Tutti gli articoli di Feliciano Della Mora

Michele Santulli. Carmelina, la modella seduttrice.

E’ l’opera più acclamata del pur ricchissimo museo di Belle Arti di Boston, la ‘Carmelina’ di Henri Matisse (1869-1954), degli inizi del 1900: già il vezzeggiativo ‘Carmelina’ riprova la particolare attenzione nutrita dall’artista verso la propria creazione. Si chiamava Carmela Caira originaria di un paesino della Valcomino, territorio tra Cassino e Sora.
Una esistenza difficile della emigrazione a Parigi, un contesto familiare e sociale che definire degradato è poca cosa, a malapena sapeva apporre la propria firma: dodicenne-tredicenne si presenta allo studio del pittore J. A. Mc Neill Whistler che, molto avanti negli anni, ne apprezzò il coraggio e la determinazione e ne scrisse alla moglie descrivendone le peculiarità fisiche: gambe lunghe, seno prorompente, occhi mobili e balenanti, capigliatura corvina; già più alta di lui. La ingaggiò come modella e gradualmente l’assunse sotto la propria completa protezione, a parte i numerosi dipinti e disegni a lei dedicati. Intanto ad appena quindici anni Carmen si unisce in matrimonio con un suo compaesano e dopo un paio di anni tutto finisce e si separano. La felice protezione di Whistler la porta a conoscere anche una allieva pittrice americana Alice Pike Barney, la quale a sua volta prende in simpatia Carmen che negli anni a venire ingaggia come modella per alcune opere, qualcuna particolarmente indicativa. Ma l’incontro con la pittrice oltre ad essere un posto sicuro di lavoro, riveste un ulteriore motivo di interesse per Carmen in quanto una delle due figlie della pittrice, Natalie, bella, bionda, ventanni, libera e estroversa, poetessa e scrittrice, appena vede Carmen che posa nello studio di sua madre prorompe: “ho incontrato il mio amore!” In realtà come non poche ragazze della sua condizione, ricche e libere, Natalie coltiva il mito di Lesbo, è attratta dalle donne non dagli uomini, senza pregiudizi e prevenzioni.
Whistler sostiene sempre di più Carmen fino ad aprire una scuola di pittura al suo nome, l’Académie Carmen che lei dirige e dove posa anche come modella. E anche da tale esperienza difficile e gravosa durata tre-quattro anni, come pure dal secondo matrimonio, sempre in questi anni, con uno squattrinato accordatore di pianoforti pure della Valcomino, Carmen matura un carattere determinato e deciso, disinibita e pronta a tutto!
Matisse, per tornare all’inizio, allorché verso il 1903 nello studio dello scultore Rodin che frequentava al fine di acquisirne insegnamenti di scultura, un giorno notò che una coppia di modelli posava per una edizione speciale in marmo del ‘Bacio’ commissionata da un antiquario inglese Edward P.Warren: la modella ciociara, nella sua sfolgorante nudità, si chiamava Carmela. E Matisse ne fu colpito.
Carmelina ha 22-23 anni, ha vissuto già la propria esistenza quasi al completo, a contatto di una realtà così diversificata ed impegnativa, pur se sotto la protezione vigile di Whistler. A parte la natura spregiudicata della modella a seguito di altri episodi e fatti di cui nel frattempo si era resa protagonista nonostante l’occhio protettivo e comprensivo di Whistler ormai verso la fine, Matisse, al di là di qualsivoglia tentativo di giudizio, ne ha intuito e capito in special modo la sua emancipazione e libertà convissute, riconosce e accetta lo stato di fatto e, ecco l’aspetto intrigante, perfino si compiace e ad attenta osservazione del dipinto, ne riconosce nella sua fisionomia anche un qualche tratto di androginia. E ne viene fuori quel capolavoro travolgente e rivoluzionario che oggi tutti ammirano.
Natalie è completamente conquistata da Carmen: anche quando coltiva altre relazioni. Jean Chalon, raffinato scrittore, nella sua biografia alla “cara Natalie”, pur elencando la serie lunga di passioni e avventure, ha in più occasioni evidenziato la nostalgia di cui, nel corso degli anni, Natalie faceva segno la indimenticabile Carmen: due fatti, ricorda il biografo, la rendevano sempre sensibilmente vicina, il primo era che Carmen per le amiche peccatrici di Natalie era considerata la panacea risolutiva alla eventuale maternità indesiderata e, secondo fatto, Natalie deve letteralmente la vita a Carmen: infatti Natalie faceva parte di una associazione esclusiva di donne facoltose e dell’alta aristocrazia che ogni anno organizzavano a Parigi una vendita di beneficenza a favore dei bisognosi e il 4 maggio 1897 era prevista una tale seduta: il Bazar de la Charité, in cui Natalie disponeva di uno stand di vendita come le numerose donne: l’incontro con Carmen quel giorno era così stimolante e ricco per entrambe che ad un certo momento dimenticarono o ignorarono la manifestazione per restare assieme. E così fu.
Ma avvenne che in quella mattinata fatale un violentissimo incendio scoppiò nel grande capannone ormai pieno quasi tutto di sole donne che ebbe un esito esiziale in quanto circa 130 di loro perirono nell’incendio!
Altri particolari su Carmelina come pure su Natalie e le donne che frequentavano il suo salotto in “MODELLE E MODELLI CIOCIARI A ROMA, PARIGI E LONDRA”.

