati culla della civiltà, quando si avviano sul territorio lavori indispensabili per la realizzazione di strutture ritenute necessarie per la comunità oppure quando si lavora per rendere funzionali opere portate a termine per consentire certe comodità, può capitare di incappare in antichi reperti che parlano di genti vissute tanti secoli fa.
Comacchio non ha fatto eccezione alla regola. Infatti, nel 1980, nel primo tratto del Canale Collettore, il più importante canale di scolo del bacino di Valle Ponti, che era già stato bonificato fra il 1919 e il 1922 subito dopo la conclusione della prima guerra mondiale, si stavano ripulendo dalla vegetazione e rimodellando le sue sponde, e si stava procedendo al dragaggio del fondo, per il mantenimento della regolare portata di deflusso.
Durante l’intervento, gli attrezzi di scavo, lavorando nel fango, incapparono in qualcosa di semiduro, strappandone via dei frammenti, che si dimostrò essere legno. I lavoratori furono incuriositi e successivamente, pensando che là sotto potesse esserci qualcosa di antico, correttamente ritennero opportuno metterne a conoscenza il Gruppo Archeologico di Comacchio che, l’anno successivo, decise di vederci chiaro, ed avviò una serie di sondaggi, subito dopo seguita da grandi scavi, che portarono alla scoperta che i frammenti lignei provenivano da una grande imbarcazione.
Si trattava della nave mercantile “Fortuna Maris”, una delle tante di Comacchio che navigavano nella Pianura Padana o lungo la costa adriatica, forse con un carico trasferito sulla stessa da una nave mercantile più grossa, e probabilmente affondata verso la fine del I secolo a.C. (forse fra il 19 e il 12 a.C., quando a Roma l’imperatore era Ottaviano Augusto).
Successivamente, fu ricoperta dai sedimenti lapidei portati in sospensione dai corsi d’acqua che, nel trascorrere dei secoli, hanno spostato la costa del mare per diversi chilometri verso oriente. L’ambiente in cui l’imbarcazione venne a trovarsi, in cui mancava l’ossigeno, favorì la conservazione dello scafo e di tutto quanto conteneva, cioè legno, cuoio, resti vegetali: tutte sostanze che solamente in condizioni particolari superano i secoli e che sono normalmente assenti nei luoghi dove si svolgono scavi archeologici a causa della loro deteriorabilità. Pertanto, la presenza del carico contribuisce ad accrescere la nostra conoscenza del mondo imperiale romano antico.
Naturalmente, la scoperta galvanizzò tutti e chi di dovere programmò il da farsi. La prima operazione fu quella di togliere il ponte di coperta, notando che l’imbarcazione era priva della prua, e di scaricare tutto quanto costituiva la mercanzia trasportata; poi, si procedette all’allagamento con acqua di falda della fossa in cui la nave si trovava, per proteggerla dalla putrefazione del legno della parte restante, che sarebbe stata favorita dal trovarsi all’asciutto. Poiché non furono trovati resti umani e tutto il carico era presente, sembra corretta l’ipotesi che l’affondamento della nave sia stato tanto repentino da costringere l’equipaggio ad abbandonarla senza perdere tempo. In effetti, l’unica ipotesi che si ritiene plausibile può essere che la nave sia stata colta di sorpresa da una eccezionale mareggiata, che la fece naufragare e arenare nei pressi della foce del fiume Po, mentre era in navigazione per risalirlo.
Del resto, essendo la nave senza deriva e con fondo piatto, fa pensare che fosse adibita a viaggi presso le coste o all’interno, lungo fiumi o in laghi, essendo inadatta a navigare in mare aperto.
Nel frattempo, nel Palazzo Bellini, dove si era deciso di ospitare la nave, si preparò una vasca lunga 25 metri, larga 6 e profonda 3, cioè di dimensioni adatte al reperto, che era lungo una ventina di metri.
I lavori, ripresi a cavallo fra il 1986 e il 1987, furono impostati sull’asportazione del fasciame interno della nave ed altre parti; poi, durante l’inverno 1988-89 si portò a compimento l’opera di estrazione dello scafo. Per farlo in sicurezza, questo fu coperto da una centina in legno, sagomata in modo da adattarla alla sua forma, e, protetto dentro una gabbia metallica, fu attentamente sollevata, trasportata al palazzo Bellini e quindi immessa nella vasca pronta per riceverla. Privata della gabbia metallica, fu sottoposta a una lunga successione di lavaggi ed alla fine il tutto fu sommerso in acqua dolce.
Tutto quanto si fece per quella nave romana è stato suggerito dal fatto che, quando si ha la fortuna di trovare reperti importanti che corrono il rischio di essere irrimediabilmente perduti a causa della loro deperibilità, bisogna correre ai ripari, senza perdere tempo, per bloccare il loro sicuro dissolvimento. Invero, se la rimozione non fosse state effettuata con le dovute cautele, si sarebbe rotto quell’equilibrio instaurato oltre duemila anni fa e in poco tempo il tutto il materiale marcescibile sarebbe andato perduto.
Per quanto riguarda la merce trasportata, questa era varia e rara, per cui il ritrovamento di questa nave apre uno squarcio in merito alle navi onerarie dell’antichità ed alle merci in circolazione nella Pianura Padana qualche decennio prima di Cristo. Infatti, la mercanzia consente di datare l’avvenimento del naufragio di quella nave.
