Vedi allegato: Da Saepinum a Telesia
Autore: Lorenzo Morone – morone.morone@libero.it
Vedi allegato: Da Saepinum a Telesia
Autore: Lorenzo Morone – morone.morone@libero.it
Scavi archeologici (iniziati nel 1965) hanno messo in luce che l’insediamento di Spina (emerso nel 1959 a seguito di lavori di scavo per la realizzazione di canali)), sito nei pressi di Comacchio, aveva forma triangolare, comprendeva una superficie di circa sei ettari e si sviluppava lungo la sponda destra dell’antico fiume Po (Padus Vetus).
La città, che occupava un’area lagunare, era circondata da una palizzata e presentava una diposizione urbanistica di tipo ortogonale con assi orientati in direzione nord-sud. Era composta da lunghe insulae di forma rettangolare disposte a strisce e suddivise in lotti rettangolari più piccoli. Le vie erano costituite da canali navigabili, delimitati da pali e forse collegati con ponti o passerelle, e da strade realizzate in terra battuta e coccio pesto.
Sono emerse tracce di abitazioni costruite in legno, mentre non sono stati rinvenuti edifici pubblici, templi e santuari interni alla città.
Le abitazioni – riconoscibili come tali per la planimetria, le dimensioni, la presenza di focolari, le tracce di arredi e la tipologia di reperti (es. vasellame da cucina e da conservazione) -, avevano intelaiature di travi di legno e poggiavano su pali conficcati nel terreno collegati da travi orizzontali. Le case avevano forma rettangolare, tetto a due spioventi, pavimenti in terra battuta (più raramente in tavole di legno) e pareti esterne, realizzate con paletti di legno ed incannucciato di rami e canne, ricoperte con argilla concotta.
Tracce di attività artigianali sono state riscontrate all’interno ed all’esterno dell’area urbana (scorie e crogioli per la lavorazione dei metalli; distanziatori in terracotta e scarti di fornaci per la produzione di ceramica).
Gli scavi degli ultimi anni (dell’Università di Zurigo) hanno messo in evidenza la struttura di due case nel centro dell’area urbana di Spina costruite in legno nella stessa posizione ma a livelli diversi su un’insula delimitata da canali.
La prima casa, realizzata intorno al 400 a.C., aveva forma rettangolare (5,7 x 10/11 metri; superficie cica 60 mq). Nella parte frontale aveva un porticato ed il tetto a doppio spiovente era retto da due pali. L’abitazione fu danneggiata da un incendio.
La dimora costruita successivamente, nel secondo quarto del IV secolo a.C., aveva forma quadrata (5,8 x 6,9 metri; superficie circa 40 mq) e presentava cinque pali di sostegno per ogni lato. Il pavimento era in terra battuta. Nelle trincee di fondazione furono poste lastre di terracotta e travi di legno orizzontali per proteggere la base delle pareti – di incannucciato ricoperto di concotto – dall’umidità. Il tetto (forse fatto di canne) era a doppio spiovente e la trave di colmo, probabilmente, era ricoperta da tegole. A sud dell’ingresso della casa sono stati ritrovati i resti di un’officina per la lavorazione del metallo.
L’abitazione fu distrutta da un incendio intorno al 330/320 a.C. e nello strato di distruzione è stata altresì rinvenuta una grande quantità di reperti ceramici (oltre 15.000 frammenti di ceramica di varie funzioni e non meno di 1000 vasi). Una tale quantità di ceramica farebbe pensare alla presenza di un mezzanino. La distruzione violenta della casa troverebbe conferma nel rinvenimento nel sito di un gran numero di ghiande missili (circa 160) prevalentemente in terracotta (incendio a seguito di un assedio del nemico?).
Nel 1988, sempre nell’area centrale della città, sono stati portati alla luce resti carbonizzati di una casa (pali e pareti di legno con concotto) con pavimento di tavole di legno.
Nelle case del IV secolo a.C. i tetti erano in materiale deperibile e la sola trave di colmo era protetta da tegole; i tetti in tegole furono realizzati nel III secolo a.C.
Sull’abitato di Spina cfr, tra l’altro:
– Spina Etrusca un Grande Porto nel Mediterraneo, ARA Edizioni, 2023 a cura di Paola Desantis, Elisabetta Govi, Valentino Nizzo, Giuseppe Sassatelli, Tiziano Trocchi, pagg. 319 e ss.
– Vedi anche il sito della Soprintendnza Archeologica Belle Arti e Paesaggio per la Città Metropolitana di Bologna e le Province di Modena Reggio Emila e Ferrara “Abitato della città etrusca di Spina, Ostellato e Comacchio (FE)”.
Di seguito immagini della veduta di Spina e di abitazioni della città tratte dal sito comune.comacchio.fe.it, della ricostruzione di un’abitazione di Spina dell’Università di Zurigo e degli scavi di Spina.
