Tutti gli articoli di Feliciano Della Mora

Pier Luigi Guiducci. Quando la Madonna «mena». Alcune espressioni artistiche mariane.

Nel trascorrere dei secoli ogni artista ha cercato di esprimere dei modi diversi per rappresentare la Vergine Maria con il Bambino Gesù. Tali espressioni creative hanno comunque dovuto rispettare diversi aspetti teologici, primo tra tutti quello che riguarda il ruolo della Madonna: Madre di Dio. Per tale motivo si è voluto dipingere o scolpire Maria in modo regale: su un trono, in posizione centrale, con vesti preziose, con un contesto di angeli. La Madonna, poi, è rappresentata orante, china verso Gesù, in ascolto del Figlio. In tale contesto, però, esistono anche degli artisti che hanno cercato di evidenziare nelle loro opere dei momenti di una «quotidianità» familiare. In tal senso le diverse opere presentano dei dettagli innovativi, semplici ma significativi. Questo saggio presenta alcuni esempi….

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Mario Zaniboni. Carro di Waldalgescheim.

Il 18 ottobre 1869, il contadino Peter Heckert stava lavorando in un suo campo, nel territorio di Waldalgesheim in Germania, alla confluenza fra il fiume Reno e il fiume Nahe, per preparare il suolo alla coltivazione della barbabietola, quando si imbatté in un gruppo di oggetti ai quali, sul momento, non diede né peso né importanza; solamente quando qualcuno lo informò che avrebbe potuto guadagnare un po’ di denaro vendendoli, fu sollecitato a proporli. E infatti, un antiquario di Bingen li acquistò per la bella sommetta, per quei tempi, di 450 talleri.
Hecckert, galvanizzato da tale successo, riprese a scavare con impegno, ed ebbe la fortuna di reperire un’altra trentina di pezzi, fra i quali erano anelli d’oro e un vaso di bronzo, che ora sono conservati nel Museo di Stato Renano (Rheinischen Landesmuseum) di Bonn, dove fanno bella mostra di sé.
Però, l’importanza del ritrovamento fu riconosciuta solamente nel XX secolo, quando datarono i reperti, stabilendo che sicuramente erano nati nel IV secolo a.C.
Peccato che nessuno si sia preoccupato di disegnare una mappa del sito e che ne sia stata dimenticata l’esatta ubicazione, perché sarebbe potuto essere il luogo di una serie di ricerche e di scavi fatti nella giusta maniera.
E bisognò aspettare il 1997 per vedere qualcuno che fosse interessato a quella vasta area. Questi fu il professor Michael Schönherr, che si diede da fare per organizzare, insieme con gli archeologi di stato, ricerche nell’intera zona destinata alla coltivazione, individuata su frammenti di documenti e su nient’altro. Questi, in merito all’avviamento di una serie di scavi, non ne vollero sapere, mentre si raccomandarono che non si divulgasse la possibile posizione del sito, per non invitare un’iniziativa analoga da parte di saccheggiatori, che sicuramente non avrebbero perduto tempo, come stavano facendo loro, nel decidere cosa fare. Comunque, quel luogo, che purtroppo non è stato studiato dagli archeologi, oggi è coperto da costruzioni.
I ricercatori si diedero da fare per conto loro e, alla fine, ebbero la soddisfazione di trovare una tomba risalente al 330 a.C., periodo appartenente all’età del ferro di La Tene della Renania; era un vano di legno, posto sotto un cumulo di terreno, subito ritenuto molto importante, perché forniva notizie risalenti ai primordi della storia dei Celti.
Fra gli oggetti rinvenuti erano gioielli e ornamenti di uso femminile, mentre mancavano reperti appartenenti al sesso maschile, quali armi, armature, elmi o altro: questo fece presumere che la tomba fosse la sepoltura di una donna e sicuramente ricca e magari nobile. E, in effetti, si ritenne che l’occupante del tomba fosse una donna di una trentina di anni, anche se qualcuno ha pensato che potesse essere un uomo travestito da donna, essendo il cranio più grande di quello di una femmina.
Gli oggetti posti a fianco della defunta sono veramente importanti e di valore. I gioielli, d’oro, sono un anello da braccio, due braccialetti e un torque, che è un ornamento rigido del collo. Inoltre, furono reperiti un flagon (flacone, brocca o caraffa, che dir si voglia), un secchio e varie placche: tutti oggetti di bronzo e decorati con figure realizzate in bassorilievo. Il flagon con ogni probabilità è campano e risale al IV o al III secolo a.C. E’ decorato con il viso di un uomo, sopra il piedistallo che sopporta un corpo panciuto terminante in cima con un beccuccio tubiforme; il coperchio è arricchito da una presa a forma di cavallo. E, considerato che il flacone e il secchio si trovavano al di sotto di tutto il resto, si presume che l’arricchimento della tomba sia avvenuto in tempi diversi. Le lavorazioni denunciavano l’abilità dei costruttori di questi reperti. E fra i vari pezzi erano pure parti costitutive di un carro di guerra a due ruote, che erano appoggiate a un cumulo posto di lato.
