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Michele Zazzi. Il sarcofago di Laris Pulenas (detto anche del magistrato) a Tarquinia.

Il 12 novembre 1978 Luigi Dasti (sindaco di Corneto del tempo) scoprì a Tarquinia nella Necropoli dei Monterozzi la tomba dei Pulenas, che presentava struttura teatriforme ed era decorata con riquadri rossi sul soffitto e corone floreali alle pareti. L’ipogeo, oggi scomparso, conteneva ben 21 sarcofagi; tre di questi, tra cui anche quello di Laris Pulenas, furono rimossi dalla tomba e sono conservati presso il Museo Nazionale di Tarquinia.
Il sarcofago in oggetto (lunghezza 1,98 m, larghezza 62 cm, altezza 63 cm) è in nenfro.
Sul coperchio vi è rappresentato il defunto, un uomo anziano semi recumbente con braccio sinistro appoggiato su due cuscini, che tiene tra le mani un rotolo (papiro) parzialmente aperto recante una lunga iscrizione in parte lacunosa. Si tratta del più lungo epitaffio etrusco conosciuto.
La cassa è ornata da un bassorilievo con scena di carattere infernale. Al centro un personaggio privo di testa, probabilmente il defunto. Ai lati di quest’ultimo due demoni muniti di martello (Charun ?). A destra seguono una figura alata femminile (Vanth, lasa ?) ed un personaggio di bassa statura. Sulla sinistra accanto al demone vi sono un uomo ammantato volto verso un’altra figura alata femminile.
Il testo dell’iscrizione, la cui interpretazione da parte degli studiosi è piuttosto controversa, si compone di circa 60 parole (originariamente dipinte in rosso) ed è distribuito su 9 righe scritte da destra verso sinistra.
Dall’iscrizione si evince che Laris Pulenas era figlio di Larce, nipote di Larth e di Velthur e pronipote di Laris Pule Greice (origine, provenienza greca?). Ad avviso dello studioso Jaques Heurgon, Laris Pule Greice, il bisnonno di Laris Pulenas, sarebbe da individuare con l’indovino greco Polles (citato da tardi scrittori bizantini), autore a sua volta di opere sull’arte divinatoria.
Dall’epitaffio si evince che Laris Pulenas sarebbe stato autore di testi aruspicini (“zịχ nẹθσrac”) e non è escluso che abbia esercitato l’aruspicina. Avrebbe svolto una qualche attività relativa ai culti degli dei Catha (“caθas”), Pacha (“paχanac”), Culsu (“culsl”) e forse Hermes (“hermeri”).
Il testo, secondo alcuni, sembrerebbe far riferimento alla consacrazione di luoghi sacri (tempio, sacello) ed alla donazione di statue alle divinità. Laris Pulenas inoltre avrebbe forse ricoperto anche un’alta funzione ammnistrativa nella città di Tarquinia (“creals . tarχnalθ . spurem . lucaircẹ”). Il termine “parniχ” nella parte finale dello scritto è stato confrontato con la forma parχis dell’iscrizione magistratuale zilaθ parχis.
Nell’incertezza interpretativa dell’epitaffio Laris Pulenas è stato anche descritto come un personaggio influente della Tarquinia di III secolo che avrebbe avuto un ruolo importante nell’esercizio del culto, realizzando anche opere di culto (mecenate), ma che, anche in considerazione dell’origine straniera della famiglia di appartenenza, avrebbe agito a titolo privato e senza ricoprire incarichi pubblici.
Dunque questo membro di spicco della famiglia dei Pulenas assunse iniziative rilevanti nella sfera religiosa della comunità tarquiniese e forse svolse anche vere e proprie funzioni sacerdotali; il suo coinvolgimento nell’ambito magistratuale locale resta piuttosto incerto.
Il monumento, conservato nel Museo Nazionale di Tarquinia, è databile intorno al 270 a.C.