Autore: Michele Zazzi – etruscans59@gmail.com
Tra breve si avrà l’occasione di rivedere alla televisione La Ciociara, presentata come si sa da tre giganti dell’arte e della cultura: Alberto Moravia, Vittorio de Sica e Sofia Loren.
Una pagina di storia, di storia comune purtroppo, vissuta e rivissuta tante volte nelle vicende umane: la violenza dell’uomo sull’uomo, in questo caso quella ancora più nefanda ed imperdonabile, dell’uomo assatanato sulla donna inerme, uno dei crimini peggiori, mai abbastanza punito, nemmeno oggi: solo nella Bibbia, quindi già migliaia di anni fa, per la violenza sessuale era normale la lapidazione, senza pietà. Che cosa è stato il famoso ratto delle sabine della storia di Roma antica se non un episodio di stupro collettivo, pur se una storiografia ipocrita e falsa lo ha rivestito di un paludamento quasi romantico e sentimentale?
Tratta dal romanzo La Ciociara di Alberto Moravia, la versione cinematografica prodotta da Vittorio De Sica illustra e documenta un episodio di violenza avvenuto dopo la distruzione e presa di Cassino, quasi in contemporanea allo sbarco in Normandia, cioè verso maggio 1944, a sconfitta ormai avvenuta del Nazismo: lo stupro che il film ricorda viene perpetrato sulle montagne intorno a Fondi in Ciociaria: impareggiabile quasi miracolosa la interpretazione, premiata col Nobel, di Sofia Loren che, le primitive cioce ai piedi, assiste al martirio della figlia Cesira! E’ uno scherzo della storia che queste medesime montagne abbiano assistito, un secolo prima, per anni e anni, alle imprese dei famigerati briganti di Sonnino, Itri, Monte S. Biagio, di Lenola, ecc. per i quali anche la violenza sulle donne era un ingrediente quasi normale delle loro imprese!
Alberto Moravia fa scorrere sotto gli occhi un episodio della seconda guerra mondiale di cui attori e protagonisti sono i nordafricani del Maghreb, in gran parte tribù marocchine, adibite ad assalti di prima linea o ad azioni particolari dell’esercito francese: oggi di migliaia di soldati sul fronte terribile di Cassino restano le croci coi nomi nei cimiteri della zona: quello dei Tedeschi, degli Inglesi, dei Francesi, dei Polacchi, degli Italiani….E se si percorre la statale tra Venafro e Isernia nel Molise ad un certo punto si incontra un cimitero francese, molto ben tenuto, rivolto verso la Mecca: qui infatti sono sepolti nordafricani delle varie etnie, in numero di sei-settemila, il destino finale di questa tragica umanità di cui si parla nel film e nel libro.
Le ormai tristi marocchinate ancora oggi sono storia di vita indimenticabile in certe località del Basso Cassinate e non solo.
Il libro di Alberto Moravia ha anche un risvolto geografico molto significativo e cioè è la prima volta che il termine ‘ciociaro’ pur conosciuto e sperimentato nella storia dell’arte da anni, ora grazie a Moravia irrompe nel pubblico con risultati quasi rivoluzionari: infatti è la prima volta, grazie anche al successo strepitoso e planetario della pellicola cinematografica, che il termine assume una connotazione identitaria e quasi assiomatica, è la prima volta che quelle zone vengono riconosciute, anzi riappropriate, in modo ormai indiscutibile come ‘Ciociaria’. In realtà certe contingenze politiche della Storia, alludiamo all’epoca mussoliniana, hanno in qualche modo stravolto e fatte cadere quasi nell’oblio le comuni radici e tradizioni e storia plurisecolari di questi luoghi: anche personaggi di rilievo hanno dato il loro apporto culturale alla ciociarità di questi luoghi, come il regista Giuseppe De Santis di Fondi coi suoi indimenticabili films – Riso Amaro e Non c’è pace tra gli Ulivi- e Libero de Libero pure di Fondi, scrittore e poeta, coi suoi scritti e poesie e non per ultimo il pittore anche fondano Domenico Purificato.
Autore: Michele Santulli – michele@santulli.eu
Le Hyble di Sicilia e l’individuazione delle Hyble nel territorio circostante l’odierna Catania.
Uno dei quesiti a cui non è stata data una risposta esaustiva e definitiva riguarda la datazione dell’arrivo in Sicilia delle popolazioni (e quali?) che hanno fondato e dato vita a quelle realtà urbano-religiose che hanno avuto attribuito il toponimo di Hybla in funzione del culto religioso alla Dea Hyblaia. …
Leggi tutto nell’allegato: Hybla Maior la città mai esistita
Autore: Santi Maria Randazzo – santimariarandazzo@live.it