Laura TUSSI: Nel gioco delle identità – Alla ricerca del senso perduto.

Elaborato di Ricerca dei saggi di J. Bruner, La ricerca del significato e di A. Melucci, Il gioco dell’io.

Il gioco dell’io e delle molteplici identità ad esso potenzialmente afferenti prevede il cambiamento di sé in una società globale che è costruita da informazioni/immagine, per cui vengono meno punti di riferimento in grado di definire la propria identità.

Per l’Occidente il tempo è una categoria inerente il presente, il passato e il futuro e forgia le rappresentazioni del tempo quali il cerchio nel ritorno e nella ripetizione ciclici delle cose, la freccia che vede il proprio emblema nel cristianesimo come concetto di fine del tempo e il punto, quale sequenza discontinua con attimi senza connessione.

La misurazione del tempo per Agostino è nell’anima. Heidegger ritiene il futuro nel passato, da cui dipende il nostro domani.

Il bisogno è la percezione di una mancanza e la tensione a superarla, ma la nostra mancanza è orientata verso specifici oggetti costruiti simbolicamente da informazioni, dal mercato e dal mondo pubblicitario. Il bisogno ci porta ad interrogarci sulla nostra identità, con tre caratteristiche, la continuità nel soggetto indipendente da variazioni temporali ed ambientali, la delimitazione del soggetto rispetto ad altri, la capacità di riconoscersi ed essere riconosciuti. L’identità definisce la nostra capacità di parlare ed agire, differenziandoci da altri che ci identificano. Infatti tramite gli altri costruiamo la nostra identità e diversità. La capacità di scegliere le possibilità che ci si presentano in un certo momento incombe sul nostro destino nella scelta di fronte al potenziale evento. L’incertezza diventa la componente stabile dell’agire nella responsabilità che comporta il riconoscere la personale identità.

Nella nostra cultura la dimensione corporea è considerata sottomessa alle attività mentali e spirituali. Attualmente l’interesse per il corpo rappresenta la consapevolezza di far parte della natura e trovare in essa le nostre radici. La cultura del corpo è scoperta della relazione con l’altro.

La cultura metropolitana comporta narcisismo, egoismo, individualismo, isolamento e la rinuncia alla comunicazione, ma ognuno esiste perché dipende da altri, dove l’incontro è perdita dei propri confini, assenza di qualcosa di nostro nella nostra unicità. Nell’incontro con l’altro è indispensabile mantenere la propria diversità nel pluriverso delle differenze che ci contraddistinguono. E’ necessario l’incontro con il limite per possibilità di relazioni e di cambiamenti. Nel 2000 la riproduzione è sottratta alle sue radici naturali e diventa prodotto sociale, nella capacità di controllo diretto dei processi riproduttivi (contraccezione, sterilizzazione, fecondazione artificiale). Vi è un eccesso di stimoli visivi sessuali nei messaggi che privano il sesso di carica erotica e lo riducono a dimensione genitale.

Il clown rappresenta la diversità esasperata che costringe l’altro al confronto, nella meraviglia dello stupore che coglie di sorpresa e con il riso scuote le certezze.

…per una psicologia culturale

Bruner critica i principi di Dewey che avevano reso la scuola americana un ambito di adattabilità al sistema sociale.

Secondo Bruner ciò che più importa nella didattica è fornire la comprensione e l’impostazione logica delle diverse discipline scientifiche. Il bambino deve afferrare i nessi logici, l’organizzazione intrinseca della realtà, rifacendosi ai concetti psicogenetici di Piaget. Bruner ritiene che qualsiasi concetto sia traducibile in codici di pensiero accessibili alle forme mentali infantili.

La vita e il sé che ci costruiamo sono la risultante dei nostri aneliti nell’attribuzione di significato.

Come imparano i bambini in tenera età ad assegnare un senso? Il linguaggio della narrazione è acquisito tramite l’esercizio e l’utilizzo, dunque il bambino impara cosa, come, dove, a chi dir