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Carlo FORIN. Gnosis < G NUS IS - Teonomasiologia e canone.

Lo studio dei nomi degli dèi mi ha introdotto ad un’osservazione panoramica dei fatti antichi [: sociologia della protostoria].
I nomi degli dèi illuminano i nomi umani, cardini delle parole comuni.


Direi che l’approccio nuovo mi ha liberato dai canoni, cioè sono stato condotto fuori dai sentieri troppo ripetutamente percorsi e credo di aver individuato diverse cose nuove che giacevano dall’antico sotto gli occhi di tutti, ma che non vengono viste a causa del canone [la regola che dà ordine ed anche morte al pensiero]. Occorrevano lenti nuove per vedere le cose nascoste dai canoni [cose ridotte ad ‘ideologia’, ovvero a ‘rappresentazione del mondo non corrispondente al mondo com’era’ –‘ideologia’ secondo Karl MANNHEIM, Ideologia e Utopia, 1957 Bologna-].
Abbiamo già visto Virgilio sacerdote etrusco che il canone ha imbalsamato come poeta romano.
Lo gnosticismo è diventato un’altro di questi canoni/lenti [Qui ‘lento opposto a rock’ per stare con Celentano]: quante pagine di bibliografia bisognerebbe prospettare allo studioso che
volesse dirsi informato almeno in modo leggero su questo fenomeno (una cinquantina?)? E, nonostante un esame approfondito di tutti gli autori il nostro lettore con sete di gnosi rischierà alla fine di rimaner chiuso nel canone, ovvero portato a ripetere: ‘Tizio scrive che Caio ha scritto che Sempronio scriveva’. Ma, i fatti raccontati secondo i canoni sono sempre quelli antichi o non si sono alterati, invece, nella lunga narrazione?


“In principio c’è l’ascolto”
In principio c’è l’ascolto” scrive Joseph Ratzinger in servitori della vostra gioia (a: 85)
un ascolto prolungato, fuori dai canoni, religiosi e laici [Anche se il Papa privilegia l’ascolto di Dio con la preghiera, non omette la lettura di Virgilio e l’ascolto di Mozart]: “Come nella vita dell’uomo non si ottiene niente di grande senza disciplina e metodo, così anche la vita interiore ha bisogno dell’uno e dell’altro. Quando ascoltiamo un grande artista che domina magistralmente il suo strumento, ci commuove la facilità, l’apparente naturalezza e scioltezza, che semplicemente fa parlare la bellezza dell’opera stessa. Ma perché si abbia alla fine questa facilità, nella quale la grandezza si esprime in modo puro e autentico, deve precedere un lavoro lungo e metodico.” (: 93-94). La disciplina ed il metodo, non uccisi dal canone (canone che assimiliamo all’abitudine che sterilizza il metodo rendendolo incapace di generare pensiero vivo) porta Ratzinger a scrivere: “Nel periodo della formazione del canone [Con ‘periodo di formazione del canone’ s’intende, chiaramente, un periodo in cui il canone, cioè il pensiero abitudinario, non si è formato nds], che come tale è stata anche la formazione della Chiesa e della sua cattolicità, Ireneo di Lione prima di tutti gli altri dovette affrontare tale questione, nella cui soluzione si decide la possibilità o l’impossibilità della vita cristiana. Ai suoi tempi Ireneo riconobbe che il principio del cristianesimo dell’adattamento e dell’illuminazione (la cosiddetta gnosi), che allora minacciava la Chiesa alle fondamenta, fu la divisione sulla Bibbia come separazione tra Bibbia e Chiesa.” (: 101-102).


Ireneo di Lione
Vediamo alla fonte di Ireneo il pensiero degli gnostici.
In principio ci sono gli eoni, secondo gli gnostici, racconta Ireneo (di Lione, Contro le eresie, Milano, Jaka Book, 1997, a cura di Enzo Bellini. (Denuncia e confutazione della falsa gnosi libri 5).
Il vescovo Ireneo mostra ad un onomasiologo che il suo nome, presumibilmente,  è sacerdotale, cioè viene scelto all’atto della nomina come per ogni vescovo: significa ‘portatore di pace’, in latino, seguendo l’insegnamento di Cristo: -Io vi lascio la pace, vi dò la mia pace-. Un nome scelto dal futuro vescovo con cura, che mostra che il latino ireneo sillabato in ablativo [il caso latino che c

Ileana TOZZI. Una reatina a Viterbo. Il primo miracolo della beata Colomba presso il Santuario domenicano di Santa Maria della Quercia.