La scoperta fu importante, perché riguardò il carro di guerra, struttura che rappresentò un’invenzione di notevole peso a proposito dei mezzi militari utilizzati non solo durante l’età del ferro, ma anche per i lunghi secoli successivi nelle praterie dell’Europa centrale, tanto da diventare il simbolo di riconoscimento della civiltà celtica di allora.
Costruttivamente, non erano manufatti particolarmente robusti, tutt’altro, facili da rompersi oppure da rovesciarsi, però essere attaccati da un linea di tali carri, ciascuno trainato da una coppia di cavalli, per un nemico psicologicamente era un pericolo che, potendo, si evitava, invitandolo a darsi alla fuga disordinata. Della sua importanza parlò pure Giulio Cesare nella sua opera storica “De Bello Gallico”, riportando che i conduttori erano veramente abili, capaci di fare scorrere il carro anche nei terreni più accidentati e in elevata pendenza; dal carro si lanciavano giavellotti nel mucchio dei nemici e il rumore assordante dei carri era uno spauracchio che agiva negativamente sul loro morale; i soldati sul carro, una volta raggiunto il grosso dell’esercito nemico, scendevano per combattere a piedi e, in questo caso, se le cose fossero andate male, risalivano precipitosamente sul carro per guadagnare una notevole distanza dai nemici. In definitiva, ai tempi di Cesare, il carro di guerra, che continuava a essere usato dai Celti, era già superato, facendo intendere che il loro uso derivava semplicemente dal desiderio di fare paura ai nemici, vale a dire che, più che un’arma nel vero senso della parola, era un mezzo utile per agire psicologicamente sulla volontà del nemico.
Da come si presentavano, si intende subito, senz’ombra di dubbio, che i carri celti erano mezzi militari appartenevano ai celti nobili, ma anche che di veramente militare avevano ben poco.
I carri ricordati da Cesare erano forniti di due ruote, una forma innovatrice dei carri a quattro ruote che, appartenenti al ceto nobile, furoreggiarono prima del V secolo a.C. Comunque, come ricordato più sopra, secondo Cesare, i carri dei Celti erano antiquati, perché sicuramente in battaglia erano più efficaci due cavalieri su due diversi destrieri autonomi nei loro movimenti che non un paio di soldati su un carro che pure lui richiedeva il ricorso a due cavalli. Certo è che, per un nemico, il vedersi venire contro di gran carriera un fronte di carri di guerra trainati ciascuno da un paio di cavalli doveva essere terrificante e terrorizzante, ma ai fini dei risultati di una battaglia sicuramente una squadra di cavalieri sarebbe stata più proficua nei risultati.
Se ciò che si ritrova nella narrativa poetica di gesta eroiche dell’Irlanda di Cù Chulaìnn fosse vero, cioè che i carri di guerra fossero forniti di falci e di lame fissati agli assi, e pertanto pericolosamente rotanti, sicuramente fra i vari reperti recuperati fino a oggi nelle ricerche archeologiche qualcosa del genere sarebbe emerso, ma purtroppo, finora, niente di tutto questo. In tal modo si tende a pensare che si tratti della fantasia di uno scrittore, legata ad antiche leggende provenienti dalle aree greca e persiana, a meno che in futuro non venga rinvenuto qualche elemento che confermi il suo pensiero.
E invero, piano piano in tutto il mondo noto del passato, dall’Europa alla Cina, il carro di guerra restò superato e abbandonato nei confronti della cavalleria. Pertanto, esso rimase solamente come un elemento della moda per i Celti.
Le ruote del carro di Waldalgesheim erano in legno a raggi con i cerchioni e i mozzi in ferro e in ferro erano pure le loro giunzioni agli assali. La parte portante era una piattaforma, sempre in legno, con attorno fiancate in legno o vimini. Il carro era dotato di un asse al quale veniva legata una coppia di cavalli, tenuta insieme da un giogo. Quali accessori erano le redini, morsi flessibili, imbracatura e finimenti, tutti oggetti arricchiti da anelli di metallo e squisitamente adornati.
Come detto, il carro non aveva nulla di militaresco, ma era semplicemente un elemento legato al costume e al folklore di quell’antico popolo e, come tale, è entrato nella sua storia.

