NAPOLI. Il complesso archeologico Carminiello ai Mannesi, da meraviglia tombata…

“Carminiello ai Mannesi”, infatti. è un tesoro archeologico, abbandonato per oltre trent’anni ad un degrado ambientale conclamato, in pieno centro storico a Napoli. Si vede che le aperture straordinarie al più volte sfregiato scrigno della memoria, una delle ultime il 14 giugno scorso in occasione delle Giornate Europee dell’Archeologia, hanno potuto poco, se non addirittura lasciato il tempo trovato, in termini di restyling seppur accennato.
Ma ecco che, da un paio di mesi, sono programmati in agenda mirati interventi di recupero, ridisegnazione e valorizzazione, che lasciano ben sperare.
Ricostruiamone le vicende. Il complesso archeologico di Carminiello ai Mannesi (amanuensi), che trovasi quasi a ridosso dell’area del Duomo di Napoli e, precisamente, dalle parti del popoloso quartiere di Forcella, fu messo in luce dai bombardamenti del 1943 che ne distrussero, oltre agli edifici adiacenti, la soprastante chiesa di Santa Maria del Carmine ai Mannesi, dal cui crollo riemersero le antiche vestigia di epoca romana.
Si tratta di una imponente costruzione che, un tempo, occupava un’intera “insula” e conobbe diverse destinazioni di uso ed ampliamenti nel corso dei secoli: da domus di età repubblicana (II sec. a. C.), ad edificio termale in epoca imperiale (I –II sec. d.C.), fino ad ospitare un Mitreo, luogo in cui si celebravano riti misterici dedicati al dio Mitra, il cui culto fu introdotto dai soldati dell’Impero Romano di ritorno dall’Oriente.
Durante il V sec. d.C. alcuni ambienti termali furono destinati a “calcara” ed il complesso quasi completamente spogliato dei marmi e degli elementi decorativi che furono riutilizzati, così come era consuetudine del tempo, nella costruzione ed arricchimento delle nuove fabbriche. A partire dal VI sec. d.C., molto probabilmente anche a causa di una disastrosa alluvione, l’area venne per lo più abbandonata ed utilizzata come immondezzaio fino all’Ottavo secolo, quando alcuni ambienti dell’antico complesso furono recuperati e destinati ad attività artigianali, mentre altri furono impiegati per ospitare anche una piccola chiesa, dedicata come detto a Santa Maria del Carmine.
Seguirono alterne vicende, come quella drammatica di una alluvione. Una prima indagine archeologica fu condotta sul finire degli anni ’60, durante la quale furono recuperati vari manufatti di pregio, come la testa di Mercurio, proveniente probabilmente dall’area del Mitreo.
Nonostante l’area archeologica di Carminiello ai Mannesi avesse rivelato immediatamente il suo valore inestimabile, non fu sviluppato alcun programma di recupero o di valorizzazione, tranne l’essere stata “miracolosamente” salvata dal suo abbattimento, per far posto ad un… palazzone di otto piani.
Lo stato di abbandono e degrado dell’area archeologica e dell’intera piazza fu tale da diventare oggetto di un’interrogazione parlamentare nell’Ottobre del 1980, ma senza sortire alcun effetto rigenerativo. Intanto la criminalità organizzata della zona si appropriò dell’intera piazza, innalzandovi un alto muro di recinzione, sottraendo suolo pubblico e strutture archeologiche alla collettività. All’interno dello spazio trovarono, così, collocazione un parco macchine e scuderie private che negli anni danneggiarono ulteriormente strutture ed affreschi.
Soltanto nel 1993 l’area fu sottoposta a sequestro giudiziario ed affidata alla Soprintendenza Archeologica di Napoli per la sua tutela. Poi, a distanza di quasi trent’anni, durante i quali la regolare fruibilità del sito e la valorizzazione dello stesso, sono purtroppo restate ancora ferme alla fase della ricerca e delle idee progettuali, sembra che si stia finalmente per voltare pagina.
Nell’ambito degli interventi previsti e finanziati con i fondi della Programmazione ordinaria del Ministero alla Cultura, destinati alle aree archeologiche del territorio di competenza, si sono avviati i lavori previsti all’interno del complesso archeologico di Carminiello ai Mannesi.
In quest’area si sta procedendo alla rimozione della rampa e delle colmate effettuate tra gli anni ‘60 e ‘80 del secolo scorso, funzionali, all’epoca, alla realizzazione di un parcheggio abusivo. L’intervento, che si prefigge di recuperare le quote antiche di calpestio dello “stenopos”, presente a ovest dell’insula che inglobava un piccolo impianto termale, risulta fondamentale ai fini della progettazione dei nuovi percorsi di visita del monumento.
In questa fase si procederà anche all’apertura del nuovo varco di accesso all’area archeologica, posizionato in asse con via Duomo con la collocazione del nuovo cancello, prima tappa questa per rendere visibile dall’esterno il monumento. La progettazione in corso prevede, infatti, la demolizione dell’attuale muro di cinta e la sostituzione con una recinzione in metallo, nonchè un innovativo e suggestivo impianto di illuminazione dei resti. Parallelamente, è prevista anche l’ultimazione dei lavori di pulitura, consolidamento e restauro degli intonaci conservati all’interno dell’ambiente c.d. repubblicano, di cui è stato effettuato l’anno scorso il restauro del pavimento a mosaico con motivo a canestro. Il mosaico e le decorazioni pittoriche, permettono di inquadrare l’ambiente in età tardo – repubblicana (metà del I sec. a.C.); l’ambiente viene poi inglobato all’interno del complesso dell’insula edificata (o riedificata), in un momento avanzato del I sec. d.C., forse a seguito dei danni provocati dai terremoti del 64 d.C. e correlati all’eruzione del 70 d.C.
Nell’ambito del suddetto finanziamento, è prevista altresì la prosecuzione degli interventi di svuotamento e restauro dei dolia, conservati si legge nella cella vinaria della villa romana di Caius Onlius Ampliatus di Ponticelli.
Tutto il resto è storia soprattutto di questi giorni. Insomma, almeno al momento, è dato registrare di premesse concrete, perché l’area archeologica in parola venga, una buona volta e per sempre, riprogettata, riqualificata e restituita ai suoi antichi splendori, quale eccezionale attrattore culturale e turistico-sociale, ovviamente sostenibile.

