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Andrea ROMANAZZI: Venezia – I misteri della laguna, tra spettri, Graal e magi occultisti.

Quando si parla di Venezia vengono subito in mente le immagini delle bellissime gondole che vagano per i canali e la dolce atmosfera romantica che la avvolge, ma tra i campi e i calli gremiti di turisti si nascondono antiche leggende, misteri insoluti, ombre di antichi personaggi che rendono la città fortemente inquietante in questa sua gotica disinvoltura. Sarà seguendo così le tracce di questi enigmi che si perdono nella notte dei tempi che riusciremo ad entrare in contatto con il genius urbis che come novello Virgilio ci porterà tra le pieghe del tempo al cospetto di tradizioni mai dimenticate come il Graal e Cagliostro, Casanova e l’Inquisizione che ci faranno cambiare idea sul comune soprannome di “Serenissima”.


 


IL GRAAL E I MISTERI DI SAN MARCO


 


La città di Venezia è ricca di leggende su antiche reliquie cristiane dato anche gli stretti rapporti economici con il mondo orientale e così ovviamente non potevano mancare storie sui Templari e il mistico Graal, la coppa nella quale, secondo la leggenda, Giuseppe d’Arimatea raccolse il sangue di Cristo.


La via che porta questa favolosa reliquia in città è quella che conduce a Costantinopoli, l’odierna Istambul, città conquistata dai Crociati e strettamente legata al capoluogo veneto. In particolare proprio durante la Quarta Crociata cavalieri e mercanti portarono in città cultura e tradizioni mediorientali  oltre ai moltissimi tesori provenienti dalla città turca come i quattro cavalli in rame presenti sulla Basilica di San Marco e che tradizione vuole avessero al posto degli occhi degli splendidi rubini. Si sa ancora che da Costantinopoli sarebbe provenuta la Corona di Spine di Gesù che Luigi IX di Francia riuscì a sottrarre alla città per portarla in Francia, presso la Sainte Chapelle, dunque non sarebbe impensabile che, nel caso fosse davvero esistito, il Graal nel suo mistico cammino fosse davvero giunto nella città.


La tradizione lo vuole nascosto nel trono di San Pietro, il sedile ove si sarebbe davvero seduto l’Apostolo durante i suoi anni ad Antiochia costituito da una stele funeraria mussulmana e decorato con i versetti del Corano oggi presente nella chiesa di San Pietro in Castello. Si narra che questa poi sarebbe stata trasferita successivamente a Bari, città legata a quella veneta da interessanti tradizioni comuni come il santo Nicola le cui due città si spartiscono le sacre reliquie. Alcune tradizioni locali, poi, vogliono che nella chiesa di San Barnaba fosse stato seppellito il corpo mummificato di un cavaliere crociato francese dal nome di Nicodemè de Besant-Mesurier, legato alla vicenda della traslazione della mistica coppa ritrovato ne

Laura TUSSI: Ambiente e sviluppo cognitivo – Gli effetti dell’apprendimento.

Gli effetti dell’apprendimento (esperienza e influsso ambientale) sono filtrati dall’equilibrazione, fattore di regolazione interna di ogni organismo vivente, centrale nello sviluppo.

Il meccanismo dell’equilibrazione.