Per quanto riguarda le persone a bordo, il ritrovamento di oggetti personali, quali scarpe, borse, indumenti ed altro, di dadi ed altri oggetti da gioco, di vari tipi di contenitori fra cui quelli per medicinali, di prodotti per l’igiene personale e di un piccolo idolo, denuncia la presenza, oltre che dell’equipaggio, anche quella di passeggeri. Se lo spazio a bordo lo consentiva, perché non approfittarne per raggranellare qualche soldo extra? Del resto, se ci fosse stato un dubbio sulla presenza di estranei, questo sarebbe stato dissipato dal fatto di trovare, fra i reperti, una pantofola di un bambino e calzature femminili.
Inoltre, sembra di poter asserire che a bordo vi erano pure militari, almeno da quanto si è trovato: infatti, fra le varie cose, fanno bella mostra di sé un paio di sandali chiodati (chiamati caligae), che servivano per proteggere stivali di cuoio, formando un tutto robusto e adatto per affrontare lunghe marce, ed un gladio ben decorato ed altro ancora.
Il carico recuperato, dopo un lungo lavoro di cernita, pulizia e, se necessario, restauro, è stato sistemato nel Museo Delta Antico, allestito nel 2001 nell’antico Ospedale degli Infermi, costruito nel XVIII secolo, fra il 1778 e il 1884, nel quale è stato predisposto un percorso accompagnato dal rumore del mare e dalla musica.
Quando subì il naufragio, la nave oneraria era ricolma di merci e pesava sicuramente attorno alle 130 tonnellate. Con un carico simile, non poteva che essere in partenza per percorrere il fiume Po fino dove era possibile navigare, con l’intenzione di commerciare lungo il percorso oppure per soddisfare le richieste avanzate a suo tempo da qualche rivenditore. Ciò è dimostrato dalla abbondanza di oggetti e dalla loro varietà, rimarcando la sua importanza nel campo commerciale.
Il carico di maggiore peso, nel vero senso della parola, era costituito da 102 pani o lingotti di piombo, che andavano da 19,50 a 41,50 chilogrammi per un totale di 3,10 tonnellate. Sulla provenienza del piombo si sono fatte molte discussioni che hanno innestato un dibattito controverso, che pare non abbia portato ad una conclusione sicura, per cui potrebbe essere stato estratto dai giacimenti della’Illiria, dell’Hispania oppure delle Baleari. Comunque, ciò che conta, è che a quei tempi il piombo era un metallo pesante molto diffuso per l’abbondanza dei suoi giacimenti, per le sue proprietà, per la sua facilità di lavorazione e per il conseguente basso costo. Però, oltre ai pregi appena ricordati, il piombo aveva pure un grande difetto, in quanto era estremamente velenoso, come capitò di toccare con mano sia con il suo uso per produrre condutture per l’acqua di alimentazione, sia con l’abitudine di addolcire il vino ricorrendo ai suoi ossidi: i risultati sulla salute furono spesso micidiali. Solamente questa tragica esperienza mise il piombo al posto che si merita.
Questa faccenda ricorda quanto è capitato nel mondo moderno, non tantissimi anni fa, a proposito dell’uso dell'”eternit”, materiale a base di amianto che fu messo fuori commercio solamente dopo che si scoprì la sua letale potenzialità, giacché poteva provocare l’asbestosi e il mesotelioma pleurico, una grave forma di cancro. Purtroppo – come si dice – “del senno di poi”, con quel che segue.
Erano presenti magnifiche anfore greche e turche, molte con tappi in terracotta, recipienti pieni di vini greci preziosi e di vini comuni sia greci sia italici, contenitori ricolmi di olio italico e vasellame vario, gutti (cioè quei recipienti che lasciano uscire il liquido goccia a goccia). Oltre alle ceramiche, prodotte da botteghe artigiane; c’erano pentole in metallo spagnole, e non mancavano profumi esotici e prodotti per l’igiene.
Oltre al carico di merci destinato alla clientela, c’erano tutti gli oggetti che servono nella vita quotidiana. Innanzitutto, nella cambusa, situata a poppa, si è dimostrato interessante il ritrovamento di un focolare in laterizio con un piano di cottura in argilla refrattaria e coperto da tegole, che serviva per preparare i pasti. Ecco che non potevano mancare olle per bollire e cuocere minestre, tegami per stufati e brasati, padelle per friggere o da inserire nel forno, talune munite del codolo in cui inserire il manico, bicchieri, piatti, di cui alcuni potevano servire anche da coperchi. Inoltre, erano pronti per essere usati mortai, mestoli, ramaioli, pentole, una lucerna, una caldaia di bronzo. Interessante fu il recupero di una casseruola rivestita in legno che quasi sicuramente serviva per conservare il cibo caldo: un thermos ante litteram dunque.
C’erano pure le scorte di vino e altri liquidi, in contenitori vari, farina, carne affumicata di galli, pecore, buoi, maiali. Ma sicuramente la dieta dell’equipaggio e dei viandanti era integrata da animali di mare, come lo dimostrano gli ami ed un’ancoretta che poteva servire per catturare grossi pesci, calamari o polpi; fu trovata, fra l’altro, una nassa ricolma di mitili, sicuramente pronti per essere consumati. Molto interessante il ritrovamento di una stadera, che serviva per stabilire l’entità di grosso pesi.
Furono rinvenuti anche oggetti che servivano per il governo della nave, vale a dire bozzelli, un’ascia, un’ancora e gli anelli che servivano per la sua movimentazione per mezzo di funi, una sassola, attrezzo per aggottare la nave, liberandola dall’acqua sul fondo.
Ancora oggi la nave non è esposta al pubblico, e non si sa se o quando ciò potrà avvenire, mentre al Museo è a disposizione del pubblico tutto quanto faceva parte del suo carico, sia per il commercio, sia per la quotidianità dell’equipaggio e dei passeggeri.
Questi oggetti danno un’idea di come si svolgesse la vita di bordo per quanto si riferisce agli impegni di lavoro dell’equipaggio ed in merito ai passatempi dei viaggiatori.