Colomba da Rieti: cenni biografici


Fra le seguaci di Santa Caterina da Siena, fiorite durante la prima età moderna nel Terz’Ordine della Penitenza di San Domenico, merita di essere ricordata nella ricorrenza del V centenario della morte la beata Colomba da Rieti che seppe aderire al modello della spiritualità cateriniana con lucida consapevolezza, interpretandone con tratti originali gli intenti di apostolato, di moralizzazione e di pacificazione della società civile ed ecclesiastica del tempo in cui ebbe a vivere.
Colomba da Rieti nacque nella città sabina il 2 febbraio 1467, nella ricorrenza della solennità religiosa della Purificazione, da una agiata famiglia di mercanti di pannilana impegnati nella scalata al potere economico e politico in seno alla pubblica amministrazione.
Educata cristianamente dalla madre Vanna Guadagnoli, fu avviata all’esercizio delle lettere ed alla coltivazione della sua innata vocazione religiosa dalle donne che si radunavano intorno alla priora Francesca Cervasi reatina presso la casa santa del Terz’Ordine della Penitenza di San Domenico.
Benché il padre l’avesse destinata al matrimonio con il giovane esponente di una antica casata, consolidando così il prestigio familiare attraverso la nuova parentela, a soli dodici anni Colomba trovò la forza di opporsi ad un progetto di vita non condiviso: stando alla Legenda volgare scritta da uno dei suoi confessori, il dotto domenicano perugino Sebastiano Angeli, seguendo l’esempio di Santa Caterina la fanciulla si recise le chiome e ricusò pubblicamente il fidanzamento. Fece seguito a questo duro atto di insubordinazione un lungo periodo di isolamento, quasi di segregazione domestica. Per ben sei anni, infatti, i familiari tentarono di imporre la loro volontà a Colomba, negando l’assenso alla monacazione. Finalmente nella primavera del 1485, superata l’ostilità del padre, la giovane vestì solennemente l’abito bianco e il velo nero del Terz’Ordine della Penitenza di San Domenico presso la chiesa reatina annessa al convento dei Padri Predicatori. Fino al 1488, la religiosa rimase a dimorare presso la casa natale, secondo quanto era consentito dalle Regole di fra Munio di Zamora per le terziarie, che conducevano una forma di vita intermedia fra l’esperienza comunitaria prescritta per le monache professe e la condizione secolare. Dal 1488 al 1501, la vita mirabile di Colomba da Rieti si svolse a Perugia, dove la religiosa si recò su ispirazione mistica, compiendo un viaggio travagliato e non privo di insidie.
Presso la città umbra, Colomba da Rieti contribuì alla riforma della vita religiosa femminile fondando una comunità di terziarie dotata di noviziato, si impegnò attivamente alla pacificazione della società civile travagliata dalle aspre contese che opponevano gli Oddi ed i Baglioni, impegnati nella lotta per l’insignorimento, operò incessantemente per la moralizzazione della Chiesa, retta allora da papa Alessandro VI Borgia.
Colomba da Rieti seppe incarnare lo spirito di riforma che infiammò l’animo del correligionario fra Girolamo Savonarola, facendosene interprete mite e strenua ad un tempo.
Estenuata dalle pratiche penitenziali e dai digiuni, morì in concetto di santità il 20 maggio 1501, al tramonto della festività di Pentecoste.


Il pellegrinaggio al santuario mariano della Quercia


Nel 1487, un anno prima di lasciare per sempre la casa e la città natale, Colomba da Rieti compie un pellegrinaggio alla volta del santuario domenicano di Santa Maria della Quercia in compagnia di dodici persone, amici e parenti che condividono con lei le fatiche e le difficoltà del viaggio.
La comitiva s’incammina a piedi da Rieti alla volta della città di Viterbo. La giovane religiosa, che per l’occasione ha indossato un paio di scarpe per compiacere alla volontà della madre, è costretta a percorrere un lungo tratto del viaggio a dorso di un puledro offertole da una donna, impietosita dai

Antonio USAI, Apuleio contro Aristotele.