Piaget afferma che la ristrutturazione endogena è un processo continuo e la natura di questo processo è la ricerca di stati di equilibrio. Il movimento verso l’equilibrio non si volge nel senso di una maggiore staticità, ma di un’attività crescente che permette la costruzione intellettiva di strutture più complesse. La vita è autoregolazione, per cui la conoscenza non risiede in un qualunque organo fisico, ma usufruisce dell’interazione di insiemi di organi per il suo funzionamento, in una prospettiva solipsistica. Lo scambio con l’ambiente (stimolo-risposta) è alla base del comportamento. Piaget parlando di ambiente si riferisce a quello fisico, mentre Vigotskj considera l’ambiente sociale. Piaget ha sempre rifiutato la prospettiva neodarwinista sull’evoluzione in quanto selezione naturale vista da Piaget come processo subito dall’organismo, senza partecipazione attiva. Piaget propone un modello in cui l’organismo sia perennemente attivo e prenda iniziativa di cambiamento, come parte del processo globale di autoregolazione. Questo è l’equilibrio, ossia la ricerca di omeostasi. Quando le pressioni esogene sono tali da rendere impossibile l’assimilazione, vale a dire l’apprendimento, si ha una situazione di squilibrio. L’organismo cerca la soluzione, costruendo una nuova struttura mentale che si adatti alle esigenze dell’ambiente e dell’organismo. Il problema fondamentale in questa prospettiva consiste nel dover insegnare la struttura al bambino o doverlo mettere nella situazione in cui è attivo e si crea la struttura. Secondo Piaget non si riesce a fermare il progresso dell’apprendimento specifico indipendentemente dal progresso stesso, ossia tramite l’idealismo meccanicista. Piaget sostiene che l’apprendimento è una strategia di scoperta per cui le organizzazioni precedenti si trovano in un tutto coerente che è una nuova struttura di equilibrio. L’apprendimento è ricerca di equilibrio e lotta contro l’entropia, ossia il disordine. L’apprendimento non è in rapporto con la motivazione per una questione socioculturale, ma l’apprendimento nella nostra società è lo stato naturale del bambino e dell’adulto. L’ambiente preposto all’apprendimento è la scuola. Secondo Piaget il ruolo della stimolazione precoce non ha gran peso perché nella sua prospettiva lo sviluppo si svolge in una successione obbligatoria di stati. La ricchezza o la povertà dell’ambiente non costituiscono fattori importanti perché non alterano i meccanismi fondamentali dello sviluppo, nell’equilibrazione e nell’adattamento. Piaget ritiene importante l’articolazione interna delle strutture cognitive.


Contenuti d’insegnamento e processi cognitivi.


La disciplina pedagogica riguarda processi d’accrescimento e di trasformazione soggettiva, di sviluppo e problematicità dei saperi e dei contenuti. Contenuti e processi sono termini fortemente intrecciati nella letteratura pedagogica per l’opinione comune secondo cui i contenuti dell’insegnamento sono identificati con le materie scolastiche, i saperi valutati come nozioni. Il termine disciplina quale aspetto formativo ed educativo indica delle conoscenze trasmesse e la ricerca educativa recente vuole rimuovere questa distinzione. Il concetto di processo quale attività educativa priva di finalità prestabilite, riguar

Andrea ROMANAZZI: Il ritorno del Dio che balla: culti e riti del tarantolismo in Italia.

Il tarantismo affonda le proprie radici tra le ataviche paure dell’uomo Antico che vede il Dio Vegetazionale, resosi immanente nella pianta, perire per mano propria e che dunque ha timore che la stessa divinità, offesa ed usurpata, si vendichi con tutta la sua forza.

E’ il momento in cui si genera la mistica crisi umana, è il contadino stesso in realtà causa della morte del Dio falciato e dunque della sua stessa disperazione ponendo termine alla vita vegetale e così prostrandosi alla punizione del dio.


Unica soluzione è la ricerca di un capro espiatorio, l’animale sacro che, come novello agnello, possa lavare dalle ataviche colpe e nascondere il misfatto camuffandolo e trasformando l’uomo da assassino in assassinato.


Sarà così che nel corso della pagine del libro ci imbatteremo tra antiche divinità e numerosi animali totemici, il lupo, il toro, la capra, il coniglio, espressioni essi stessi dell’immanenza del divino ed allo stesso modo colpevoli esecutori della morte del dio.


Sarà durante questo excursus che giungeremo al cospetto dell’aracnide, la mistica Taranta dal duplice aspetto: espressione del Nume che deve esser ucciso ma anche temibil capro espiatorio sul quale riversare le ancestrali colpe.


Questa l’intima essenza della ragno e del suo lascivo e voluttuoso morso. Essa ripropone il momento di crisi umana, il vero ed unico Peccato Originale della stirpe di Eva, la raccolta del frutto proibito, delle “messi del Signore” che viene così ucciso per dare la conoscenza all’uomo e ai suoi discendenti. E’ la crisi che genera la cacciata dall’Eden, la dipartita dal bosco che produceva per l’uomo, è la comparsa della vergogna primordiale, l’uman terrore che si annida tra le spire del serpente tentatore, la Tarantola Primigenia nascosta tra  i rami non per tentare e dannare, ma per sedurre ed ostentare il suo sensuale morso, simbolo della caducità umana, della illusoria dominazione da parte dell’uomo sulla natura che è Divinità.