Autore: Michele Santulli – michele@santulli.eu

 

Pino Mollica. Vitalità della cultura figurativa longobarda.

Un particolare dell’effige di San Michele Arcangelo nell’antico stemma di Lagonegro scolpito nel XVI sec. su una porta della città, suscita una serie di connessioni ed una suggestione riguardo alla prospettiva di vitalità di un filone artistico di origine longobarda: sembra configurarsi come segno della permanenza di una vena artistica popolare, latente, che riemerge in questo rilievo cinquecentesco, tanto sorprendente, quanto ideologicamente trascurata, o oscurata…

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Autore: Pino Mollica – pino_mollica@yahoo.it

Marco Ricchi. Monogramma mariano in una antica ceramica.

E’ sempre più raro trovare nei negozi o nei mercati di antiquariato dei veri mattoni di ceramica artistica , pochi sono posseduti dai privati mentre la più estesa collezione di questo genere di oggetti si trova nel Museo Acerbo in Loreto Aprutino e nel museo della Ceramica di Castelli in Castelli (Te)…

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Autore: Marco Ricchi – lukyredmr@libero.it

Mario Zaniboni. Sismoscopio di Zhang Heng.

Nel 132 d.C., il cinese Zhang Heng, scienziato famoso, oltreché matematico (calcolò il pi greco – π- valutandolo tra 3,1466 e 3,16122) e artista (pittore e poeta), ritenuto da qualcuno come il Leonardo da Vinci cinese, vissuto fra il 78 e il 139, mise a punto il sismoscopio, strumento nato per “indagare fluidi e rilevare i movimenti della terra”, cioè i terremoti; questo strumento precedette di ben 1571 anni quello inventato nel 1703 dal francese Jean de Hautefeuille.
Secondo Zhang Heng, i movimenti della terra erano da attribuire al moto dell’aria, che per conto suo è tranquilla, se non interviene una causa esterna che la scuote, l’agita o la comprime, per cui lei, per liberarsi, supera ciò che l’ha aggredita. Con il sismoscopio diveniva nota la direzione di provenienza.
Venuti a conoscenza delle sue idee, i regnanti della dinastia Han gli conferirono l’incarico di costruire un congegno che fosse in grado di stabilire la provenienza delle onde sismiche allo scopo di mandare sveltamene aiuti ai colpiti da un terremoto.
Lo strumento è costituito da un vaso in bronzo con saldati attorno otto draghi aventi il capo rivolto vero il basso, posizionati come i punti cardinali della rosa dei venti, e con in bocca una palla di bronzo. Al centro del vaso è sistemato un pendolo che, se risente di una scossa del suolo, inizia a oscillare nella direzione della sua provenienza, facendo azionare il dispositivo del drago corrispondente, facendogli aprire la sua bocca per lasciare cadere la palla in quella della rana, rivolta verso l’alto. La scelta degli animali usati per lo strumento fu effettuata a ragion veduta: infatti, Zhang Heng mise in alto i draghi, simboli del cielo, e in basso le rane, simbolo della terra, per dire che era il vento, esistente nel cielo, a provocare i sommovimenti del suolo.
Quando, in un giorno del 138, successe che una delle palle cadde senza che nessuno avesse avuto il sentore di un movimento del suolo, gli astanti ne sentirono il rumore contro il bronzo della rana, ma non si preoccuparono più di tanto e pensarono che fosse successo per colpa di un qualche difetto del sismoscopio. Secondo la sua indicazione, c’era stato un terremoto nella direzione puntata a ovest della capitale Luoyang, che fece drizzare le orecchie agli ufficiali dell’impero; ma non essendo stato sentito nulla nella capitale, questi non furono convinti fino in fondo che fosse stato un sisma e non diedero il giusto peso all’indicazione della macchina. Dopo pochi giorni, però, giunse un messaggero che portò la notizia che a Gansu, località distante circa 600 chilometri, era stato avvertito un terremoto: questa fu la dimostrazione che lo strumento funzionava, captando i sismi distanti anche centinaia di chilometri.
La corte imperiale, venuta a sapere quanto era successo, fu piacevolmente sorpresa del risultato ottenuto da Zhang Heng, complimentandosi con lui.
Da allora, riscontrata l’efficacia del sismoscopio, alla corte imperiale cinese si registrarono tutti i terremoti avvenuti nel territorio nazionale.
Questa invenzione mise in luce la precisione e la sicurezza di Zhang Heng nella realizzazione del suo strumento, che lo resero famoso, tanto che molti scienziati, come Xindu Fang e Lin Xiaogong, lo presero come punto di riferimento quando, nel V e VI secolo, studiarono e approfondirono le conoscenze della tecnologia.
Però, il sismoscopio dava la direzione di provenienza del sisma, ma non la sua potenza, dato che si poté rilevare solamente più tardi, esattamente a partire dal 1880, con l’invenzione del sismografo a pendolo orizzontale dovuta all’inglese John Milne.
Oggi, l’intensità dei terremoti è quantificabile con precisione, ma resta sempre la lacuna dovuta all’impossibiità di prevederli.
Sono state fatte diverse riproduzioni del sismoscopio di Zhang Heng: la prima è stata quella di John Milne del 1883, poi quella di Wang Zhenduo del 1936, quindi quella del giapponese Akitsune Imamura del 1939 e, infine, quella del 2006 dall’Accademia Cinese della Scienza: comunque tutte sono state basate sulla sensibilità del pendolo.

Autore: Mario Zaniboni – zamar.22blu@libero.it