Tutti gli articoli di admin_med

Ileana TOZZI: Il Museo Diocesano di Rieti.

Al tramonto del XIX secolo, dopo l’inevitabile corollario di profanazioni e dispersioni seguito alle soppressioni che ne avevano segnato la storia, il vescovo Bonaventura Quintarelli, che fu alla guida della Diocesi di Rieti dal 1895 al 1915, anno della sua morte, assolse al compito di raccogliere nell’ufficio delle sue attività pastorali tutti quegli oggetti liturgici che erano rimasti incustoditi, quasi res nullius, nelle tante pievi rurali abbandonate, nelle chiese e nei complessi ex conventuali del territorio soggetto alla sua opera pastorale.

L’articolo completo si trova in www.mecenate.info, alla pagina:
Rieti

Autore: Ileana Tozzi

Email: tulliotosti@libero.it

Angelo DI MARIO: Bolsena.

SÉL-a-s ‘splendore’ > FEL > VEL > VEL-u-s > VEL-u-sa > VEL-u-s-la > VEL-s-na > VEL-z-na > *VOL-s-na > *BOL-s-na > BOL-s(e)-na.

Esponiamo cenni veloci e significativi: uno geografico, tratto da Ps. Aristotele (ed. Firmin-Didot. Aristotelis opera omnia graece et latine, v. IV, De Mirab. ausc. 94, Parisiis, 1857): “Esiste una città in Etruria… che è fortissima. In mezzo ad essa si eleva un colle alto, …. e in basso c’è una selva foltissima e acque.” Il colle è quello chiamato VIE()-te-na (*VJEL-t-na); le acque, esprimono una idea corposa; l’espressione suggerisce perciò il Lago di VELzna.

Due che riportano elementi storici, come questi che seguono: da la Repubblica, La Storia, V. 3, pag. 214: “Nel 265 i Romani, chiamati in aiuto dagli aristocratici di Volsinii (Orvieto era altro, se stavano accampati nei pressi) (quindi non ad Orvieto; non è Orvieto), che ne erano stati espulsi dopo il sopravvento che vi avevano preso i liberti, espugnarono la città, LA DISTRUSSERO, TRASFERENDO LA POPOLAZIONE IN UNA NUOVA SEDE, A VOLSINII NOVA (Bolsena), e ridiedero la preminenza agli stessi aristocratici dopo aver CROCIFISSO I LIBERTI” (nell’area sacra di Sant’Omobono a Roma, dove sorgevano i templi della Fortuna e della Mater Matuta, fu eretto un monumento al trionfatore M. Fulvio Flacco, singolare per le numerose statue di bronzo, ca. 2000, ivi trasferite come bottino fatto nel tempio federale etrusco di Fanum Voltumnae, e delle quali si sono identificate le impronte).
Da Zonara (Epit. Hist., VIII 7, a.c. di Moritz Eduard – M. E. Pinder, to II, p. 129, Ed. Weber, Bonn 1844) si forniscono ancora notizie politiche e militari; si riportano le trame antecedenti la guerra, infine si termina con: “I Volsiniesi, sconfitti di nuovo, si ritirarono dentro le mura, poi, costretti dalla fame, si arresero. Il console, tormentandoli, uccise quelli che avevano oltraggiato l’onore dei signori, e distrusse la città; i gentili, e in verità quelli dei domestici che erano stati buoni con i signori, li fece abitare in altro luogo”.

Come affermare che a Roma il console ci portò chissà quali e quante ricchezze, oltre a 2000 statue, e riguardo ai vinti, trasse con sé soltanto i morituri designati, adatti allo spettacolo; invece gli oltraggiosi li aveva già ammazzati a Velzna; e il resto della popolazione l’aveva lasciata salva; se è vero che ad essa, composta da aristocratici e domestici fedeli, permise di abitare in altro luogo (a Bolsena).

Ma è altrettanto interessante ciò che afferma Plinio il Vecchio, parlando dei fulmini, riferisce che Volsinii fu totalmente bruciata da un fulmine; questo dato qui mi sembra un’informazione notevole; palesa l’accortezza perspicace del potere, che fatta una atrocità, la addebita ad altri, ma anche al cielo, al volere della divinità; deve essere nata dall’impresa militare dei Latini, che la rasero al suolo, magari utilizzando il Plurifulminante Giove per l’operazione finale. Altra notizia da interpretare correttamente è quella rilevabile dalla tomba François di Vulci (IV sec. a. C.); lì tra le scene raffigurate vi compare Laris Papathnas Velznach, cioè ‘Laris di Papathna, (nativo di) da Velina’.

