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Vincenzo ANDRAOUS. Suicidi e sconfitte sociali.

In una settimana due persone hanno tentato di ammazzarsi, due detenuti dello stesso penitenziario.
Tra tanti che riescono nell’intento di farla finita, in questi due accadimenti non è andata così, nel primo caso la prontezza di intervento degli Agenti di Polizia Penitenziaria ha consentito di arrivare per tempo,  il detenuto è in fin di vita, ma ancora vivo. Nel secondo caso la prontezza di riflessi dei compagni di cella hanno letteralmente sradicato dal buco nero più profondo il compagno dai passi perduti.
Due vite per fare una sola parola, predestinati, numeri di un contenitore tritatutto, anche la disperazione più disperante incontra la via più breve per non riuscire a sopportare l’irraccontabile.
E’ già epitaffio per un carcere così ridotto, miserabile e disumano, c’è urgenza di apostrofare la riflessione, innescare la più piccola provocazione per smetterla con gli omissis sulle responsabilità che non ci sono mai, con le posture scandalizzate di una società in preda al panico dialettico e comportamentale.
Come se fare gli indifferenti, i vendicativi a oltranza, i giustizialisti all’ennesima potenza, avesse il potere di rendere più mansueti gli uomini e le donne detenute, ponesse argine alle conseguenze drammatiche della recidiva, nell’intento di inquadrare in una identica civicità spicchi di umanità allo sbando, delinquenti malati e mai curati, malviventi veri e malviventi inventati, trattati nello stesso modo, una popolazione detenuta composta nella stragrande maggioranza da miserabilità, oltre a quella larga fetta di popolazione cosiddetta libera, ma inchiodata al non fare, e quindi nella più che prevedibile commissione di reati.
In questa cartina tornasole dai riflessi opacizzati dalle informazioni, comunicazioni, dati, non sempre esposti correttamente, perché esplicitati a seconda del tornaconto personale, c’è a fare da ponte la richiesta di una giustizia che tuteli le persone oneste, ma che garantisca equilibrio e comprensione umana verso chi sconta dignitosamente la propria carcerazione.
Giustizia giusta non sta a vendetta, peggio, a indifferenza di riordino, neppure è sinonimo di pena certa, quando la pena è un percorso a ostacoli, malamente accidentato, dove è sempre più obbligante morire di dipendenza, di patologia, di malattia.
La Giustizia e il Carcere non possono essere invocati quando qualcuno commette reati indegni o eclatanti, quando il disagio sociale implode-esplode in vere e proprie miserie dis-umane o interessi incrociati devastanti.
La giustizia è un valore alto che cresce dentro una condizione individuale e collettiva che sa schierarsi dalla parte di chi è la vittima, di chi è innocente, di chi  soffre inascoltato senza meritarlo, la Giustizia è tale perché non ha paura, non fa passi indietro nei riguardi di chi non vede riconosciuti i diritti fondamentali, di chi è costretto a sopravvivere, anche di chi ha sbagliato e non ha la possibilità di riparare, di diventare una persona migliore.
Ci si impicca, ci si uccide, quando la pena si traveste e muta in un eccesso di condanna, non c’è solamente la restrizione della libertà personale, ma una vera e propria mancanza di diritto, di corretta interpretazione della misura incapacitante, di non cura della salute e della propria dignità personale.
Il non rispetto di queste “prerogative carcerarie”, deprivano lo scopo e l’utilità sociale della pena stessa, che non può esser considerata una punizione o un castigo se non ricompone la solidarietà collettiva, attraverso lo strumento della riparazione che sta nel Dna di ogni possibile giustizia, per ridare autorevolezza e senso al carcere, che punisce il crimine ma rispetta l’uomo, pur sempre cittadino, detenuto.

Autore: Vincenzo Andraous

Email: vincenzo.andraous@cdg.it

Riccardo FONTANA. Arte etrusca in Brasile: da Veio a Rio De Janeiro.

Veio era popolata già nel sec. IX a.C. e ancor prima nell’era del bronzo; gli etruschi, provenienti dalla peninsula anatolica, occuparono quella regione del sud dell’Etruria e centro del Lazio e edificarono la loro opulenta capitale nel sec. VIII a.C. essendo la più vicina a Roma tra le città stato della confederazione etrusca (a 15 km. dalla odierna capitale italiana).


L’intero studio si trova nell’allegato.

Autore: Riccardo Fontana

Email: riccardo.fontana@hotmail.com

Allegato: Arte Etrusca in Brasile.pdf

Giuliano CONFALONIERI. Il tempo si è fermato. Archeologia.

Forse qualcuno ricorderà un vecchio film di Ermanno Olmi (1960) nel quale si analizza la convivenza tra l’anziano guardiano addetto al controllo di una diga nei pressi dell’Adamello e un giovane studente che lo affianca durante la stagione invernale: Il tempo si è fermato racconta (in presa diretta con interpreti non professionisti) i comportamenti di un habitat fuori dalle idiosincrasie del mondo moderno. Nessuna concessione alla spettacolarità, malgrado l’ambientazione la favorisse ma piuttosto l’introspezione di psicologie semplici. Particolari intimi della quotidianità che, confrontati con le grandi opere dell’ingegno umano (le piramidi dell’antico Egitto o i megaliti  di Stonehenge), si disperdono in mille frammenti, eppure contribuiscono al percorso storico della nostra razza che ha organizzato per comodità la misurazione del tempo. La grande illusione di vivere in fretta per vivere più a lungo è l’inquietante prospettiva che sembra attendere il nuovo millennio. Così ci ritroviamo sbalestrati in novità che non riusciamo a gestire. Di questo si occupano la sociologia e l’archeologia, le cui tecniche elaborate evidenziano risultati che spesso sono disattesi per l’endemica mancanza di risorse economiche e per l’abbandono dei reperti da parte delle autorità preposte. Un patrimonio immenso lasciato deperire e scomparire nell’indifferenza generale anche quando potrebbe costituire un’importante risorsa di reddito per l’intero paese.


L’intero studio si trova nell’allegato

Autore: Giuliano Confalonieri

Email: giuliano.confalonieri@alice.it

Allegato: Il tempo si è fermato.pdf

Micaela VERNAMONTE. L ombra di Olimpiade nella vita e nelle imprese di Alessandro.

“… Olimpiade, che aveva goduto del massimo prestigio fra le persone del suo tempo, che era la figlia di Neottolemo, re degli Epiroti, sorella di quell’Alessandro che aveva combattuto in Italia, e infine la moglie di Filippo, il più potente tra coloro che avevano regnato prima di lui in Europa e la madre di Alessandro che aveva compiuto le più grandiose e più illustri imprese…”                                                  Diod., XIX, 51, 6.
Dietro un grande uomo c’è sempre una grande donna?  Nel caso di Alessandro III potremmo parlare più propriamente di una grande madre e del suo desiderio di trasferire le proprie ambizioni sul figlio.


L’intero articolo si trova nell’allegato.

Autore: Micaela Vernamonte

Allegato: Micaela Vernamonte L ombra di Olimpiade.pdf