Autore: Gennaro D’Orio – doriogennaro@libero.it

Per approfondimenti sul Mitreo, vai a: https://www.mitraismo.info/napoli-larea-archeologica-di-san-carminiello-ai-mannesi-a-forcella/

Francesca Bianchi, Cyprea, la rete di Afrodite: al Colosseo un ponte culturale tra Italia e Cipro.

È stata prorogata fino a gennaio 2025 la mostra internazionale Cyprea. La rete di Afrodite, allestita al Parco archeologico del Colosseo, nelle sale del Museo del Foro Romano. FtNews ha intervistato il prof. Giorgio Calcara, curatore di questa mostra che intreccia l’arte contemporanea con l’archeologia, celebrando la figura di Afrodite e il legame storico-culturale tra Italia e Cipro….

Leggi l’intervista nell’allegato: Cyprea, la rete di Afrodite al Colosseo

Autore: Francesca Bianchi – francesca-bianchi2011@hotmail.com

Francesca Pandimiglio. L’iconografia di Sant’Elena in alcune opere inedite a Viterbo.

Nell’immaginario la figura di Sant’Elena imperatrice è ricordata principalmente come colei che ha ritrovato il Sacrum Lignum a Gerusalemme nei luoghi santi della Passio Christi tra il 326 e il 332 ed è venerata il 18 agosto nel calendario cristiano. Su di lei i dati biografici sono piuttosco scarsi e …

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Autore: Francesca Pandimiglio – pandimigliofrancesca@gmail.com

Michele Santulli. Ciociare nei Musei Vaticani.

