Tutti gli articoli di Feliciano Della Mora

Michele SANTULLI. I selvaggi della via Casilina frusinate.

L’automobilista che percorre la via Casilina, la prima più antica strada d’Italia, uscendo da Arce e imboccando Colfelice, gli viene un groppo alla gola: la distruzione di piante, lo sterminio di antiche querce, dico: querce, in gran parte secolari con almeno, parecchie di loro, quasi tre metri di circonferenza. E se si prosegue fino a Cassino si capisce bene perché questa provincia continua sistematicamente a essere l’ultima o tra le ultime province in Italia, a prescindere da stadi, piscine olimpioniche  e rotatorie che non si vedono neppure ad Abu Dhabi: i meravigliosi pini che la fiancheggiavano ma anche le querce e i platani, eternati da poeti e pittori per secoli, che ombreggiavano e indicavano la strada all’antico viaggiatore, da dove proveniva il canto degli uccelli e l’ombra ristoratrice, non ci sono più: al loro posto si incrementano e aumentano … i tabelloni pubblicitari, a godimento ed educazione di tutti,  senza parlare  dei bar e  supermercati e venditori di macchine e di  mozzarelle e di capannoni!
E’ sufficiente invece entrare nella provincia di Roma, a Colleferro, e la situazione cambia, quasi un altro mondo: vedi lunghi tratti della strada fiancheggiata da nobili pini soprattutto, incolumi e generosi!
Nella Ciociaria frusinate i pini meravigliosi in particolar modo, gioia della vista per tutti, decantati  e ammirati, sono scomparsi, annientati, con efficienza hitleriana! Uno scompaginato mentale del luogo ha inventato il termine ‘pini killers’ e tutti pecorinamente a condividere, in tutti i contesti istituzionali, l’Amministrazione provinciale per prima come al solito: è divenuta quasi una libidine abbattere e tagliare alberi o capitozzarli! Addirittura tra Colfelice e Cassino si assiste ad uno spettacolo veramente tipico solo di questa trista provincia: hanno fatto rimanere in piedi una diecina di moncherini di pini di un paio di metri che scandiscono la via Casilina a tratti! E’ come se si dicesse: il bipede è annegato, allora distruggiamo l’acqua oppure il bipede è caduto in montagna, allora distruggiamo la montagna oppure il gatto ha graffiato il bambinello, allora distruggiamo i gatti!! Tale è il livello di questi autentici impuniti criminali della umanità!
L’aspetto tragico e da spaventare non sono i malati di mente e i nemici della società di cui sopra, ma la gente, la popolazione, che assiste alla devastazione senza intervenire, con indifferenza o con ira repressa. Questa è la vera fortuna di questi scellerati: sono riusciti anche nella impresa di devastare e degradare l’anima della gente.
In tutto il mondo ci si rammarica e addolora e soprattutto ci si spaventa degli incendi delle grandi macchie verdi del continente e degli altri danni all’ambiente tutto viene fatto e intrapreso per salvare e conservare; qui da noi si contribuisce, abbattendo  e devastando!
Dicevamo all’inizio della Casilina ai confini tra Arce e Colfelice  che su un lato era nobilitata da una quantità di querce: ora tutto desolato e abbattuto, hanno distrutto un patrimonio impagabile, ammazzato oltre  cento querce: dico, querce, la pianta più nobile e sacra, la pianta di Abramo e di Sara e di Isacco, la pianta delle corone dei trionfi romani. Abbattute! Hanno desertificato l’ambiente. Ma perché?  Su ordine di chi e su quale criterio? E dove sono andati i cadaveri? E le autorità e istituzioni preposte alla vigilanza, ve ne sono?
Una felice conseguenza di tale distruzione è che il fossato che scorre lungo la strada è stato riempito di rifiuti e di immondizia e tale si presenta oggi a chi passa e si arresta: la solita discarica a cielo aperto: si sono portato via il buono, cioè il pregiato legno di quercia ed è restata la schifezza. E lo spettacolo va bene per tutti, come vanno bene gli scheletri in cemento armato in giro, i casolari in degrado,  le costruzioni abusive, i capannoni e la cementificazione che ancora si autorizza mentre il suolo diminuisce ogni giorno che passa…
Stanno togliendo un bene essenziale alla esistenza dell’uomo, senza che nessuno delle istituzioni, a partire dal Prefetto che rappresenta la solennità dello Stato, si senta coinvolto in tale eccidio della natura e del comune benessere. E la comunità montana così ciarliera e sensibile? Muta e cieca.

