Tutti gli articoli di Feliciano Della Mora

Michele Zazzi. La necropoli etrusca di Macchiabuia a Marsiliana d’Albegna nel comune di Manciano (GR).

I primi ritrovamenti della necropoli di Macchiabuia, situata sul poggio omonimo, furono effettuati (nel periodo 1896 – 1902) dal principe di Sismano Tommaso Corsini nella tenuta di famiglia di Marsiliana d’Albegna. Dalla documentazione dell’epoca si ricava che furono scavati sette tumuli e che i tre più grandi vennero denominati Tumulo Superiore, Tumulo di Mezzo e Tumulo Inferiore.
Scavi successivi (2007) hanno consentito di individuare una quarantina di tombe relative ad una necropoli di circa otto ettari. Sono state anche portati alla luce (2009 – 2010) quattro ipogei databili tra la seconda metà dell’VIII secolo ed il primo quarto del VII a.C.
Le sepolture appartengono alla tipologia delle tombe a circolo (sono cioè segnalate in superficie da pietre infisse; tombe della specie si ritrovano anche a Vetulonia, Grotte di Castro ed Orvieto), hanno un diametro tra i 4 ed i 9 metri e sono piuttosto ravvicinate le une alle altre. La vicinanza potrebbe attestare l’appartenenza ad una stessa comunità familiare, gentilizia o sociale.
Le camere sepolcrali, scavate sotto il circolo di pietre e di solito poste al centro dello stesso, consistono in fosse a pianta rettangolare, di dimensioni variabili, con pareti verticali e fondo piano. Erano formate da una struttura in legno (pareti, copertura e forse anche il pavimento) della quale restano ben poche tracce.
Le tombe erano evidenziate da tumuli dell’altezza massima di circa 2 metri.
Gli ipogei comunque presentano varianti strutturali di rilievo.
Nei casi più semplici (es. tomba 5) si trattava di tombe di modeste dimensioni costituite da una piccola cavità realizzata con struttura in legno e pietre, senza accesso dall’esterno. Ospitavano un solo inumato che era dotato di un corredo essenziale.
Alcune tombe di medie dimensioni (es. tomba 4) avevano invece la forma di una grande cista lignea (probabilmente si tratta di tombe più risalenti delle tombe a vera e propria camera ipogea), erano caratterizzate dal rito incineratorio con un corredo abbastanza rilevante ed erano probabilmente accessibili dall’esterno tramite un’apertura verticale a pozzo (caditoia).
Una terza tipologia (es. tombe 1 e 2) di sepolcri aveva infine una grande camera ipogea, ospitava una pluralità di defunti (incineriti o inumati) con corredi di particolare rilievo ed erano con tutta probabilità accessibili tramite una caditoia.
Nella tomba 2 in particolare erano deposti tre individui, due incinerati – le cui ceneri erano conservate rispettivamente all’interno di un biconico e di un’urna in bronzo – e un inumato. I corredi (databile al primo quarto del VII secolo a.C,) risultavano disposti in tre gruppi di oggetti. Il primo gruppo, sul latto occidentale della camera, comprendeva vasi per lo stoccaggio e conservazione dei cibi. Al centro vi erano strumenti per la filatura e tessitura. Sul lato breve della camera vi erano poi manufatti per la cottura degli alimenti ed in particolare della carne. I primi due gruppi di oggetti, posti vicino al cinerario biconico, sembrerebbero attribuibili ad una donna. Il terzo gruppo, in prossimità dell’urna, parrebbe riferibile ad un uomo. Accanto all’inumato, che dai resti si direbbe un individuo di sesso femminile di 10 – 12 anni, sono stati trovati un contenitore in bronzo con all’interno una fibula a navicella ed una sostanza bituminosa. Vicino al contenitore vi era anche una patera baccellata in bronzo. L’uomo e la donna erano probabilmente una coppia, l’inumata poteva essere la figlia.
La tomba n. 6 ha restituito cospicui resti ossei di un individuo adulto inumato con corredo databile all’VIII secolo a.C. Dallo studio dei resti si è compreso che doveva trattarsi di un maschio, alto circa cm 170, morto ad un’età non inferiore ai 50 anni. Dopo aver ricomposto il cranio è stata realizzata una replica in resina dello stesso e si è proceduto (da parte dell’antropologo dr. Stefano Ricci Cortili) alla ricostruzione della fisionomia del volto tramite il metodo Manchester (tecnica di antropologia forense). La testa è stata poi alloggiata su un manichino (sempre in resina) che è stato abbigliato con vestiario dell’epoca. L’uomo di Macchiabuia è esposto al Museo Archeologico e d’Arte della Maremma.