Al ritmo ossessivo e ripetitivo delle pizziche e delle tarantelle ecco che musica e la danza diventan il tramite con il mondo numinoso, la mutevole via che conduce l’uomo all’estasi mistica ballando attorno all’Albero del Sabba primordiale. E’ qui che tra le spire dell’eterno Serpente, l’Antico Dio dal passo saltellato continua ad offrire il Frutto ai suoi figli che timorosi lo colgono. Ogni anno, da qui all’eternità, all’ondeggiare delle spighe di grano al soffio del vento, l’uomo vedrà il ritorno del “dio che balla” e con lui danzerà fino allo scomparir del chiaror di luna quando avrà finalmente termine l’estenuante Notte della Taranta.


Edizioni Venexia


Barbara CARMIGNOLA: C’era una volta Angkor.

In Indocina, nell’estremo oriente asiatico, tra il IX ed il XIII secolo, sorgeva l’impero dei Khmer. La White Star, quale tangibile omaggio verso questa civiltà ancora poco studiata, ha dato alle stampe un prestigioso volume di Marilia Albanese, “Angkor, fasto e splendore dell’Impero Khmer” (White Star, Vercelli 2002, pp. 296, € 75).


Rilievi, statue ed edifici, disseminati in un’area che si estende tra Laos, Cambogia e Thailandia, restano ancora oggi a testimoniare la vastità di questo regno, vestigia di una civiltà che seppe esercitare un gusto proprio, quantunque influenzato dalla vicina India.


Gli Khmer fusero nella loro cultura Induismo e Buddismo ed elaborarono un proprio patrimonio ancestrale a memoria del quale rimangono ancor oggi gli imponenti templi, considerati dimora degli dèi e, per questo, uniche strutture costruite con materiali durevoli come pietre e mattoni.


I templi della piana di Angkor erano collocati al centro di specchi d’acqua collegati fra loro da una rete di canali alimentata da un complesso sistema idrico. Tale impresa, insolita nelle antiche civiltà, rese la piana di Angkor un impero a sé stante, connotato da un esteso tessuto acquatico dominato da una miriade di risaie costellate di bacini e segnato dalle piramidi dei templi-montagna, simboli del monte Meru che rivestiva il ruolo di perno ordinatore dell’universo.


L’edificazione dei templi, strettamente connessa con norme magico-simboliche, incanalava le forze divine sulla terra e trasformava il sovrano, che ne era l’anello di congiunzione, in un’incarnazione della Divinità. Nei bassorilievi di questi edifici sacri sono scolpiti eventi mitici e le divinità del pantheon locale, le battaglie ed elementi della vita quotidiana. I bassorilievi del Bayon, il tempio costruito da Jayavarman VII nei secoli XII e XIII illustrano, per esempio, la vittoriosa battaglia di Jayavarman sui Cham, evento storico e non mitologico. In una scena dell’ala sud della galleria meridionale compaiono i fanti, un cavaliere probabilmente loro condottiero e due elefanti da guerra. Sullo sfondo si intravedono parasoli e stendardi, elementi importanti per stabilire il rango degli ufficiali.


Attraverso i fregi scolpiti e l’analisi dei reperti archeologici, il libro traccia le linee guida della società khmer, dai vertici indianizzati della corte fino al popolo delle risaie.


Scopriamo così che il regno era diviso in province, definite talora praman, talvolta vishaya, governate da principi o alti dignitari che potevano essere ulteriormente suddivise in distretti a loro volta composti da un numero variabile di villaggi, sruk o grama. Funzionari di rango diverso erano preposti alla riscossione delle tasse e alla gestione del territorio, distinti dal tipo di palanchino e dal numero di parasoli. Reggere i parasoli, gli scacciamosche e i ventagli, fatti di frasche, piume e stoffe, era una funzione importante e chi la espletava doveva appartenere ad una categoria sociale elevata.


I templi erano esentati dalle tasse, erano anzi dotati di prebende spesso appartenenti ad importanti famiglie che veneravano, accanto alla divinità principale, anche i loro antenati. Contingenti di khnum, non proprio degli schiavi, i cosiddetti “dedic