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Laura TUSSI. Femminismo, femminismi.

Il percorso di maturazione verso la parità tra i sessi si accompagna al cammino di elaborazione dei movimenti delle donne per l’emancipazione verso la differenza. Il femminismo è un concetto polisemico che ricopre la realtà complessa delle autocoscienze, delle liberazioni. Gli obiettivi del primo periodo femminista erano la parità, l’uguaglianza rispetto al genere maschile e l’andare oltre le differenze per cui si voleva affermare “le donne sono uguali agli uomini”, negando la specificità identitaria femminile, ponendo come norma, regola, legge, il maschile che le donne aspiravano ad imitare, ribadendo giocoforza ancora la superiorità dell’uomo.
Così l’emancipazione femminile si traduce in contrapposizione e in una competizione negativa per entrambi, perché tale uguaglianza forzata non produce evoluzione culturale, morale e sociale, a scapito dell’individualità di genere, nell’esigenza di ritrovare, riconoscere ed esprimere il proprio universo valoriale, la propria storia e valorialità e idealità.
Così nasce l’esigenza di intonare una “voce differente” con il compito precipuo di individuare le tracce della presenza femminile nella storia e nel pensiero.


Il movimento neofemminista: ambiti di relazione femminili.
Alla fine degli anni ’70, infatti, nasce il movimento neofemminista che propone la separazione di genere, invitando le donne a relazionare in ambiti culturali e contesti sociali, per cui con il neofemminismo non si considera il concetto di emancipazione, ma di liberazione, di parità giuridica con l’uomo, di opportunità concrete a livello di istruzione, di lavoro e di partecipazione alla vita politica e sociale, cercando di definire la differenza, a partire dalla storia individuale e di genere. La donna è assente dai libri e dal materiale didattico, poiché i “grandi uomini” fanno la storia, perché secondo la cultura tradizionale dominante, la donna non fa la storia, ma è fuori di essa. I primi gruppi di autocoscienza femminile cercavano di evidenziare una situazione comune in tutte le donne, per uno rispecchiamento reciproco. Il movimento delle donne non negava la disparità nel gruppo, enfatizzando l’ideologia dell’eguaglianza, non ponendosi in posizione di inferiorità, di opposizione/rivendicazione rispetto al maschile, costituendo una soggettività autonoma, affinchè il femminile acquisisca una necessità storica, rispetto all’insignificanza e alla superfluità di cui lo si ammanta.


Ruoli e stereotipi nella differenza di genere.
Sulla differenza incombe sempre la riproposizione degli stereotipi e dei luoghi comuni, per cui l’identità di genere non è solo una condizione connotata in modo statico, ma diventa piuttosto un processo formativo che progressivamente rielabora la propria appartenenza al genere, quale identità sessuata in cammino, che pone a confronto gli stereotipi proposti dalla cultura, dalla storia in interpretazioni, scelte e rifiuti, che ogni singolo opera al fine di divenire se stesso. Il rapportarsi con l’altro da sé comporta una presa di consapevolezza nell’identità e nella differenza come certezza modificata e modificabile dalle situazioni, dagli incontri, dai condizionamenti culturali e sociali, dai rapporti affettivi, dagli eventi significativi di ogni autobiografia di genere.
Differenza e diversità femminile sono sempre state definite come complemento e appendice e completamento, rispetto al maschile; infatti alla millenaria ripetizione dei ruoli legati alla differenza sessuale sono scaturiti semplificazioni improprie, stereotipi stantii, luoghi comuni, generalizzazioni acritiche, alla base dei pregiudizi che restringono la gamma della potenzialità di differenze, secondo una netta bipolarizzazione asfittica dei ruoli. Secondo la stereotipizzazione più ottusa, claustrofobica e pregiudiziale, al femminile compete il mondo emotivo,

Vincenzo ANDRAOUS. Dalla famiglia la sfida al rinnovamento.