Sulla necropoli di Macchiabuia cfr. tra l’altro:
La Valle del Vino Etrusco Archeologia della valle dell’Albegna in età arcaica, a cura di Marco Firmati, Paola Rendini, Andrea Zifferero, Edizioni Effigi, 2011, pagg. 87 e ss.;
– Mariagrazia Celuzza Andrea Zifferero, Materiali per Marsiliana d’Albegna, 1. Dagli Etruschi a Tommaso Corsini, Quaderni Museo Archeologico e d’Arte della Maremma, Effigi Edizioni, 2022, pag. 101 e ss.;
– sull’Uomo di Macchiapiana vedi sito Facebook “A caccia delle origini”, post del 5 agosto 2018 e le informazioni in merito sul sito Facebook del Museo Archeologico e d’Arte della Maremma.

Di seguito immagini della necropoli di Macchiabuia tratte da Marsiliana d’Albegna The settlement and the necropolis Preliminary report of the activities 2002 – 2010, Etruria nova Onlus, 2011 e la riproduzione dell’uomo di Macchiabuia.

Autore: Michele Zazzi – etruscans59@gmail.com

Giuseppe C. Budetta. Arte neolitica.

Per alcuni, l’arte neolitica fu humus da cui germogliarono i miti. L’arte neolitica nacque dall’esigenza di dare una risposta universale al mistero del cosmo, della vita e della morte?
Forse non è mai esistita una società umana senza i miti che spiegassero l’inspiegabile, facendo luce sull’invisibile e che guardasse alla Causa del Tutto. Il mito fu il tentativo di Homo Sapiens sapiens di diffondere un’anima collettiva?

Leggi tutto nell’allegato: ARTE NEOLITICA

Autore: Giuseppe C. Budetta – giuseppe.budetta@gmail.com

Michele Santulli. Il costume ciociaro … oggi.