Premetto che questo mio scritto non deve essere inteso come una critica al libro “le Colonne d’Ercole un’inchiesta” di S. Frau, al quale per primo ho inviato le mie constatazioni riportate sia qui di seguito e sia di quelle riguardanti il”trattato sul cosmo”. Questo scritto tratta di una mia rilettura di un capitolo di un libro che S. Frau cita a pag. 288 del suo libro.
Il libro è titolato “De mundo” di Apuleio (nato a Madaura, nord Africa, intorno al 125 d.C.) che  è la traduzione latina, che a mio avviso si rivela molto confusa, del trattato “Sul cosmo per Alessandro” di Giovanni Reale.
Frau dice che il “De mundo” è parente strettissimo (padre, figlio o gemello) del trattato “Sul cosmo…”, e che, quindi, anche per Apuleio le colonne d’Ercole sono ferme al canale di Sicilia.
Ma, leggendo il “De mundo” si capisce chiaramente che per Apuleio le colonne d’Ercole sono ferme a Gibilterra in tutto il capitolo della descrizione geografica della terra, e non al canale di Sicilia. 
Infatti il testo recita: ”Dapprima, dunque, dalla parte destra per i naviganti che entrano dalle Colonne d’Ercole vi sono due golfi vastissimi, dei quali uno comprende le due Sirti, l’altro pur piegandosi in curve irregolari, si divide in grandissimi mari dei quali uno è detto Mare di Gallia, il secondo Mare d’Africa, che Aristotele ha preferito chiamare Mare di Sardegna, il terzo è il Mare Adriatico…” 
Se Apuleio dice che attraversate le colonne d’Ercole trovi le due Sirti, il mare di Gallia, il mare d’Africa (o di Sardegna) e l’Adriatico, questo vuol dire che le colonne d’Ercole sono senza ombra di dubbio a Gibilterra.
Un paio di righe prima ho scritto che a mio avviso Apuleio ha fatto una traduzione che si rivela molto confusa del testo di Aristotele; ciò che mi induce ad affermarlo è perchè in questo suo “De mundo” Apuleio commette degli errori non certo veniali. Infatti prima scrive: ”…Tutta questa distesa di terre è racchiusa entro l’ambito dell’Oceano Atlantico…”, poi si contraddice dicendo:…”I mari più grandi sono l’Oceano e l’Atlantico”.
Quest’ultima frase si potrebbe spiegare dicendo che Apuleio  traduce male non il termine, ma il significato di quel te kai, che si traduce e anche, (di questo te kai ne parla sia Frau nel suo libro, sia io nel mio primo scritto sulle colonne di Aristotele). Infatti Apuleio interpreta te kai come se fosse riferito a due mari e non  a un solo mare.
Un altro errore, a mio avviso, Apuleio lo commette quando corregge Aristotele che chiama mare di Sardegna, il mare che lui, Apuleio, chiama d’Africa. Aristotele,  nato 400 anni prima di Apuleio, e gli altri suoi contemporanei chiamavano quel mare di Sardegna, e non d’Africa (vedi Meteorologia).
Un altro errore non di poco conto e nel quale si denota una scarsa conoscenza in fatto di posizione geografica di certi mari, aggravata ancora di più dal fatto che questi mari lui, Apuleio, essendo nordafricano, dovrebbe conoscere più di molti altri, è quando dice che dalla parte destra per i naviganti che entrano dalle colonne d’Ercole vi è un golfo in cui ci sono il mare di Gallia, d’Africa (o di Sardegna) e l’Adriatico.
Per chi entra nel mediterraneo da Gibilterra, il mare di Gallia (golfo del Leone) si trova a sinistra, il mare d’Africa o di Sardegna di fronte e l’Adriatico da tutt’ altra parte. 
Nelle pag. 290 e 291 del suo libro Frau  riporta  ciò che  alcuni studiosi moderni, che Frau chiama gli dei, sapevano a proposito di un’ipotesi del 1800, la quale dice:… che non sarebbe stato Apuleio a copiarlo e tradurlo (il trattato “Sul cosmo” di Aristotele) per pubblicarlo con il suo bel titolo, il “De mundo…” e che, invece, addirittura potrebbe