Da non trascurare, infine, Plinio il Vecchio, che nella Naturalis Historia (36.168) scrive che il lago era situato in territorio tarquiniese, ma si chiamava lacum Volsiniensem; non lo definisce orvietanum.

Sappiamo che la città, cinta da mura, forte, estesa, importante, era anche un centro politico-religioso, luogo in cui si ritrovavano le ‘Dodici città’, dove i fedeli esprimevano la loro fede raccolti in un complesso, in seguito detto latinamente Fanum Voltumnae. Ma sono in molti a testimoniare quel periodo, in particolare Zonara, che ci dà notizie sulle modalità di conquista di velina, suggerendo anche indizi tralasciati da Tito Livio; il quale, però, ne testimonia la grandezza, quando, tutte insieme

Marisa UBERTI: Il Fonte Battesimale della Basilica di San Frediano a Lucca.

E ‘improprio parlare di ‘Fonte Battesimale‘ ,per questo capolavoro (uno dei più prestigiosi dell’arte romanica in Lucca), databile al 1150 circa: essa è una Fontana Lustrale e molto probabilmente, in origine, si trovava al di fuori della Chiesa di San Frediano, antica basilica Longobardorum. Invece, oggi si trova all’interno, sulla destra entrando, prima della cappella di Santa Zita, il cui corpo è conservato incorrotto. La parte centrale dello splendido manufatto fu rubata e, per due secoli, non se ne seppe più nulla, fino a che fu ritrovata, a Firenze, e ricollocata al suo posto nel 1952.

San Frediano – cosa insolita per una chiesa non cattedrale – aveva il privilegio di Battezzare (primo documento datato il 24 maggio 1016): questa liturgia avveniva la vigilia del giorno di Pentecoste, mentre il sabato Santo il Sacramento era impartito nella Cattedrale di Lucca. La parte terminale di questo manufatto è assai particolare: una sorta di ‘cono di pietra‘ squadrato e troncato (non sembra nemmeno finito o completato, a prima vista); rappresenta una copertura abbastanza singolare per un fonte o fontana che dir si voglia. Le teste dei personaggi della parte superiore appaiono quasi tutte mozzate e si ignora il motivo, forse accadde durante il periodo in cui scomparve dalla sua sede.

Simboli cristiani e simboli pagani

Sei daghe compongono la vasca inferiore; quattro rappresentano le Storie di Mosè e due imitano un sarcofago paleocristiano spartito da sette archetti, in cui si ravvisano sette personaggi, di cui quello al Centro potrebbe essere il Cristo collegato al Sole. .Infatti questo personaggio reca sulle spalle un agnello, iconograficamente il Buon Pastore. La critica ha trovato parallelismi tra questo capolavoro e l’opera di Ildegarda di Bingen (Liber Divinorum Operum“- ‘Modum Rotae’),che sono coevi. Il ‘Liber...’ oggi è conservato nella Biblioteca di Lucca (ms 1942, fol. 9 r). In quel Manoscritto, Ildegarda pone corrispondenza tra i doni dello Spirito Santo e i pianeti, sottolineando l’influenza che questi hanno sulle vicende e sul carattere umani e questo è quanto emergerebbe dallo studio simbolico e iconografico dei sette personaggi raffigurati, anche se la loro decrittazione non risulta agevole. Gli altri potrebbero metaforicamente incarnare i sette pianeti noti nel Medioevo, Saturno, Giove, Marte, Venere, Mercurio, Luna . Già nell’antichità e nel paganesimo la divinità collegata con la rinascita, con il Solstizio Invernale era quella del Sol Invictus. Il secondo è atteggiato a filosofo greco,stando alla critica, e il settimo tiene in mano una lepre per le zampe posteriori, capovolta. Lo sguardo di costui è rivolto verso una figura scolpita più in piccolo, dietro la sua spalla sinistra (la critica dice essere un angelo in atto di ammonire), ma non ne ha le sembianze, pare più un uomo abbigliato alla foggia egizia. In questo fonte i richiami a concetti precristiani sono parecchi, il che farebbe pensare che gli artefici abbiano attinto ad una conoscenza ampliata.

Sulla vasca si erge un blocco scolpito ondularmente, magnifico, la cui parte superiore è scolpita con figurazioni animali e allegoriche; tra le onde – un fanciullo nudo e una figura che viene ‘liquidata’ come un animale fantastico, ma che a mio avviso cela anche altro. Si nota in effetti un serpente (con molti denti), in fondo, nell’atto di azzannare qualcosa.