Autore: Michele Santulli – michele@santulli.eu

Michele SANTULLI. Modigliani e i Ciociari.

Dopo l’anno testè concluso dedicato in tutto il mondo alla commemorazione di Leonardo del quale, si ricordi, Amleto Cataldi, lo scultore di Roma, ha realizzato una imponente scultura in bronzo collocata proprio nell’isoletta formata dalla Loira ad Amboise di fronte al castello di Francesco I dove si trovano le spoglie, ricorre tra breve il centenario  della fine di un altro massimo artista della civiltà occidentale, Amedeo Modigliani, …

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Stefano PRUNERI, Daria CESANA, Il Castello di Montorfano (Co).

I resti del castello di Montorfano sorgono a settentrione dell’omonimo abitato, isolati sopra un ampio dosso boscoso la cui sommità raggiunge i 554,5 m di quota.
L’altura, orientata da ONO a ESE, presenta un versante settentrionale quasi inaccessibile e un versante meridionale piuttosto ripido; il sottofondo roccioso è formato da calcarei marnosi, utilizzati in passato per l’estrazione di pietre da costruzione e la produzione di calce.
La fortificazione occupava una posizione strategica centrale, a controllo del tracciato viario che collegava Lecco a Como e di altri tracciati minori provenienti dalla Brianza.

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William SAMBO, Le fortificazioni tardoantiche in Friuli e le ricerche sul Castrum Nemas.

Oggetto della tesi di laurea triennale sono state le fortificazioni tardoantiche in Friuli e, in particolar modo, il Castrum Nemas, citato da Paolo Diacono, e le ricerche che lo hanno interessato.
Dopo un’introduzione relativa ai due modelli di fortificazione tardoantica (Tractus Italiae Circa Alpes e Claustra Alpium Iuliarum), l’autore si è spostato spiegando nel dettaglio la fortificazione di Nimis. Si giunge così ad un inquadramento geografico, topografico e storico del territorio su cui insiste il territorio di Nimis e, infine, al cuore stesso della tesi ovvero Castrum Nemas e, tramite una collazione di varie fonti, scritte e orali, propone una serie di nuove considerazioni a riguardo.
Purtroppo la mancanza di oggetti da ricondurre chiaramente all’ambiente militare non permette una chiara interpretazione del sito, così come il cattivo stato di conservazione delle strutture rinvenute. L’autore propone che il sito del Castrum Nemas possa essere la vicina Chiesa di San Gervasio e Protasio, posta su di un modesto rilievo lungo la strada che porta da Cividale del Friuli al Norico; purtroppo anche in questo caso le vicende storiche non permettono di chiarire maggiormente la situazione: l’edificio è risultato essere stato spogliato delle sue sepolture attorno al 1880.
Lo studioso, in conclusione, afferma che il tema delle fortificazioni tardoantiche in Friuli e soprattutto, per quanto riguarda quella Regione, delle fortificazioni citate dallo storico longobardo Paolo Diacono, risulta essere una tematica tutt’altro che chiusa, definitiva e spenta della sua forza vitale e pertanto meriterebbe aggiornamenti.

Intervento effettuato nell’ambito del progetto “Seguendo le tracce degli antichi” effettuato il 31 ottobre 2019 presso la Sede della Torre di Porta Villalta della Società Friulana di Archeologia odv a Udine.

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