Eclisse del mondo adulto”, qualcuno ha così decodificato la realtà in cui gli adolescenti si appropriano del senso di appartenenza al vuoto, un nuovo amico che tace, accondiscende nel silenzio riverente.
Ogni volta che l’incontro con il mondo dei grandi prende il via, accade qualcosa che sovverte le certezze e sicurezze riposte in bella mostra, armature luccicanti in dotazione a un esercito schierato, come a voler respingere qualsiasi attacco esterno.
Il nemico non è quello dei barbari al di là del confine, degli indiani relegati nelle riserve, è seduto alla nostra tavola, partecipa alle nostre feste, sta riparato dalla speranza contusa ma insopprimibile che riponiamo nei nostri figli.
Discutere di violenza, di quella capacità a offendere e ferire, di quella volontà a umiliare e lacerare, con cui gli adolescenti si fanno la guerra, equivale a dichiarare aperto un altro fronte di conflitto, quello esistente tra gli adulti, ed è in questa linea mediana incendiata  dall’irresponsabilità che si guadagnano i galloni da generale i bulli.
Proprio in quello spazio fintamente neutro, ove sottolineare l’autorevolezza necessaria a gestire i conflitti, i grandi hanno perduto una grande occasione, confutando l’estrema importanza del rispetto delle regole, prese a calci in anni oramai consunti e non più spendibili a buon esempio.
Gli adolescenti si coalizzano con le loro regole, le loro abitudini, i loro totem e scambi veloci, nel contempo il mondo degli educatori si sgambetta, manomette gli indici di ascolto, le stesse attenzioni in particolarità senza remissione di peccato.
I conduttori di idee ed emozioni deragliano a seconda dei propri bisogni e desideri, con il risultato di confondersi con uno stato delle cose reso volutamente accettabile, una specie di raggiro mimetizzante per non perdere tempo con le sottigliezze, le cose normali, come le ragazzate che lasciano il tempo che trovano.
Il pianeta adulto c’è, esiste, è presente quando deve castigare le intemperanze del bullo, un po’ meno per chiarire con la stessa determinazione, un altro concetto, altrettanto importante, quello della propria capacità a esserci nei momenti del dialogo e del confronto che fanno abituare alla  fatica, per pensare la violenza come uno strumento di eliminazione e non di superamento di un problema.
Si interloquisce alla scuola della precarietà della parola, eppure il futuro di questi genitori di domani è racchiuso nell’accettazione della sfida al rinnovamento della famiglia di oggi, di quanti credono in un progetto educativo e una collaborazione di contenuti, che risolva una volta per tutte il disamore per il mestiere più difficile, che costituisce-costitutivamente il valore fondante della nostra storia.
Per cercare di disarcionare la disattenzione degli adulti a casa, a scuola distanti dai banchi presi a calci, e distinguere tra comportamenti prevaricanti inaccettabili, e atteggiamenti competitivi esilaranti, c’è urgenza di confidare nelle capacità professionali  e umane di chi conduce e allena alla palestra della vita i più giovani.
Ci vengono in aiuto  le parole di don Enzo Boschetti: “con l’amore e la fiducia”  delle proprie emozioni che non ci rendono oppressi dai fallimenti, ma entusiasti di avere di fronte persone disposte a ripartire, a ricominciare, nel rispetto cui ognuno è dovuto per ri-conquistare il proprio equilibrio e la propria dignità, di più, per riconoscere nell’altro la parte di noi mancante.

Autore: Vincenzo Andraous

Email: vincenzo.andraous@cdg.it

Giuseppe PIPINO, Emergenze archeologiche, vere e presunte, nelle aurifodine della Bessa.

La Bessa, sede dell’omonima Riserva Naturale Speciale (archeologica), è sicuramente una delle zone più interessanti d’Italia dal punto di vista archeologico e storico-minerario, purtroppo, però, essa è da sempre oggetto di fantasticherie e di studi approssimativi, anche da parte delle istituzioni deputate alla sua tutela e valorizzazione, nonché da improvvisati “esperti” che hanno operato con il loro beneplacito.


