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Giampiero GALASSO: Quale futuro per gli archeologi italiani.
Autore: Giampiero Galasso
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Giampiero GALASSO: Carriera e prospettive del mestiere d’archeologo.
Autore: Giampiero Galasso
Il termine ‘città’, nel senso di ‘insieme di case’, risale a molti secoli prima di Cristo; esso è connesso all’idea di ‘costruzione’; voleva indicare una dimora diversa dalla capanna, dalla grotta; il contenuto originario si può cogliere in BAR, la cui scrittura riproduce una pianta rettangolare, munita di apertura, chiamata appunto BAR > ‘casa’, ed è nota agli studiosi, perché corrisponde alla B degli alfabeti; ma esisteva anche PAR ‘casa’; chi sarà nata per primo? Le separa solo una frequente varianza tra le labiali, B > < P. Quest’ultima la conosciamo nel licio PAR-na ‘costruzione > casa’, idea inclusa nel verbo PR-n-na-wa-te ‘ha costruito’ (1, J. Friedrich, DDS), la contiene l’ittita PAR-na-s-se-a ‘famigliari’ (2, F. Imparati, LLI; QSI), il tirseno PAR-ni-ch ‘di casa’ (3, M. Pallottino, TLE); ma la forma desinenzata, come ci suggerisce la fonetica, doveva consistere in una struttura luvia: *PAR-a-sa > PAR-na, *PAR-na-s-sa, ittita PAR-na-s-se-(W)a suwaizzi ‘i famigliari si salvano’ (2), con le inevitabili varianze compatibili, ossia con lo sviluppo seguente: *PAR-a-sa > PAR-na, *PAR-a-s-sa > *PAR-a-n-na/ *PAR-a-z-za/ *PAR-a-t-ta; se togliamo l’iniziale P > F/H, anche questa perdita si verificava, ecco comparire altre forme intermedie, come *HAR-na > *HAR-a-n-na > HAR-na-si “citta(della)” (4, P. Meriggi, MEG), *HIR-u-Fi-n-na > HIR-u-Mi-(n-)na (4, P. Meriggi, MEG); come di consueto bisogna prevedere la caduta anche della H, cogliendo le forme storiche del licio AR-n-na ‘città’, AR-n-na-i ‘cittadini’ (5, TdX), compresa la forma anatolica della Confederazione di AR-za-wa < *AR-a-sa-Fa (1), e le uscite italiche, testimoniate da OR-te, OR-vie-to, AR-e-z-zo, UR-Bs, UR-bi-no, OR-be-te-l-lo < *UR-we-te-cu-lo; ma preferisco la varianza più inconfutabile, emigrata in Italia, dico HIR-u-Mi-(n-)na ‘città’ (3, TLE, 363), senza tralasciare la più famosa, quella nota a tutti, ossia la UR-Bs latina, residuo più antico per la Bss(a) finale, ciò considerando che l’originale aveva la struttura, appunto con la S desinenziale: * > PAR-a-s-sa > HAR-a-s-sa > HAR-a-Fs-sa/ HAR-Fs-s > *HAR-u-Mn-na > *AR-a-n-na per ricordarci anche le notissime città asianiche di *AR-a-s-sa > AR-i-n-na, la nota ‘città del Sole’, e AR-a-t-ta, nemica dei Sumeri, perché il re Enmerkar la minacciava continuamente di distruzione, se non avesse donato ogni sorta di oggetti preziosi, in particolare i lapislazzuli, e i materiali per costruire i propri templi; ce lo racconta l’epopea di ‘Enmerkar e il signore di Aratta’ (6: Helmut Ulhig, IS); notevole anche perché, visti i risultati, sempre fallimentari delle trattative verbali, alla fine questo re straordinario, multicentenario, ispirato da un dio, “Prese allora una zolla d’argilla il signore di UR-u-k,/ vi scrisse parole COME SOPRA UNA TAVOLA./ MAI era stata SCRITTA PAROLA SULL’ARGILLA./ Ma ora, poiché il dio del sole così l’aveva ispirato,/ così accadde. Ed Enmerkar scrisse la tavola.”
Io mi sono sempre domandato: chi scriveva sulla TAVOLA? Lui si mise a scrivere COME SOPRA UNA TAVOLA. E se gli europei Arattesi fossero stati tutti analfabeti, a che scopo avrebbe scritto rivolto proprio a loro con questo strumento inusitato? Chi poteva leggere il documento minatorio? Bisogna sapere che scrisse perché i messi, con le parole non ottenevano nessun risultato; allora pensò: mettiamo le parole per iscritto, quelle non si possono cambiare. Ma gli Arattesi, sia che Enmerkar mandasse loquaci ambasciatori, sia che li facesse presentare con le pandette sulle mani per leggerle pubblicamente, se non conoscevano lingua e scrittura, dovevano rimanere indifferenti, o ancora e sempre sospettosi, per le informazioni lette dai nemici, non da loro.