Sul sarcofago di Laris Pulena cfr., tra gli altri:
– Alberto Palmucci, Il rotolo di Laris Pulena, Traduzione dall’Etrusco, commento e note, Genova “Molassana”, 2016;
– Giovanni Schioppo, Laris Pulena;
– Giulio M. Facchetti, L’enigma svelato della lingua etrusca … Newton & Cmpton Editori, 2000, pagg. 62 e ss.;
– Enrico Benelli, Iscrizioni etrusche leggerle e capirle, SACI edizioni, 2007, pag. 262;
– Massimo Pallottino, Etruscologia, Hoepli, 1984, pag. 441;
– Valentina Belfiore, Studi sul lessico “sacro”: Laris Pulena, le lamine di Pjrgi e la bilingue di Pesaro in Rasenna: Journal of the Center for Etruscan Studies, 2011, Volume 3, Issue 1, Article 3;
– Tarquinia Museo Archeologico Nazionale, Guida breve, “L’Erma” di Bretschneider, 2002, pagg. 30 – 31.

Autore: Michele Zazzi – etruscans59@gmail.com

Francesca Bianchi. Alla scoperta del Parco storico archeologico di Sant’Antioco (II parte).

La seconda puntata del reportage realizzato al Parco storico archeologico di Sant’Antioco (SU) è dedicata al MAB – Museo archeologico “Ferruccio Barreca” e al Tofet.
L’operatrice turistica Daniela Dessena ha ripercorso per i nostri lettori la storia del Museo archeologico, realtà museale che accoglie un’ampia gamma di reperti provenienti dall’isola di Sant’Antioco, e del tofet, santuario fenicio-punico che ha restituito circa 3500 urne e 1500 stele…

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Autore: Francesca Bianchi – francesca-bianchi2011@hotmail.com

Cinzia Loi. Gli arcivos.

Nell’ambito della manifestazione “Wine, Fregula e Cassola”, appuntamento enogastronomico autunnale promosso dal Comune di Neoneli, l’Associazione Paleoworking Sardegna ha curato la visita guidata ai palmenti rupestri rinvenuti finora in questo territorio.
Il tipo di impianto più comune è costituito da un sistema di due vasche – la vasca di pigiatura e la vasca di raccolta – scavate ognuna in un unico blocco di pietra finemente scolpito. La vasca di pigiatura, munita di un beccuccio o di un foro di scolo, risulta posizionata sempre a una quota più elevata rispetto alla vasca di raccolta così da facilitare il deflusso del liquido di spremitura. La vasca di raccolta, collocata in senso trasversale rispetto alla vasca di pigiatura, presenta di solito forma rettangolare; mancano quasi del tutto le coppelle di raccolta, come pure assenti appaiono le tracce di intonaco. In alcuni casi questi manufatti risultano addossati a costruzioni quadrangolari di pietre a secco chiamate Arcivos, funzionali allo stoccaggio dell’uva in attesa di essere pigiata.
Il termine Arcivos è un prestito dallo spagnolo “archivio” e il significato di “costruzione in pietra destinata al deposito dell’uva” sembra un’estensione semantica di “archivio” che, nello spagnolo colloquiale, è impiegato nell’accezione di “local donde se hace, se ordena o trabaja algo”. Inoltre, in catalano, la voce corrispondente “Arxiu” (archivio) conosce pure l’accezione di “lloh on hi ha moltes coses mal desades” (luogo in cui vi sono molte cose mal riposte).

Autore: Cinzia Loi – loicinzia71@gmail.com

Fotografie a cura di Maria Cova – località Grughes

Francesca Bianchi. Alla scoperta del Parco storico archeologico di Sant’Antioco (I parte).

Il mese scorso ho avuto il piacere di realizzare un reportage al Parco storico archeologico di Sant’Antioco (SU), gestito da quasi quarant’anni dalla Cooperativa Archeotur.
Il reportage uscirà in due puntate. In questa prima parte l’operatore turistico Archeotur Emanuele Lai ci guida alla scoperta del Villaggio Ipogeo, del Museo etnografico Su magasinu ‘e su binu, del Forte Su Pisu, della Necropoli di Is Pirixeddus e dell’Acropoli…

Leggi tutto nell’allegato: Sant’Antioco reportage Parco archeologico (I parte) – Intervista Emanuele Lai 1

Autore: Francesca Bianchi – francesca-bianchi2011@hotmail.com