Che cosa si intende per costume ciociaro? In realtà, all’inizio, erano i veri e propri stracci colorati che indossavano i braccianti agricoli, gli ultimi della società che abitavano le frazioni sperdute di certi villaggi della Valcomino, una valle conficcata nella regione Molise, a otto Km circa dall’Abbazia di Montecassino, nota solo agli arruolatori di soldati, agli esattori delle tasse ed ai trafficanti di bimbi.
Un mondo del massimo degrado che alle ultime decadi del 1700 iniziò a cercare rifugio e speranza verso il contiguo Stato della Chiesa: le Paludi Pontine, sebbene micidiali a causa della malaria, erano il primo richiamo perché ricche di prodotti commestibili vegetali ed animali e poi la Città Eterna e, i più audaci, al di là delle Alpi. La conquista napoleonica favorì l’esodo.
‘Ciociaro’ da ‘cioce’, le calzature indossate che hanno dato il nome ‘Ciociaria’ all’antica regione a Sud del Tevere fino a Montecassino, tra gli Appennini ed il Mar Tirreno: all’origine terra di Saturno, poi dei Volsci, degli Ernici, dei Sanniti, poi Campania et Latium, poi Campagna di Roma, poi Marittima e Campagna, poi ecc…. fino a Mussolini e la frantumazione del territorio in tre unità amministrative: province di Frosinone, di Latina e di parte meridionale di Roma.
E’ a Roma che avviene quello che possiamo definire: il miracolo.
Si immagini lo spettacolo in una strada qualsiasi in un giorno qualunque, tra le ultime decadi del 1700 e le prime del 1800, su quel palcoscenico irripetibile della storia dell’umanità che era ancora la Città Eterna di quegli anni: folla di preti, di monaci, di monache, di trovatelli e trovatelle, di chierichetti e sagrestani e confraternite, di nobili, di forestieri, quantità di pellegrini con candele e bastoni e poi il popolo come descritto da Bartolomeo Pinelli: e in mezzo a tale umanità amorfa e incolore, quelli che prorompevano erano i poveri braccianti della Valcomino nei loro sgargianti e scintillanti stracci: rossi incredibili, azzurri raramente visti, marroni invadenti, neri solenni: si trattava di colori vegetali ottenuti in casa con le erbe in giro, un rosso o un azzurro mai uguale all’altro….
Le centinaia di pittori stranieri ogni giorno dell’anno presenti a Roma, sbalordivano allo spettacolo, letteralmente. Stracci, altro non potevano permettersi queste creature, canapa e lino erano normali prodotti che coltivavano, la pecorella che dava la lana presente in ogni abitazione, da qui le loro vestiture che loro stessi confezionavano e poi bollivano e tingevano: la fuliggine, le ginestre, la robbia, il mallo delle noci, la corteccia del castagno, il guado, erano gli ingredienti naturali che trovavano in giro, da qui i colori.
Altro motivo di sorpresa dei pittori erano, quando non scalzi, le calzature ai piedi che ricordavano quelle dei contadini dei classici greci o latini.
E nacque l’amore! E gli artisti iniziarono a dipingere queste creature mai viste prima: avvenne che gli ultimi della società assursero al primo posto! Mai accaduto, una vera rivoluzione: non più, o non solo, cristi e madonne e mitologia e accademia e veneri discinte o paesaggi imponenti di boschi abitati da ninfe e baccanti e satiri. E nelle esposizioni di Parigi e di Monaco e di Vienna cominciarono a vedersi, fine 1700-inizi 1800, questi quadri che ritraevano in primo piano il contadino o la ciociarella o il pifferaro e, incredibile, perfino i briganti di Sonnino o di Itri, in queste vestiture splendide e acclamate che nel corso degli anni, grazie ai continui e anche proficui contatti con gli artisti europei si erano perfezionate fino al vero e proprio costume ciociaro quale B. Pinelli per primo individuò e che dopo alcuni anni, Gregorovius descrisse e decantò quale presente nelle migliaia di dipinti: era nato addirittura un nuovo genere pittorico che gli artisti belgi verso il 1820 battezzarono ‘pittura di genere all’italiana’, aprendo una nuova pagina nel libro della Storia dell’arte.
La nuova iconografia si diffuse in tutta Europa tanto che negli anni ’40 del 1800 Baudelaire, il grande poeta, commissario della esposizione annuale detta ‘Salon’ di Parigi, alla vista di tutti quei quadri, quell’anno ancora più numerosi degli anni precedenti, proruppe: “basta ora con questi soggetti!” La contrarietà del poeta, classico e accademico, sarebbe stata ancora più evidente se avesse potuto prevedere che negli anni seguenti e per tutto il secolo, quelle presenze sarebbero invece aumentate.
Nel corso di circa centocinquantanni, questo soggetto è stato il più illustrato dagli artisti europei tra i quali, apoteosi unica, H.Robert, L.L.Robert, B.Pinelli, e poi Degas, Renoir, Corot, Manet, Leighton, Sargent, Bouguereau, Briullov, Cézanne, e poi Van Gogh, Ant. Mancini, perfino Picasso, De Chirico, Severini, i futuristi … non c’è un soggetto che possa vantare tale compendio di paternità.
La glorificazione della straordinaria iconografia viene offuscata dal fatto che sebbene presente in gran parte dei musei del pianeta come, in effetti, nessun altro soggetto, in realtà le appellazioni più bizzarre ne celano origine e provenienza, rendendolo anonimo: costume tradizionale, romanesco, campagnolo e poi italiano, abruzzese, napoletano, calabrese, zingaro, basco .. noto a tutti i cultori d’arte, in realtà sconosciuto! La causa? Certamente non solo la pur evidente difficoltà di pronuncia e di scrittura del termine ‘ciociaro’.
Chi scrive, sono anni che si sforza di richiamare alla importanza storica del costume ciociaro con risultati modesti rispetto all’importanza oggettiva del tema: ancora nelle case d’aste, anche in quelle importanti, quando appaiono le opere con personaggi ciociari, e ciò avviene normalmente perché centinaia e centinaia sono gli artisti europei che si sono occupati del soggetto come di nessun altro, il solo termine corretto di: ciociaro, è impiegato molto raramente. Il sito web inciociaria.org offre risposte e consiglia anche dei libri quale IL COSTUME CIOCIARO NELL’ARTE EUROPEA DEL 1800.
Questa pagina gloriosa del costume ciociaro che solo la Francia ha promosso e fatta valere già da duecento anni, che i belgi già nei primi anni del 1800 individuarono come un fenomeno particolare, in realtà è stata rimossa dalla Storia, sicuramente senza intenzione voluta, comunque strappata.
In questo momento pare che l’Italia finalmente stia aprendo gli occhi su tale capitolo, grazie al sottosegretario alla cultura On. Vittorio Sgarbi. E la prova incoraggiante della sua attenzione è stata quella di vestirsi da brigante ciociaro in occasione di una manifestazione ad Arpino; esaminando una collezione di opere di vari artisti ha notato un quadruccio di Ch. de Chatillon del 1827 che ritrae “Il brigante De Cesaris, a Sonnino” che il suo staff ha incaricato una sarta del luogo di riprodurre e che il sottosegretario, grazie al suo fascino personale, ha saputo valorizzare e far apprezzare dal numeroso pubblico astante e non solo: si è trattato di una vera e propria rivoluzione, dando al termine il significato originario, in quanto è la prima volta che un massimo rappresentante dello Stato apprezza e perfino indossa, esaltandolo, il costume ciociaro! Si ha motivo di ritenere che lo Stato Italiano voglia riappropiarsi finalmente di questa sua perla cosmopolita della Storia dell’arte, dando una patria e un nome.

Autore: Michele Santulli – michele@santulli.eu

Mario Zaniboni. Sculture dogu. Alieni oppure no?