Autore: Mario Zaniboni – zamar.22blu@libero.it

Michele Santulli. Parigi, Parigi!

Grande Paese la Francia già dall’oblò dell’aereo o dal finestrino del treno: i grandi spazi, le campagne sterminate coltivate, i grandi fiumi che solcano il territorio, le foreste.
Pur coi suoi problemi e necessità, soprattutto oggi periodo infelicissimo di guerra e di servaggine agli USA del suo primo cittadino, la Francia rispetto agli altri paesi civili ha qualcosa in più, di inspiegabile e che è quanto colpisce e non tanto la inappuntabile gestione quasi capillare del territorio e delle località più appartate e la cura e l’attenzione delle istituzioni pubbliche di ogni genere quanto l’atmosfera che si respira in giro, già per una strada cittadina riposante e rilassata pur se affollata!, tutto il resto è patrimonio comune europeo vivibile in una società altrettanto civile.
Una riflessione a parte per la organizzazione burocratica cioè dipendenti pubblici ben preparati ed educati, nel complesso onesti e rispettosi dei cittadini e soprattutto competenti ciò che mette in condizione il Paese di essere efficientemente guidato ed amministrato: è una peculiarità nazionale che si osserva ed assapora quando si vive in Francia! E perciò la organizzazione del territorio nonché il rispetto e valorizzazione del paesaggio e dell’ambiente: è vero le antiche architetture sono quasi dovunque scomparse e non solo a seguito delle guerre e lotte intestine che hanno martoriato il Paese nel corso dei secoli.
E qui ci arrestiamo e solo ricordiamo che una ragione profonda deve pur esserci se da sempre, per esempio, certe categorie di italiani sono da anni tra i più numerosi compratori di appartamenti a Parigi! Abituati al disordine in gran parte delle nostre città dove più dove meno, a una cementificazione orribile e sgangherata, si capisce bene perché i fortunati di cui sopra mettano piede anche a Parigi, perché in effetti è un mondo diverso, un’aria differente.
Tutto si fa iniziare da poco prima del 1870, una transizione, un periodo, vissuti al massimo, come in nessun altro luogo: Parigi diviene il punto di convergenza ed il fulcro della cultura occidentale nelle sue varie espressioni tanto da trasformarsi in crogiuolo e punto di incontro e di acculturamento degli artisti provenienti letteralmente da tutto il mondo che, chi più chi meno, trovavano in questa fantastica città cosmopolita ed aperta, in entità e maggiormente in tenore e qualità, come nessuna al mondo, la possibilità di esprimersi e di realizzarsi; ed anche industriali, diplomatici, aristocratici e nobili, perfino monarchi, anche scrittori, attori, attrici, ballerine, pittori e pittrici, cantanti, ed avventurieri naturalmente, e poi un mondo inaudito di donne splendide di ogni categoria, straniere e non, tra le quali si evidenziavano per numero e modo di vivere le parigine vere e proprie, cosiddette ‘insoumises’ termine arduo a tradurre; anche le donne italiane seppero giuocare un ruolo rimasto nella storia: la Marchesa Luisa Casati forse la più celebre non fosse per la sua eccentricità e le enormi