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GENOVA: I Liguri – Un Antico popolo europeo tra Alpi e Mediterraneo.

“La parte convessa delle Alpi – che sono montagne molto alte e formano una linea curva – è rivolta verso le pianure dei Celti di cui si è detto e verso il monte Cemmeno; la parte concava verso la Liguria e l’Italia. Molti popoli occupano questi monti, tutti Celtici tranne i Liguri: questi sono di stirpe diversa, ma simili per stile di vita; occupano la parte delle Alpi che si congiunge agli Appennini ed abitano anche una parte degli Appennini”.
Erodoto

Un antico popolo…
I Liguri, antenati della città di Genova, sono un popolo antichissimo che, da tempi remoti, ha abitato un’area molto più vasta di quella che noi oggi chiamiamo Liguria: essi vivevano nel vasto territorio compreso tra l’Arno e la Provenza, e tra il Mar Ligure e il Po. Tra ripide colline e montagne che superano i duemila metri, nella scarsità di pianure, in un ambiente dove la lotta per la sopravvivenza è dura e le risorse sono poche, gli antichi Liguri hanno trovato il luogo dove in oltre duemila anni hanno modellato la propria cultura, l’economia e il carattere. Con oltre 900 oggetti esposti per la prima volta insieme, alcuni mai presentati al pubblico, vedremo le ricostruzioni a grandezza naturale di necropoli e sepolture, i modelli in scala di navi da trasporto e di abitati, insieme alle testimonianze di vita rinvenute negli scavi archeologici degli ultimi anni.

Partendo dalle fonti scritte greche e romane e dai miti riguardanti Cicno, re dei Liguri, saranno presentati la storia delle genti che vissero in questo territorio prima dell’arrivo dei Romani, la vita quotidiana, gli usi e i costumi, il mondo spirituale, l’economia, l’arte e l’artigianato, i contatti commerciali con gli Etruschi e i Greci di Marsiglia. Un incontro del tutto straordinario con le nostre origini e con una delle più importanti popolazioni dell’Europa antica.

La sede espositiva: Commenda di San Giovanni di Prè
Piazza della Commenda, 16124 Genova.

Il complesso di San Giovanni di Prè venne fabbricato a partire dal 1180, anno della fondazione per volontà di Frate Guglielmo, dai Cavalieri Gerosolimitani, poi divenuto l’Ordine di Malta.

Dall’Oceano all’Adriatico: mito e storia preromana dei Liguri .
Nella prima sezione – coordinata dal prof. Giovanni Colonna, ordinario di Etruscologia e Antichità Italiche presso l’Università “La Sapienza” di Roma – mito e storia si fondono attraverso alcune riflessioni sulle fonti antiche e la visione di reperti, di particolare prestigio e bellezza.

I Liguri compaiono già nelle fonti greche del VII e VI secolo a.C.: da queste è possibile ricavare importanti e suggestive informazioni sulla loro collocazione geografica, sulle abitudini, l’economia e i tratti distintivi. Secondo Erodoto (VII. 165) i Liguri vivevano a Occidente, tra Iberi, Celti e Tirreni e combatterono, come mercenari, accanto a Corsi, Sardi, Elisici, Iberici e Libici nella battaglia del 480 a.C. di Imera, che vide la sconfitta dei Cartaginesi.

Gli autori romani sottolineano, invece, gli aspetti più duri e aspri del carattere di questo popolo: inliterati mendacesque (M. Porcio Cato apud Dionys. Halic. I. 10-13), duri atque agrestes (Cic. Agr. II. 35), intonsi et inculti (Liv. XXI. 32), adsuetumque malo Ligurem (Verg. G. II. 168).

Una parte delle fonti letterarie conosce tradizioni incentrate sulle figure mitiche di Cicno e di Eracle e sembra collocare i Liguri su un areale vastissimo, che coincide con buona parte dell’Europa meridionale. La tradizione più specificatamente storiografica (Polibio, Diodoro, Livio, ecc.) fornisce una messe di dettagli assai più articolata sulla variegata composizione delle genti Liguri di età ellenistica, che vengono menzionate con i loro nomi più vari, e su quei popoli la cui identità appariva fortemente ibridata dal contatto con le popolazioni celtiche, i cosiddetti celto-liguri.

Grazie ai prestiti concessi da alcuni

Laura TUSSI: Apprendere lungo tutto l’arco della vita.

Progetto di “Educazione Permanente” del CSA di Milano

Area Educazione Permanente

L’educazione permanente rientra nel quadro del sistema integrato di istruzione e formazione degli adulti ed è volta a favorire “l’apprendimento in tutto l’arco della vita”. A trent’anni dalle “150 ore” nate come conquista sindacale dei lavoratori a garanzia del diritto allo studio per tutti, oggi l’educazione degli adulti fa riferimento agli obiettivi della Lifelong learning definiti in sede di Unione Europea.

