Eva PIANFETTI: Purpurae.

1.Porpora: tra mito e realtà.


PIRRONIANI SECONDO DIOGENE LAERZIO
Nulla si manifesta in forma pura e in sé, ma sempre in nesso all’aria e alla luce, al caldo e al freddo, al movimento, all’evaporazione o ad altre proprietà. Il porpora appare per esempio di colore diverso se è esposto al sole, alla luce lunare o a quella di una lampada…


PLATONE [DA: TIMEO, 67c-68d]
Il rosso mescolato con il nero e il bianco origina il porpora.


TEOFRASTO, OVVERO ARISTOTELE, SUL COLORE
17. Appare un porpora vivace e luminoso se dei raggi di sole deboli e attenuati vengono mescolati con un bianco non troppo forte e ombreggiato.
18. La ragione per la quale intorno al sole dell’aurora e del tramonto l’aria appare purpurea è che i suoi deboli raggi penetrano in un’atmosfera ormai buia.
19. Anche il mare pende un colore purpureo quando sulla superficie agitata le onde si piegano e i raggi del sole illuminano solo debolmente le parti in ombra.
20.La stessa cosa accade con le piume che, dispiegate alla luce, mostrano una tonalità porpora, e che prendono invece un colore scuro – detto orphninos – allorquando su esse cade poca luce.
(brani tratti da Goethe, “La storia dei colori”)


La nascita della preziosa porpora si perde nell’ombra dei tempi.


Secondo un’antica leggenda, essa venne scoperta grazie al cane del dio tintore fenicio Melkarth che una mattina, prendendo con la bocca una conchiglia, si tinse di un particolare colore. La ninfa Tiros, presente alla scena, ne restò affascinata, e chiese al dio una tunica del medesimo colore.
Altre leggende, molto simili a questa, vedono come protagonista il cane di Ercole, oppure la cagna di un pastore greco.
L’invenzione del colorante purpureo è stata attribuita, di volta in volta, ai cretesi o ai fenici.


Il popolo fenicio aveva una grande tradizione tintoria. Una leggenda vuole che il loro esodo da Creta, avvenuto intorno al 1600 avanti Cristo, fosse dipeso dal disprezzo che suscitava presso la benpensante società cretese l’uso dell’urina rancida, elemento essenziale per la produzione dei coloranti per tessuti.
I fenici divennero i principali produttori e commercianti di porpora, trasformandola in una grande fonte di ricchezza e sostentamento, loro primaria fonte di reddito. Impararono a conoscere talmente bene la sostanza, da riuscire a ottenere una vasta gamma di toni. La porpora di Tiro divenne famosa in tutto il mondo antico.


I greci appresero proprio dai fenici le tecniche di produzione di questo colorante.


Presso l’antico popolo romano, il colore purpureo divenne simbolo di nobiltà e prestigio. Nella Roma repubblicana tale colore era riservato alle persone di alto rango, come i generali vittoriosi, mentre nella Roma imperiale fu addirittura eletto colore ufficiale dell’impero.
Furono stabilite scrupolose norme a salvaguardia dei processi di produzione e distribuzione del colorante e delle lane pregiate con esso tinte. Nel IV secolo solo l’imperatore aveva il diritto d’indossare indumenti purpurei, pena sanzioni molto salate. Venne persino vietato l’uso di abiti tinti con colori imitanti il porpora.
Sotto Alessandro Severo, la produzione della porpora divenne monopolio esclusivo dell’impero: le officinae purpurarie, distribuite sul territorio imperiale, dovevano essere regolamentate e autorizzate dall’imperatore, e dipendevano da un centro mercantile e dall’autorità della capitale. Vennero istituiti corpi speciali di guardie addette alla sorveglianza di queste officine.
Sotto Valentiniano, Teodosio e Arcadio, i trasgressori delle leggi purpuree potevano essere puniti addirittura con la morte. Tale drastica pena non riusciva a scoraggiare gli amanti del porpora: taluni arrivarono addirittura a indossarlo sempre, nascosto sotto abiti di altre tinte.


La rea