Autore: Mario Zaniboni – zamar.22blu@libero.it

COMACCHIO (Fe). Museo Delta Antico.
https://www.archeomedia.net/comacchio-fe-museo-delta-antico/
https://www.museodeltaantico.com/sezione/il-carico-della-nave-romana/

COMACCHIO (Fe). Museo della Nave Romana.
https://www.archeomedia.net/comacchio-fe-museo-della-nave-romana/

Mario Zaniboni. Coppa di Arkesilas, un kylix magnifico.

Durante l’esecuzione di ricerche e scavi nell’area archeologica di Vulci nell’Etruria, territorio laziale compreso fra i fiumi Arno e Tevere e il Mare Tirreno, venne alla luce, insieme con altri interessanti reperti, una magnifica coppa a figure nere su fondo bianco: si trattava di un kylix, cioè di uno di quei tipici manufatti in ceramica che servivano nelle libagioni e nelle bevute, alto 20 centimetri e con il diametro di 29 centimetri.
Il reperto è stato prodotto fra il 565 e il 560 a.C. dal così definito pittore di Arkesilas, per il fatto che il personaggio più importante è il re di Micene Arcesilao II. Sul tondo, infatti, è messo in evidenza il sovrano, che segue attentamente e controlla alcuni servitori nelle operazioni di pesa, imballaggio e stoccaggio della lana, secondo alcuni studiosi; mentre, secondo altri, e forse più plausibile, si tratta di una partita di silphion, una pianta rara, che era la risorsa commerciale di maggior valore, venduta come spezia e medicinale, di cui Cirene aveva il monopolio, e che era fondamentale per l’economia cittadina. In effetti, lo era a tal punto che essa divenne il simbolo della città e fu coniata su diverse monete.
Iscrizioni riportano i nomi dei presenti, fra cui è pure una figura ammantata.
Interessante soffermare l’osservazione sulla rappresentazione della bilancia a piatti, che denota le conoscenze tecnologiche di allora.
Che Cirene avesse contatti commerciali anche con paesi dell’Africa lo dimostrano le figure rappresentanti animali, vale a dire un gatto, una lucertola, uccelli e, soprattutto, scimmie.
Oggi, il kylix è esposto al Cabinet des médailles della Biblioteca nazionale di Francia a Parigi, dove può essere ammirato ed apprezzato dagli amanti delle cose che giungono a noi da un passato molto lontano.