Più sopra, si vede un’ala piumata e un intreccio, su cui si ‘innesta’ un elemento di incerta decifrazione. In fondo al pilastrino vi sono le bocchette di scarico, il che rendeva impraticabile il rito battesimale per immersione in questa vasca. Tra le dodici figure scolpite nella coppa della fontana lustrale,che corrispondono ad altrettante bocche/zampilli da cui fuoriusciva l’acqua, si nota un volto tricefalo. La critica dice che questo elemento della testa tricefala non ha niente a c

Laura TUSSI: L’educazione alla pace – Conflitti, affetti, cultura.

Convegno Internazionale su Franco Fornari, 20-21-22 maggio2005, Milano

In un’epoca in cui i conflitti internazionali producono nuove forme di guerra e in cui assistiamo a grandi trasformazioni delle relazioni tra i popoli e le istituzioni, una lettura dei processi individuali e sociali di rappresentazione degli affetti può offrire un importante contributo alla costruzione di una nuova cultura, un’arte della pace, come capacità di soluzione non ideologica dei conflitti.

Franco Fornari (1921-1985), uno dei maggiori psicoanalisti ed esponente di primo piano della cultura italiana, ha elaborato un modello teorico, che ha applicato non solo al lavoro clinico individuale, ma anche all’analisi delle dinamiche dei gruppi, dei conflitti istituzionali e sociali, della guerra e dei prodotti culturali, dalla letteratura all’arte e alla musica.

Nel ventennale della sua scomparsa, il Centro Milanese di Psicoanalisi Cesare Musatti (componente della Società Psicoanalitica Italiana), la COIRAG (Confederazione delle Organizzazioni Italiane per la Ricerca Analitica sui Gruppi) e il Minotauro (Istituto di analisi dei codici affettivi) organizzano un convegno che – riconoscendo l’attualità del pensiero di Fornari e l’importanza della sua figura – si propone come spazio di riflessione e dialogo sulla dimensione simbolica e affettiva dei processi sociali e culturali.

Adolescenza, educazione e affetti

I ragazzi considerati “difficili” manifestano comportamenti percepiti come dissonanti rispetto ai modelli condivisi, e danno la percezione effettiva di un disagio interrelazionale all’interno del gruppo sociale. Per gran parte dell’approccio pedagogico, ma anche psicologico, il progetto rieducativo del ragazzo difficile parte dalla presa in considerazione della storia di vita personale, collegata agli affetti, alle figure primarie di riferimento, ai codici comunicativi della prima infanzia, alle dinamiche affettive che si sviluppano all’interno del contesto familiare.

Il paradigma pedagogico teoretico individua il contributo del soggetto nella costruzione del proprio modello d’interpretazione del mondo e di azione sullo stesso.

Con il paradigma fenomenologico si individua il comportamento deviante come la parte di un tutto complesso ed individuale: il soggetto.

Dal tutto si può comprendere la parte. Il “ragazzo difficile”, nella sua globalità di persona, fornisce indizi per cogliere il comportamento deviato.
Una relazione educativa, per essere autentica, deve fondarsi sul presupposto di una reale comunicazione con l’altro, in un interscambio che provochi una rivisitazione e rielaborazione personale.
Spesso negli adolescenti si avverte un profondo disadattamento interiore, ossia assenza di intenzionalità, per cui il soggetto risulta incapace di attribuire senso e significato alla realtà. Subentra una svalutazione del sé affidata spesso ad un altro coetaneo o ad un adulto, inseguendo una inutile fuga dal proprio sé, che a volte raggiunge gli estremi del suicidio e dell’abuso di sostanze.
Con la distorsione dell’intenzionalità si verifica un eccesso dell’io, una volontà assoluta di affermare se stessi, con un posto centrale ed esclusivo nella costruzione della realtà, che paradossalmente rivela una fondamentale incapacità di comunicare con l’altro. L’”altro” diviene un esclusivo mezzo di affermazione di sé, come spettatore del proprio esibizionismo narcisista.
Lo scopo pedagogico mira ad una strutturazione dell’intenzionalità, ossia la capacità, anche creativa, di attribuire senso e significato al mondo e alla realtà, giungendo così ad una riappropriazione soggettiva, all’adattamento sociale, al reinserimento, all’entropatia.
L’intervento educativo ed anche psicologico sono volti ad ampliare l’orizzonte qualitativo del mondo relazionale del ragazzo, al fine di costruire condizioni di ripensamento della realtà, con l’obiettivo di rieducare e condurre all’ottimismo