La cosa era già stata evidenziata nella fondamentale opera di CALLERI (1985) che, analizzando a fondo gli scritti precedenti, lamentava la faciloneria con la quale era stato trattato l’argomento e la diffusione di assurdità puerili, oltre che di errori più o meno giustificabili. 


Tuttavia si è continuato sullo stesso livello e, anzi, alle assurdità precedenti se ne vanno sempre ad aggiungere di nuove.  Continuano, infatti, ad essere divulgate affermazioni secondo le quali la Bessa sarebbe stata la più grande ed importante miniera d’oro romana, che sarebbe stata sfruttata da una fantomatica popolazione dei Vittimuli o dai Salassi prima che dai Romani, che nella zona, nonostante lo sconvolgimento operato dalle coltivazioni minerarie protostoriche, esisterebbero ancora sicure testimonianze preistoriche, quali incisioni rupestri, steli e castellieri, per non parlare della presunta piroga del torrente Elvo, meglio nota come “piroga bidone” o “pirloga”.


Lo studio completo si trova nell’allegato.

Autore: Giuseppe Pipino

Allegato: Emergenze archeologiche.pdf

Brunetto SALVARANI, Odoardo SEMELLINI, TERRA IN BOCCA. Quando i Giganti sfidarono la mafia.

Le relazioni, le speranze, le promesse di noi tutti sono attraversate, nell’arco della vita, dalle note della musica e dalle parole delle canzoni, che, quando promuovono l’impegno sociale, determinano la svolta, la storia del cambiamento.


La musica trasmette la passione, i sentimenti, le emozioni, i sogni che alimentano la volontà di giustizia e la fede nel rinnovamento, nel cambiamento innovativo e progressista.


I Giganti sono Sergio, Mino, Checco e Papes.


Il gruppo milanese, storicamente inserito ormai nel panorama del beat italiano, chiude definitivamente la sua carriera musicale con un 33 giri intitolato Terra in bocca, che propone il sottotitolo Poesia di un delitto.


Una cruda storia di mafia è narrata musicalmente in questo album concept, registrato nel 1971 e trasmesso un’unica volta per radio e in seguito immediatamente boicottato, ossia destinato all’oblio e fatto cadere nel dimenticatoio della storia della musica leggera italiana e del beat, insieme agli stessi Giganti.


L’album Terra in bocca, creazione del gruppo i Giganti, rappresenta il tentativo dell’impegno musicale di porsi al servizio della verità e della giustizia, affrontando scottanti tematiche sociali, per denunciare la criminalità organizzata e raccontare al grande pubblico una storia di mafia con una reale ed autentica attinenza alla realtà degli eventi e al contesto sociale, attraverso un’intensità sconcertante e sempre attuale.


Terra in bocca, Poesia di un delitto, è un disco rivoluzionario, una svolta radicale e imprescindibile di un gruppo musicale come i Giganti che cantano per primi l’argomento mafia, denunciando un delitto perpetrato dalla criminalità organizzata intorno alla lotta per l’acqua in un paese siciliano, tramite una scelta coraggiosa, ma fatale, che condurrà il gruppo musicale a cadere vittima di una subdola e spietata censura che li condurrà allo scioglimento definitivo.


Questa vicenda permette di ricostruire un crescente e avvincente spaccato della musica leggera italiana durante gli anni ‘70, in un realistico frammento storico del contesto sociale tormentato dal malcostume, dalla corruzione e dalla malavita, tramite la biografia drammatica delle vicende politiche del nostro Paese, in un messaggio più che mai attuale sulle incongruenze della società italiana.


Recensione di Laura Tussi


Info:
Edizioni Il Margine 2009
Prefazione di don Luigi Ciotti
Messaggio di Franco Battiato

Autore: Laura Tussi

Email: laura.tussi@tiscali.it