SAN PAOLO DI PALAZZOLO ACREIDE. SEGNI DI UNA DEVOZIONE ETERNA

Quando Giugno dora il grano e i campi restituiscono il frutto del lungo lavoro, ogni contadino puo` godere dei prodotti della terra. Cresce la voglia di ringraziare l’imponente figura del Santo Patrono per le messe appena concluse, nasce una festa dell’abbondanza, una festa solenne ma allegra e ricca di spiritualità che affonda le radici nella notte dei tempi. Celebrazioni sentite dalla gente di un tempo come dai giovani ragazzi d’oggi. Una delle poche feste patronali siciliane capaci di uscire dai confini comunali, spezzando le maglie del naturale contendere in seno ai centri della stessa area, dunque una festa di tutte le genti Iblee di ieri e d’oggi. Nel passato rappresentava un meritato momento di riposo che scandiva gli impegni di stagione nella società contadina del secolo scorso. Tutto questo è la festa di S. Paolo di Palazzolo Acreide, in Provincia di Siracusa, celebrazioni che culminano il ventinove di Giugno alle 13 in punto con “la sciuta del Santo Paolo”. Il risultato di un anno di preparativi, di un crescendo continuo che inizia con l’acclamata “svelata” della statua, gelosamente conservata nella basilica, e perdura nella raccolta delle “cuddure” (forme caratteristiche di pane), frutto del grano dorato della terra piuttosto che la benedizione delle bestie, e con mille altre sfumature folkloristiche. Un’esperienza unica ed indescrivibile che vale la pena vivere, un’intera settimana di festeggiamenti, per non mancare assolutamente l’appuntamento con la tradizione e la devozione.

Entriamo in fila nel vociare collettivo, i segni della festa appaiono davanti ai nostri occhi, le spighe, la cera, i santini. Giovani ragazze a piedi nudi si muovono serpeggiando caoticamente tra la folla, salutando i conoscenti e districandosi tra le antiche colonne a spalla a spalla. Manca ancora un’ora, la frescura mattutina conservata gelosamente da quelle possenti pietre, non stempera la calura degli animi di questa gente che si irraggia intorno a coinvolgere i più freddi. Schierati nel sagrato ciascuno a suo posto, anno dopo anno, per generazioni insieme. Rimbomba tra le fastose dorature della chiesa l’atavico urlo dei fedeli che iniziano in questo modo un affascinante rito antico. In un crescendo di emozioni alcuni fedeli scandiscono ad ogni istante i loro urli contagiosi, chiedendo ciclicamente il sostegno di tutti i fedeli nel ribadire, alzando lo sguardo al cielo, la comune devozione. Questa atmosfera riesce a eccitare persino colui che in veste di semplice osservatore si trova nel sagrato e galvanizza letteralmente i fedeli sotto la vara e le loro donne. Allineate come dei fanti, orde di ragazze si preparano per la processione in penitenza, scalze tra le strade lastricate di rovente pietra dell’Etna. I segni della festa si mostrano in sequenza, il carro con il pane benedetto, i cuccioli degli animali e dell’uomo vengono mostrati con fierezza al Santo, in segno di ringraziamento. Ci siamo, si fa largo tra la gente la vara del santo patrono e le reliquie si muovono nervosamente nella penombra degli archi barocchi, e che pochi minuti prima delle 13 annunciano l’imminente uscita del patrono. Paolo si mostra ai fedeli, attraversa la mensa sacra tra le braccia dei devoti , si assiste ad una caotica e perfetta sincronizzazione sposata ad inni urlati tra l’acre sapore della polvere bruciata che si aggrappa alla gola, in simbiosi con i brontolii più gravi dei fuochi che scuotono il ventre. La nebbia si alza al ventinove di Giugno come il più umido dei giorni invernali che questa terra conosce. Ma stavolta la nebbia si dissipa velocemente facendo spazio alla luce accecante del sole estivo, sotto la vara una bolgia, sudore sofferenza e passione, decine di braccia trasportano vocianti la vara dell’imponente patrono che si affaccia alla piazza tra la devozione dei fedeli.

Un’esplosione cromatica saluta Paolo, le lunghe trecce di “nzareddi” (zagarelle) si lasciano sventolare dal caldo vento estivo. I cannoni vomitano ondate di fett