ricchezze profuse, la principessa Ruspoli di Roma, Maria Brignole Sale de Ferrari duchessa di Galliera dallo spirito filantropico ed artistico insuperabili, le cui tracce ancora ben visibili sono a Parigi e a Genova, la Marchesa Landolfo Carcano avida collezionista d’arte, Franca Florio immortalata da Boldini, più tardi Mimì Pecci Blunt, il cui salotto di Rue Babylone 32 divenne tra i primari e più ambiti di Parigi, come pure a Versailles quello di Roffredo Caetani duca di Sermoneta in Ciociaria e di Marguerite, più tardi la regina della moda Elsa Schiaparelli e altre ancora, per non citare le parigine e le straniere, queste ultime un florilegio impareggiabile: Cleo de Mérode, Isadora Duncan, Ida Rubinstein, Natalie Clifford ed il suo salotto della Rue Jacob, Romaine Brooks, Peggy Guggenheim, Sara e Gertrude Stein le cognate scopritrici e promotrici di Picasso e di Matisse, Louisine Havemeyer, Isabella Stewart Gardner, Tamara de Lempicka, Vita Sackville West e poi, polacca russa, quella che sarà Madame Curie dai due premi Nobel e poi le russe aristocratiche fuggitive e non, pittrici e scrittrici mai abbastanza illustrate e fatte rivivere: da non dimenticare anche quel florilegio incredibile delle modelle e modelli ciociari che diedero corpo e sembiante ad opere d’arte di grandi artisti che fanno il godimento dei cultori d’arte del pianeta; un ruolo anche inimmaginabile giuocato dai grandi collezionisti d’arte tra i quali due russi I.Morozov e S.Schuckin che hanno dotato la loro patria di incredibili capolavori e poi il dr Barnes e le sorelle Cone, americani, anche insaziabili compratori.
E quanto è da ritenere la prova più palese e manifesta e veritiera di un mondo unico e sicuramente senza eguali, ovviamente proiettato e finalizzato all’arte e alla cultura e alla bellezza, quindi alla sensibilità d’animo e all’apertura mentale, erano, e sono ancora pur se meno numerose, gallerie d’arte e librerie: le librerie, una quantità inaudita, come in nessun’altra città del mondo, di ogni tipo e di ogni disciplina, un numero incredibile sparse in tutta la città, testimoni taciti ed ancora di più documenti clamorosi e sensazionali dell’arte e della letteratura come ed in quale qualità ed intensità coltivate e vissute a Parigi: i luoghi strategici più appetiti, per esempio agli angoli delle strade, erano solo librerie.
Quale spettacolo! E tutte vive, naturalmente, tutte un luogo di vita e di incontri e di scambi. Oggi in tutte, dico tutte, le librerie agli angoli e quelle nei luoghi centrali e più frequentati, e ne erano centinaia! vediamo in gran parte banche o locali di ristorazione o mutanderie!! E le librerie quasi ogni giorno che passa, tra quelle rimaste in verità, ne chiude sempre qualcuna, un mondo è in via di estinzione! Un altro mondo dunque, sta vivendo Parigi.
Ma altre antiche impronte e tipicità sono ancora vive e presenti e cioè quell’altra realtà unica parigina rappresentata dai bouquinistes cioè i venditori di stampe e analoghi e libri antichi sui muretti lungo la Senna!
Torneremo a parlare di questa città clamorosa ed unica.