Autore: Mario Zaniboni – zamar.22blu@libero.it

Michele Zazzi. La stipe votiva etrusca del Lago degli Idoli nei pressi del Monte Falterona.

Il cd Lago degli Idoli (1380 m s.l.m.) è situato in località Ciliegeta nel territorio del comune di Stia (AR) a sud della cima del Monte Falterona ed a poche centinaia di metri dalle sorgenti dell’Arno.
Il Lago era denominato della Ciliegeta e fu ribattezzato Cava o Lago degli Idoli a seguito del ritrovamento nelle sue acque di una importante stipe votiva etrusca.
Nel maggio 1838 una pastorella trovò sulle sponde del bacino lacustre un‘oggetto metallico che risultò essere un bronzetto di circa 20 cm raffigurante una figura maschile con pelle di leone. Fu costituita una società da parte dei proprietari dei fondi locali per compiere ricerche sul posto.
Solo il primo giorno di scavo (forse il 6 giugno) a poca profondità sulle sponde del lago furono ritrovati 200 bronzetti. Considerati i risultati fu deciso di prosciugare del tutto il lago per esplorarne anche la parte interna. All’esito delle ricerche, per quanto risulta dalle fonti che si sono occupate dei ritrovamenti, emersero circa 650 pezzi. Il lago restituì circa 600 bronzetti tra figure umane intere, mezzi busti e parti anatomiche (teste, mani, braccia, gambe. piedi, mammelle, occhi); bronzetti con figure animali (buoi, capre, pecore e cavalli); catene; fibule; un frammento di candelabro in bronzo; circa 1000 pezzi in rame ed in bronzo, aes rude; qualche aes signatum; una moneta (romana) con Giano ed un tempio; circa 2000 punte di freccia; pezzi di aste, coltelli e spade in ferro; frammenti di ceramica rozza e fine e qualche vaso intero.
George Dennis, che ebbe modo di vedere i reperti, riferisce che i bronzetti rappresentavano figure umane, maschili e femminili, e divine, variavano in altezza tra i 5 e i 43 cm, che la maggior parte erano di fattura piuttosto rozza ma che alcuni erano di notevole livello: la figura di un guerriero con elmo corazza e scudo interpretato come Marte, un bronzetto maschile con pelle di leone sulle spalle (Ercole), una rappresentazione di Diana.
Non furono trovate iscrizioni.
All’interno del lago si rinvennero anche tronchi di abete e faggio accatastati.
Nelle immediate vicinanze non sono emersi resti di un eventuale edificio sacro o di un tempio.
All’epoca il Granducato di Toscana non aveva diritti sui reperti del sottosuolo.
Il Direttore delle Regie Gallerie di Firenze interpellato per iscritto dai ritrovatori non manifestò interesse all’acquisto dei reperti ed anzi ne autorizzò la vendita a terzi (in data 20 marzo 1840).
I bronzetti furono acquistati da collezionisti privati e da musei quali il British Museum, il Museo del Louvre, il Museo di Arte e Storia di Ginevra, L’Hermitage di Pietroburgo, la National Gallery di Baltimora.
Nel 1972 e poi nel 2003 e nel 2004 – 2006 si sono svolte ulteriori campagne di scavo.
Le più recenti indagini in particolare sono state effettuate dal Gruppo Archeologico Casentinese sotto la Direzione della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana ed hanno portato alla luce altri reperti tra cui circa 150 bronzetti a figura umana ed animale. Sono stati trovati anche gioelli in pasta vitrea e laminette auree.
Gli oggetti rinvenuti nelle ultime campagne sono conservati al Museo Archeologico del Casentino Piero Albertoni di Bibbiena.
I reperti ritrovati sul sito lacustre sono databili tra il VI ed il III secolo a.C. La maggioranza degli studiosi propendono per l’origine etrusca degli ex voto ritrovati presso il lago degli idoli e per la notevole pluralità dei centri di produzione: accanto ai reperti locali sono stati individuati oggetti provenienti dall’Etruria tirrenica e da quella padana.
Si ritiene che alle acque del lago fossero attribuite proprietà salutari e che i reperti fossero stati depositati dai fedeli nel lago per ringraziamento o a scopo propiziatorio (il primo sostenitore di tale tesi fu Emil Braun, allora segretario dell’Istituto Archeologico di Roma). Il mancato ritrovamento di strutture (rivestimenti architettonici, edificio sacro, tempio) porterebbe a ritenere che la sede della divinità fossero le acque stesse del lago.
Per Il carattere sanificante delle acque deporrebbero i ritrovamenti di statuette di devoti e di raffigurazioni di parti separate del corpo umano (cd ex voto anatomici).
Si è considerato anche che dal legno dei faggi, ritrovati in gran numero ammassati sul fondo del lago, si ricava il creosoto sostanza con proprietà antisettiche e balsamiche.
Non abbiamo elementi che ci consentano di individuare la divinità cui era dedicato il luogo di culto.