La Legge di riforma della scuola individua l’educazione permanente tra i suoi principi direttivi e riconosce “pari opportunità per tutti di raggiungere elevati livelli culturali e sviluppare capacità e competenze coerenti con le attitudini e le scelte personali, adeguate all’inserimento nella vita sociale e nel mondo del lavoro, con riguardo alle dimensioni locali, nazionale ed europea. ( L n. 53/03 art. 2, comma a)

L’attuazione di progetti di educazione degli adulti è affidata all’azione specifica dei “Centri Territoriali Permanenti”, che operano a livello di distretto scolastico e hanno sedi territoriali coordinamento istituite nella maggior parte dei casi presso Istituti Comprensivi o Scuole Medie. Ogni adulto che rientra in formazione ha l’opportunità di negoziare con i docenti del CTP/Eda la definizione del proprio percorso di aggiornamento culturale e/o di studio mediante la stesura di un patto formativo personalizzato.

I corsi a cura dei Centri Territoriali Permanenti hanno durata variabile, possono essere annuali, brevi o modulari con un calendario definito in ore rispetto al percorso programmatico. Al termine di un corso o di un percorso di formazione è previsto, a seconda dei casi, il rilascio di titoli, certificazioni o attestazioni dei crediti formativi acquisiti, validi anche per l’accesso a livelli di istruzione superiore e di formazione professionale.

Pubblicazioni:

– Unione Europea. Fondo sociale europeo e Ministero del Lavoro. ISFOL, Politiche Regionali per la formazione permanente. Primo rapporto nazionale. Luglio 2003

– MIUR Direzione Generale per l’istruzione postsecondaria e degli adulti e per i percorsi integrati.
L’offerta formativa nei centri territoriali permanenti. Aprile 2003

– Quaderni degli annali dell’istruzione. Le competenze di base degli adulti. Vol. I, Il. Ed. Le Monnier 2002 Info:
Area Educazione Permanente: Responsabile Nella Papa,
Ufficio per la progettazione e l’innovazione dell’Offerta Formativa
– Tel 02.58382665/Fax 02.58303129
e-mail: integrazione@milano.istruzione.lombardia.it

Autore: Laura Tussi

Laura TUSSI: Adolescenza, educazione ed affetti.

I ragazzi considerati “difficili” manifestano comportamenti percepiti come dissonanti rispetto ai modelli condivisi, e danno la percezione effettiva di un disagio interrelazionale all’interno del gruppo sociale. Per gran parte dell’approccio pedagogico, ma anche psicologico, il progetto rieducativo del ragazzo difficile parte dalla presa in considerazione della storia di vita personale, collegata agli affetti, alle figure primarie di riferimento, ai codici comunicativi della prima infanzia, alle dinamiche affettive che si sviluppano all’interno del contesto familiare.

Il paradigma pedagogico teoretico individua il contributo del soggetto nella costruzione del proprio modello d’interpretazione del mondo e di azione sullo stesso.

Con il paradigma fenomenologico si individua il comportamento deviante come la parte di un tutto complesso ed individuale: il soggetto.

Dal tutto si può comprendere la parte. Il “ragazzo difficile”, nella sua globalità di persona, fornisce indizi per cogliere il comportamento deviato.

Una relazione educativa, per essere autentica, deve fondarsi sul presupposto di una reale comunicazione con l’altro, in un interscambio che provochi una rivisitazione e rielaborazione personale.

Spesso negli adolescenti si avverte un profondo disadattamento interiore, ossia assenza di intenzionalità, per cui il soggetto risulta incapace di attribuire senso e significato alla realtà. Subentra una svalutazione del sé affidata spesso ad un altro coetaneo o ad un adulto, inseguendo una inutile fuga dal proprio sé, che a volte raggiunge gli estremi del suicidio e dell’abuso di sostanze.

Con la distorsione dell’intenzionalità si verifica un eccesso dell’io, una volontà assoluta di affermare se stessi, con un posto centrale ed esclusivo nella costruzione della realtà, che paradossalmente rivela una fondamentale incapacità di comunicare con l’altro. L’”altro” diviene un esclusivo mezzo di affermazione di sé, come spettatore del proprio esibizionismo narcisista.

Lo scopo pedagogico mira ad una strutturazione dell’intenzionalità, ossia la capacità, anche creativa, di attribuire senso e significato al mondo e alla realtà, giungendo così ad una riappropriazione soggettiva, all’adattamento sociale, al reinserimento, all’entropatia.

L’intervento educativo ed anche psicologico sono volti ad ampliare l’orizzonte qualitativo del mondo relazionale del ragazzo, al fine di costruire condizioni di ripensamento della realtà, con l’obiettivo di rieducare e condurre all’ottimismo esistenziale e colmare le carenze con pratiche di restituzione, come attraverso l’educazione al bello, al difficile, all’impegno, al senso di responsabilità.

