Narra una leggenda tiria che il cane di Eracle capitò un giorno nei pressi di una roccia e vide sporgere da questa un animaletto sconosciuto. Stanarlo e divorarlo fu questione di un attimo e pure un attimo impiegò il muso del quadrupede nel tingersi di un bel colore rosso che non era sangue, bensì un liquido misterioso emesso da una ghiandola interna della piccola preda.
Il mito creato intorno alle chiese ed ai monasteri rupestri in Cappadocia, portato avanti dalla storiografia tradizionale, è basato prevalentemente sulle relazioni esistenti tra le strutture scavate e le possibilità di vita che queste offrivano nel proteggere o, alternativamente, nel fornire delle vie di fuga nei confronti delle i-prospetti-delle-chiese-rupestri-in-cappadociaviolente incursioni dei popoli che assalivano le ricche regioni bizantine.
L’attenta osservazione delle facciate delle chiese e dei monasteri rupestri ed il loro confronto sistematico rivelano, tuttavia, aspetti differenti.
Tra i numerosi oggetti in mostra nelle sale egizie dell’Ashmolean Museum of Art di Oxford vi è una particolarissima statuina femminile realizzata in un materiale raro e insolito: il lapislazzuli, quella che era una delle gemme favorite dagli antichi egiziani dal caratteristico colore blu intenso.
La storia della località di Camporosso in Valcanale, Saifnitz (t.), Žabnice (slo.) può venir letta in vari modi, seguendo le epoche degli insediamenti umani, degli avvenimenti storici che interessarono la vallata e le regioni contermini, delle caratteristiche morfologiche, dei significati religiosi e di altro ancora. Ritengo che le tracce dei toponimi che contrassegnarono la località in una lunga storia di due millenni siano l’occasione anche per accennare a segni di altri percorsi, di cui farò cenno.