Sul lago degli Idoli cfr., tra l’altro:
– Alberto Maria Fortuna, Fabio Giovannoni, Il Lago degli Idoli Testimonianze Etrusche in Falterona, Firenze 1975;
– Lago degli Idoli in casentino.it;
– Francesco Trenti, Il lago degli Idoli La scoperta i reperti la storia, I Quaderni dell’Arca – Museo Archeologico del Casentino Piero Albertoni, 2022;
– George Dennis, Città e necropoli d’Etruria, Edizione Italiana a cura di Elisa Chiatti e Silvia Nerucci, Nuova Immagine, Volume secondo, 2015, pagg. 111 e ss.;
– Luca Fedeli, La stipe votiva del Lago degli Idoli in Etruschi nel tempo I ritrovamenti di Arezzo dal ‘500 ad oggi, luglio – dicembre 2001, Catalogo della Mostra, pagg. 89 e ss.

Di seguito immagini del Lago degli Idoli e di bronzetti provenienti dal lago conservati al Museo Archeologico del Casentino, al Museo del Louvre ed al British Museum.

Autore: Michele Zazzi – etruscans59@gmail.com

Michele Zazzi. Firenze etrusca.

A Firenze nel I secolo a.C. come noto si sviluppò la colonia romana di Florentia. La ricerca di tracce preromane si presenta alquanto complessa in quanto la continuità abitativa (dai romani, al medioevo ai tempi moderni) ha in gran parte cancellato il passato. Il territorio della città di Firenze ha comunque restituito nel tempo reperti riferibili agli Etruschi.
Nell’ottocento, nella zona tra Via Pellicceria, Via Porta Rossa, Via del Campidoglio e Via degli Strozzi, a 7 metri sotto il livello stradale, fu rinvenuta una necropoli villanoviana di quasi quattromila metri quadrati. Furono trovate tombe a pozzetto con cinerari biconici coperti da ciotole rovesciate. Le urne contenevano le ceneri dei defunti ed erano collocate in un dolio (ne furono trovati almeno una ventina, ma molti andarono distrutti) insieme al corredo. Reperti forse attribuibili ad una tomba villanoviana femminile – una fibula di bronzo ed un rocchetto d’impasto – provengono da lavori effettuati nel 1978 tra Via Laura e Borgo Pinti.
Nel 1891 – 1892 furono rinvenuti un cippo scolpito e due bronzetti votivi. Il cippo di pietra serena decorato a rilievo, databile fine VI inizi V secolo a.C., era stato reimpiegato nella facciata della Chiesa di San Tommaso e con tutta probabilità era pertinente ad una tomba. Sulla faccia principale vi è rappresentata una figura maschile (sacerdote?) che impugna un lituo, sulla faccia opposta un grifo, sulle altre due facce vi sono leoni rampanti.
Il primo bronzetto, recuperato nel corso di lavori nel centro città, rappresenta un guerriero o Laran/Marte. L’altro, che riproduce un giovane nudo, proviene dalle fondazioni della chiesa di San Tommaso.
Nel ‘900 a seguito di scavi archeologici in piazza della Signoria sono emersi frammenti ceramici corinzi databili alla seconda metà dell’VIII secolo a.C.
Un frammento di cippo chiusino con scena sepolcrale scolpita, conservato al Museo dell’Opera del Duomo, fu rinvenuto in una cantina in Piazza della Canonica nel 1904.
Nel 1926 presso Piazza della Repubblica furono trovati frammenti di un foculo in bucchero pesante chiusino (della seconda metà del VI secolo a.C.).
Nel 1980 tra Via Cavour e Via de Gori è emerso un frammento di piede di calice in bucchero di produzione locale della seconda metà del VII secolo a.C.
Nel 1983 in Via dei Bruni fu scoperto un cippo funerario simile a quello rinvenuto nella chiesa di San Tommaso. Sulle facce sono raffigurati rispettivamente una figura maschile munita di lancia, un grifo e due leoni rampanti.