Le sculture dogu sono degli oggetti fittili, cioè di argilla, che risalgono all’era Jomon, indicativamente compresa fra il 10.000 e il 300 a.C. Essendo un periodo temporale esageratamente lungo, significa che è comprensivo di una successione di popolazioni e di culture che sono cambiate e si sono evolute. Però ciò che le lega è la loro passione nella produzione di prodotti ceramici, vasellami in particolare, il quale migliorava nella qualità man mano si andava avanti nel tempo.
Di questo periodo si sono trovati reperti in diverse parti del Giappone; di queste una particolarmente interessante è il sito archeologico di Oday Yamamoto, che si trova nelle vicinanze della città di Sotogahama, nella penisola di Tsugaru. In questa località si sono trovate punte di freccia insieme con strumenti di pietra e resti di vasellame, i cui elementi presentano ornamentazione a forma di cordame, e dogu, termine generico per qualsiasi figura con sembianze umanoidi o di animali costruite in argilla. Questi ultimi, di cui si parlerà più avanti essendo l’argomento della nota, sono stati datati fra il 4.000 e il 1.400 a.C., in luoghi caratterizzati da recinzioni in pietra, con diametro anche di 42 metri, a formare due centri concentrici, mentre al centro si trova una pietra posta verticalmente.
La datazione effettuata con lo spettrometro di massa con acceleratore ha portato indietro l’era Jomon che, come visto più sopra, si riteneva partisse dal 10.000 a.C., al 16.500 a.C.
Forse, inizialmente i popoli Jomon non erano agricoltori, bensì cacciatori e raccoglitori, per divenire agricoltori attorno al 3.200 a.C. quando, secondo lo studioso Tsukuda, i ritrovamenti avvenuti nell’isola di Itazuke hanno dimostrato che laggiù erano già attive le risaie.
Tornando ai reperti, fra questi si dimostrano veramente interessanti le statuette dogu, che rappresentano figurine umane o di animali, alte mediamente sui 25 centimetri, con la base d’appoggio oppure senza e forse fatte per essere utilizzate appese al corpo, che sono stati rinvenuti nei mucchi di scarti dell’alimentazione. Tanti sono interi, tanti sono privi degli arti o di altre parti del corpo; non mancano statuette con due corpi, anche se abbastanza rare. Questi oggetti sono relativi all’era Jomon, e scompaiono in quella successiva, l’era Yayoi.
Con il trascorrere del tempo, le fisionomie delle figurine cambiò in meglio anche con l’arricchimento di ornamentazioni, che sicuramente erano legate alla cultura della popolazione che le produceva. Così, si hanno dogu con il capo a forma di cuore o di gufo, il sopracciglio più o meno arcuato e gli occhiali tipo quelli da sci. Molte figurine presentano caratteristiche femminili, con grosso seno e glutei ridondanti, e molte hanno il ventre rigonfio, forse a dimostrare uno stato di gravidanza avanzata. Presumibilmente, sono raffigurazioni di dee, alle quali si chiede la benedizione per il lieto evento oppure per festività religiose.
Ma i manufatti che maggiormente fanno discutere sono quelli che hanno gli occhialoni, definiti in Giappone shakoki dogu, con gli occhiali da sci, appunto.
L’osservazione attenta di questi oggetti di argilla dà il destro di esprimere il proprio parere a coloro che ritengono che nel passato ci sia stata la presenza di esseri di altri mondi sul Pianeta Terra (fra questi Erich von Däniken), e in questo caso non è difficile quasi arrendersi ai loro ragionamenti in proposito. Esaminandoli attentamente, questi improbabili – o possibili – rappresentanti di visitatori extraterrestri portano sul capo una specie di casco, mentre occhialoni tondi, come quelli indossati dagli sciatori, proteggono gli occhi. Il loro corpo, è molto robusto, ma con un linea svelta e sicuramente umanoide, con vita sottile. Gli arti, di cui quelli inferiori molto corti e arcuati verso l’esterno, quando non mancano, terminano in estremità che sembra molto difficile chiamarle mani o piedi; forse, il ritenere che al posto delle mani ci siano delle pinze, potrebbe essere per nulla cervellotico. Se si aggiunge, come fa qualcuno di fervida fantasia, il riconoscere nella loro figura l’esistenza di un filtro e l’attrezzatura per respirare, il gioco sembrerebbe fatto: astronauti, nella loro tuta spaziale, pratica e artisticamente adornata, belli e pronti, sono al nostro cospetto.
Naturalmente, non mancano coloro che, con i loro ragionamenti, portano a definire una bufala la teoria del presunto paleo contatto.
E come sempre accade in questi casi, ognuno rimane graniticamente fermo nelle proprie convinzioni, in attesa di un qualche molto improbabile fatto o documento, che dia ragione all’uno e torto all’altro.

Autore: Mario Zaniboni – zamar.22blu@libero.it