All’interno del libro “Fare male, farsi male” vengono testimoniati tre livelli importanti su cui opera l’istituto di analisi dei codici affettivi “Il Minotauro” di Milano: il livello della formazione ereditato da Franco Fornari che lasciò ai suoi allievi il compito di portare un’ottica psicanalitica al di fuori del setting, ma di utilizzare la teoria psicanalitica dei codici affettivi nei contesti gruppali ed istituzionali. Questa è l’anima originaria del Minotauro, nato intorno al 1985, con l’obiettivo di cimentarsi in progetti più ampi ed in qualche modo di portare il soccorso, la consolazione e la comprensione che la figura psicanalitica può dare, in un ambito culturale più ampio e non prettamente duale e clinico.

In questo libro è testimoniata una forte propensione del centro “Il Minotauro”, a fare ricerca di base, anche spesso su vari argomenti su cui non è stato scritto nulla e su cui non si ha un confronto bibliografico di supporto. Questa passione per la ricerca si è attivata per partire dalla formazione: non si può praticare formazione se non si conosce il gruppo, l’istituzione, il problema di cui si tratta. Quindi la ricerca è a sostegno del lavoro istituzionale, ma essa ha assunto anche un significato diverso, di sostegno all

Laura TUSSI: Al di là del racconto orale – La scrittura e l’analisi introspettiva.

Le potenzialità dell’autobiografia e del racconto di sé sono sviluppate quando la narrazione diviene scrittura, che stimola consuetudini introspettive e autoconsapevoli, suscitando il ripiegamento riflessivo sul proprio sé interiore.

La scrittura della personale storia di formazione, della propria vita e esistenza, apre la psiche al mondo esterno e all’io interiore, stimolando processi di autoriflessione, per cui la rielaborazione delle dinamiche riflessive permette al narratore sempre nuove evoluzioni psichiche, riassorbendo e trasformando pensieri, sentimenti, sensazioni e stati d’animo, in un processo naturale di esperienze vissute e intuizioni, salvaguardando tutta la ricchezza della comunicazione interpersonale. La scrittura della propria interiorità offre al narratore la potenzialità di un processo di rielaborazione per tradurre le riflessioni e il pensiero autoreferenziale permetterà di trascrivere percorsi, trame di significato, tracce di pensiero interiori per una più acuta capacità di analisi e consapevolezza di sé. Attraverso la scrittura è possibile attuare un approccio ermeneutico attraverso la stessa attenzione richiesta dalla comprensione testuale, in un circolo virtuoso nell’ambito dei rimandi vicendevoli tra scrittura e pensiero autobiografico.

I momenti di transizione

Lo spazio potenziale sviluppa un sé differenziato dalla matrice ultima, ossia una più matura istanza psichica interiore, facente parte della realtà esterna, che si emancipa così dal rapporto con-fusionale con l’origine, il cosmos.

Nello spazio tra fusionalità e mondo oggettivo esterno si colloca l’area transizionale al cui interno si impara a controllare e sopportare l’angoscia di separazione ed individuazione. Con la maturazione si passa oltre il fenomeno transizionale, attraverso esperienze culturali, creative, ludiche o religiose e proprio in tali ambiti si sviluppano e si collocano le produzioni di diari e di autobiografie.

L’esperienza della scrittura rappresenta un’area di confine che crea una dialettica tra vita privata e mondo esterno.
Scrivere un diario è dunque un’esperienza transizionale imperniata di creatività, tramite cui si coglie e si avvia l’importanza della scrittura di sé nella realizzazione della personalità creatrice.

La presunta rimozione della morte

Gli scritti autobiografici attaccano la morte come distruzione della memoria e del ricordo nell’oblio, in quanto subentra in essi il riferimento alla paura della morte nella trasposizione scritta che diviene tentativo di contrastare la scomparsa assoluta, perennizzando artificialmente la vita, per esorcizzare la morte come avviene nei riti apotropaici e taumaturgici.

La scrittura autobiografica diventa un antidoto, una strategia per rubare alla morte la sua aura spaventosa, nella paura di essere dimenticati, nel timore dell’oblio che non lascia più niente di sé. L’esigenza di essere ricordati trova espressione nell’autobiografia o nel diario quali documenti permanenti della propria interiorità, come testimonianza ineluttabile e indelebile della propria esistenza, prolungando la presenza del proprio ricordo oltre i limiti della vita terrena, in una sorta di immortalità, legata al tema terrificante dell’oblio, in quanto si scrive non solo per essere ricordati, ma anche per ricordarsi del proprio io, della propria personalità ed esistenza, per fissare i ricordi affinchè non vengano eliminati dall’inesorabile trascorrere del tempo.

Autore: Laura Tussi