Tra il 2003 ed il 2004 durante lavori di ristrutturazione di un edificio ottocentesco, in un ambiente sotterraneo fra la Badia Fiorentina, Via del Proconsolo e Via Dante Alighieri è stata scoperta una fossa circolare contornata da buche di pali, con probabile funzione di sostegno ad una struttura di legno di tipo palafitticolo. Dalla terra di riempimento sono emersi frammenti di ciotole d’impasto ed una coppa di bucchero con iscritto il nome “Upu”. Più in profondità c’erano anche altre due coppe in bucchero inscritte (una delle quali reca l’iscrizione “VL”) e ollette d’impasto. I materiali sono databili al VII – VI secolo a.C.
Scavi effettuati tra il 2010 ed il 2011 (Via Nazionale) hanno restituito alcune fornaci per la produzione di vasi in ceramica d’impasto, tegole, attrezzi per uso domestico riferibili al VI – V secolo a.C.
Da Firenze provengono anche due bronzetti uno maschile (da Piazza Signoria) ed uno femminile (dallo Sdrucciolo di Orsanmichele), molto simili nella fattura, databili fine VII inizi VI secolo a.C., forse riconducibili ad un santuario.
Recentemente è stato ipotizzato che la collina sulla quale sorge il Cimitero degli Inglesi sarebbe stata in origine un grandioso tumulo etrusco (in questo senso Luigi Donati).
Presso il Giardino Chianesi ed il Giardino dei Conti della Gherardesca (e quindi nella stessa area del ridetto Cimitero) ed in prossimità della strada di Borgo Pinti, che è parte di un tracciato di origine etrusca, vi sono altre collinette, seppur meno imponenti, simili a tumuli. Proprio in Borgo Pinti, come ricordato, furono rinvenuti una fibula a sanguisuga in bronzo ed un rocchetto d’impasto riferibili ad una tomba databile all’VIII – VII secolo a.C.
La montagnola del Cimitero già nel XVII secolo fu oggetto di interventi che ne comportarono la modifica anche nelle dimensioni.
Il quadro complessivo dei ritrovamenti (non tantissimi, ma almeno in parte significativi) consente di ipotizzare (non una semplice frequentazione da parte di Etruschi ma) l’esistenza di un centro abitativo etrusco dalla fase villanoviana fino alla fase arcaica, come in particolare attesterebbero aree sepolcrali (necropoli villanoviana e cippi arcaici) aree produttive (fornaci) ed alcune iscrizioni etrusche.
L’insediamento sarebbe forse sorto in riva all’Arno, all’incirca nell’attuale centro della città (in questo senno Giovannangelo Camporeale). Poteva trattarsi di un porto fluviale utilizzato dalla vicina città etrusca di Fiesole. A tale ultimo proposito si segnala che nel 1901 a seguito di lavori in Piazza Mentana emerse un grande muro ad una profondità superiore a quella dei reperti romani che poteva essere a protezione del porto.

Sugli etruschi a Firenze cfr. tra gli altri:
– Giovanni Spini Enio Pecchioni, Firenze Etrusca Ipotesi storiche, realtà archeologiche, Press & Archeos, 2023;
– Luigi Donati, Cimitero degli Inglesi Un tumulo Etrusco a Firenze? in Archeologia Viva, luglio – agosto 2024, pagg. 40 e ss.;
– G. Camporeale, Workshop archeologia a Firenze, 2013; Ipotesi per una Firenze etrusca nel sito Facebook Floreinassance.

Di seguito immagini del cippo di San Tommaso, di urna biconica proveniente dalla necropoli Gambrinus e della foto relativa agli scavi della necropoli villanovina Gambrinus tratta dal sito memoriedalmediterraneo.com.

Autore: Michele Zazzi – etruscans59@gmail.com