Autore: Michele Santulli – michele@santulli.eu

 

Michele Zazzi. La lastra con scena di processione di Murlo (SI).

Le fosse di scarico del Palazzo arcaico di Murlo (costruito intorno al 590 a.C.) hanno restituito, tra l’altro, un rilevante numero di lastre architettoniche a stampo di quattro tipi diversi che rappresentano temi tipicamente aristocratici quali la processione, il banchetto, l’assemblea e la corsa di cavalli.
L’edificio, che aveva 18 stanze e si sviluppava intorno ad un’ampia corte, era a forma di quadrilatero e su tre lati aveva portici coperti. Le lastre architettoniche probabilmente erano poste ad ornamento del porticato a fregio continuo.
La lastra che presenta maggiori difficoltà interpretative è quella che riproduce la processione che si svolge da destra verso sinistra e che presenta un piccolo carro trainato da cavalli con due personaggi seduti ed altre figure che precedono e seguono il carro.
I due uomini che aprono il corteo sono volti a sinistra e vestono una lunga tunica: con la mano sinistra reggono le redini di due cavalli ai quali è attaccato il carro, con l’altra mano impugnano rispettivamente un’ascia ed un bastone o uno spiedo.
Sul carro munito di alte ruote vi è un trono sul quale sono seduti fianco a fianco due protagonisti: il primo (verso lo spettatore) sembra una donna ammantata; il sesso dell’altro, che regge un grande ombrello, è di difficile identificazione.
Chiudono la processione due ancelle che recano nelle mani flabelli e situle e portano in testa rispettivamente un contenitore munito di coperchio ed uno sgabello rovesciato o un tavolino.
Secondo una prima interpretazione potrebbe trattarsi di un corteo nuziale divino (ma non sembrerebbero esserci attributi divini) o piuttosto umano e riferito ad una coppia di aristocratici. Nella figura ammantata femminile con il solo viso scoperto sarebbe da individuare la sposa. Nel caso in cui la figura assisa sul carro che sostiene il parasole fosse un uomo potrebbe essere il marito, laddove invece si fosse al cospetto di un’altra donna potrebbe trattarsi della madre della sposa. In tale contesto il trasporto delle ancelle potrebbe avere ad oggetto la dote della moglie. Gli utensili (ascia e spiedo) sostenuti dagli uomini che precedono il carro potrebbero far pensare ad un sacrificio animale od alla cottura della carne nell’ambito di un banchetto.
Prendendo a riferimento analoghe lastre dello stesso periodo ritrovate in Magna Grecia (in particolare nel santuario di Metaponto) che raffigurano due donne ammantate e sedute su un carro con un corteo composto anche da altre figure, la scena di Murlo è stata anche letta come riferita al viaggio di due sacerdotesse che procede verso un luogo religioso.
La lastra potrebbe infine raffigurare la partecipazione di una coppia di principi ad una cerimonia religiosa o la visita al palazzo di due aristocratici. Il contesto di ritrovamento porterebbe invece ad escludere una processione funebre.
Qualunque significato sia da attribuire alla scena in commento è indubbio che la lastra intenda enfatizzare l’importanza della famiglia aristocratica che abitò il palazzo come attestato dal carro ma anche dai servitori, dal parasole, dai flabelli e dallo sgabello (diphros).

Sulla lastra architettonica avente ad oggetto la processione cfr, tra gli altri:
– Sybille Haynes, Storia culturale degli Etruschi, Johan & Levi, 2020, pagg. 173 – 175;
Antiquarium di Poggio Civitate a cura di Silvia Goggioli, Protagon Editori Tooscani, 2002, pag. 83;
Le donne in Etruria a cura di Antonia Rallo, L’Erma di Bretschneider; 1989, pagg. 79 – 81;
Poggio Civitate, Leo S. Olschki Editore, 1970, pagg. 57 – 59.

Di seguito immagini della lastra di Murlo con processione.

Autore: Michele Zazzi – etruscans59@gmail.com