E’ meglio supporre che qualcuno ad Aratta tracciasse segni proprio sulle Tavolette (di legno); ed Enmerkar, alla fine, si decise ad imitarli, servendosi però della creta, così tanta tra i due fiumi, che chiunque ci avrà potuto giocare già da molto tempo, fino al pensiero di tracciarvi
Alcuni si pongono la domanda: Internet segnerà la fine professionale ed economica delle case editrici, delle stamperie e dei librai? La morte del libro stampato e delle belle edizioni?
Non si può dare una risposta compiuta perché troppo rapidi, complessi e condizionati da molti fattori saranno i cambiamenti dei gusti e delle abitudini delle prossime generazioni. Per ora non vi sono avvisaglie che ciò possa accadere e con questa speranza, due anni fa si è realizzato un avvenimento enormemente significativo ed anche simbolicamente importante per la cultura di tutta l’umanità: sotto il patrocinio dell’UNESCO è sorta nuovamente, come una moderna fenice, la nuova Biblioteca alessandrina.
Ma andiamo indietro nel tempo, in Egitto, all’inizio del III sec. a.C. Demetrio Falereo, erudito e sodale di Teofrasto, allievo di Aristotele, concepì l’idea di mettere a disposizione dei dotti tutto il sapere dell’uomo e di tramandarlo ai posteri. Alessandria poteva essere la depositaria di questa rivoluzionaria ed ardita opera e Tolomeo Sotere con il figlio Tolomeo Filadelfo, straordinari cultori delle arti e delle lettere, decisero di realizzare la fantastica iniziativa. La raccolta delle opere sarebbe divenuta sistematica, secondo i principi aristotelici, in un tempo in cui risultava estremamente arduo raccogliere tavolette, papiri e pergamene ed in cui la diffusione dei testi era privilegio riservato agli archivi dei re, ai sacerdoti dei templi ed ai ricchi privati. Ad ogni nave che attraccava nel porto di Alessandria venivano chiesti i libri presenti a bordo, per poter essere copiati e poi restituiti. All’uopo fu istituita la carica di “Ispettore della Biblioteca”, personaggio deputato alla ricerca ed alla duplicazione di ogni testo possibile, fino a che la Biblioteca raggiunse l’iperbolica cifra di oltre 700.000 papiri. Gli eruditi che la frequentarono furono Euclide, Eratostene, Archimede, Erone, Aristarco di Samo, Zenone di Elea, Callimaco e tutti i più grandi studiosi dell’antichità, nel corso dei secoli. Ma all’ambizioso progetto di Tolomeo si aggiunse anche un tempio dedicato alle Muse, inteso come centro di raccolta critica di tutto ciò che poi veniva conservato nella biblioteca: da tale istituzione nacque il nome ed il concetto quattrocentesco di “Museo”. Così, se all’inizio s’intendeva raccogliere solamente i libri di autori greci, ben presto le collezioni si arricchirono anche di testi di ogni idioma, che spaziavano in tutti i campi e che provenivano dalle più lontane terre. Vi era conservata la “Storia del mondo” del sacerdote babilonese Baroso, oppure l’intera opera di Manetone, sacerdote egizio, o ancora i testi del fenicio Moco, che riprendeva le teorie sull’atomo; vi si trovavano poi i libri di alchimia e medicina e la tradizione riporta che vi fossero anche opere provenienti dall’India.
Tutto si sviluppò e crebbe per circa tre secoli, fino a quando nel 47 a.C. il fuoco appiccato dai legionari di Cesare alla flotta di Cleopatra, si estese per errore alla Biblioteca, che sorgeva in riva al mare, e circa 40.000 rotoli di papiro andarono distrutti. Fu la stessa Cleopatra a ricostruire sulla collina di Rhakotis una sorta di biblioteca gemella, più lontana dal porto e dai rischi che esso comportava. Seguirono però anche gli incendi per opera di Zenobia, regina di Palmira e di Diocleziano nel 295. Ma ancora la Biblioteca viveva ed era meta di studiosi provenienti da ogni dove. Ormai il tramonto del mondo classico era alle porte: il cristianesimo si diffondeva sempre più e con esso anche alcuni episodi di intolleranza. Fu questo il caso del vescovo Cirillo (o Teofilo?), che nel 392 ordinò di dare alle fiamme i testi pagani e quelli di alchimia e magia e così se ne andarono in fumo circa due terzi dei restanti papiri. Unica depositaria della scienza greca rimaneva una donna, Spazia, pagana, astronoma e scienziata, a capo della Scuola neoplatonica di Alessandria. Ella rifiutò di convertirsi al cristianesimo