L’iconografia del costume ciociaro cioè le opere d’arte che illustrano la donna o il contadino o il brigante o il pifferaro in costume ciociaro è quella più ricorrente e più comune nell’ambito dell’arte occidentale tra fine 1700 e prime decadi del 1900, all’incirca 150 anni caratterizzati da quella che gli artisti stessi definirono peinture de genre à l’italienne, che la maggior parte dei pittori europei illustrarono e che anche la crema, Degas, Corot, Manet, Cézanne, Sargent, Leighton, Van Gogh, Picasso fino ai futuristi amarono e decantarono, come nessun altro soggetto.
La Ciociaria, la regione distesa ai piedi di Roma, una volta Latium Novum, poi Campagna di Roma, è la regione madre di Roma; la Chiesa, sempre pragmatica, ha tenuto sotto costante vigilanza la Ciociaria perché dall’inizio della storia, tra il tanto altro, è stata anche la vera sacrestia di San Pietro arricchendo sistematicamente le gerarchie con preti e monaci fino ai monsignori ed ai cardinali e ad almeno nove papi nel corso dei secoli. E la Chiesa ha confermato tale attenzione l’8 dicembre 1854 allorché proclamò, nella persona di Pio IX, il Dogma della Immacolata e nel quadrone esposto in San Pietro confermò pubblicamente che il popolo di Roma erano in prevalenza i ciociari, come presenti anche alla cerimonia.
Fu la prima volta che ufficialmente si prese atto che la numerosa presenza ciociara a Roma in realtà si imponeva sul popolino di Pinelli e sui bottegai e cantinieri grazie al notevole successo tra gli artisti stranieri e nazionali e a non poche altre motivazioni: al lettore attento raccomando in merito il libro CIOCIARIA SCONOSCIUTA.
Tuttavia in quella solenne giornata del 1854, nelle Paludi Pontine soffrivano e morivano ancora quantità di povere creature ciociare, a causa della malaria, della cui terribile esistenza quasi secolare nessuno si era mai dato premura.
Negli anni successivi tale attenzione della Chiesa doveva venir confermata e ribadita grazie alla realizzazione nei Musei Vaticani della Stanza della Immacolata Concezione dove venne illustrato ai posteri lo straordinario evento e dove anche ora il popolo è rappresentato dalla bella ciociarella nel suo magnifico costume che addita al pargolo la figura officiante del Papa. Ed è di questi giorni la notizia gioiosa e perfino esultante da parte degli specialisti vaticani della scoperta nei loro depositi e della presentazione ed esposizione nei Musei Vaticani, del quadro suggestivo di una seconda ciociara!
Il titolo dell’opera, significativa anche per le dimensioni, 140×222 cm, è Malaria, e illustra una ciociara che assiste un adolescente sofferente steso su un giaciglio: la dr.ssa Micol Forti, incaricata del Vaticano per l’arte dell’Ottocento e Novecento, ha trovato le parole idonee per evidenziarne la grande qualità ed impegno artistico nonché significato; l’autore è una donna, Maria Martinetti (1864-1937), romana, educata alla pittura da uno dei due o tre grandi maestri della Roma fine1800-inizi 1900 e cioè Gustavo Simoni; e Malaria è la consacrazione stupefacente quasi incredibile della simbiosi maestro-allieva!
E per tornare al terribile morbo fu solo tra fine 1800 e inizi 1900 che un manipolo di benpensanti iniziò ad intervenire specie sui bambini delle micidiali Paludi Pontine, dapprima vicino a Roma e poi piano piano anche più a Sud: è stata una pagina che rende indimenticabili i protagonisti e che andrebbe eternata a caratteri d’oro nella storia del Paese ed in special modo nelle Cronache della Ciociaria, un momento miracoloso e magico che ispirò Giovanni Cena noto scrittore e giornalista e la sua compagna Sibilla Aleramo, famosa scrittrice, Angelo Celli, virologo e scienziato e uomo politico con la compagna Anna Fraentzel tedesca instancabile e sensibile nella sua opera a favore dei poveri bimbi; determinante contributo didattico nonché amministrativo ed organizzativo nella creazione di scuole e strutture venne da Alessandro Marcucci, maestro e pedagogo e da altri benemeriti tra cui il pittore Duilio Cambellotti che con la sua arte documentò ed illustrò la esistenza nelle paludi: in merito è bello rammentare al lettore che nella originaria Littoria, oggi Latina, sorta sulla bonifica delle Paludi Pontine, alcuni benpensanti e le istituzioni sensibili, negli anni passati hanno istituito un Museo a Duilio Cambellotti con numerose opere e documenti sulle Paludi. Va ricordato che a tale manipolo si aggiunse anche lo scienziato Ettore Marchiafava originario di Patrica, medico personale del re e del papa, che con Angelo Celli, individuarono i germi patogeni della malaria e finalmente debellarla: Angelo Celli, anche membro del Parlamento, ottenne che il chinino, farmaco miracoloso, venisse distribuito gratuitamente ai ciociari delle Paludi.

Autore: Michele Santulli – michele@santulli.eu

Didascalia immagine:
Martinetti, M.: La Malaria, 140×222 cm, 1887, Stanze Vaticane

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