Angelo DI MARIO: Ichnoussa – Sikissja – Itassja.

In tutti i miei lavori ho dato molta importanza alle desinenze -sa, -sas, -s-sa, -s-sas, -sas-sa, -sas-sas, -sa-si-, -sas-si…-si-si, -s-si…, non solo perché strumento espressivo dell’indoeuropeo arcaico, basta soffermarsi su quelle luvie e palaiche, ma anche perché segnalate come elementi rimasti nei toponimi (ALikarnassós, PARnassós…), elementi aggettivali spesso persi nel divenire dei suoni: *Fil-aFa-s-sa > *Mil-awa-s-sa > Mil-awa-n-da > Mil-awa-ta ‘Mileto’; tirs. VES-ti-ri-ci-na-la < *FES-ti-ri-si-s-sa ‘(cerimonia) dell’accoglienza nel focolare domestico’ (radice FES, tirs. VES-ia, lat. VES-ta, VES-u-vius; AES-tas ‘del fuoco > calore’; gr. (F)ES-tía, (F)ES-thi-a-té-so-(mai), *FES-thi-ri-si-); ancora il tirs. ACH-ra-ti-na-li-sa < UG-ro-ti-sa-s-sa ‘(tribù) dell’acqua’, gr. UG-ró-tes ‘UM-i-do’; suoni e strutture apparentemente scomparse, ma rimaste in tutto l’indoeuropeo, compreso l’italiano (mar-e, mar-o-so, mar-i-no, mar-i-na-(s)jo, mar-i-na-re-s-s/co… *THE-u-s-sus ‘DI-u-r-nus ‘(tempo) del sole’…); per questo mi sono detto: cerchiamole anche da noi per scoprire chi le portò, e cosa mai possano significare.

Ecco allora ICH-noû-s-sa ‘la *SARdissja > *SARdinnja > Sardegna’; come prima ipotesi si può supporre che prenda il nome dal mare AIG-aî-on/ l’EG-e-o ‘(fatto) di ACQ-ua’, o, meglio, dal suo derivato OG/ OC > OK-ea-nós, località intesa come ‘terra in mezzo all’acqua/oceano’, radice arcaica SUCc-o-/SUG-o > UK/ UG, con lo stesso rapporto tra SUD-o-re ed il gr. ÚD-o-r; sappiamo, per averne più volte parlato, che molte radici con inizio vocalico, quindi anche ICH (gr. ICH-thús ‘dell’acqua-quello > pesce’), presuppongono la caduta della S iniziale, e potremmo scoprire subito altra radice omofona, cioè SICH/ SIK, recuperabile nell’eteo SAK-u-wa ‘luce > vedo/occhi’, SAK-uwa-s-sa ‘dio del vedere/occhi’, ted. SEH-e-n < *SEK-e-n ‘vedere’, gr. skené < *SEK-e-ne ‘per vedere’, come il THE-a-tés ‘l’osservatore’, THÉ-a-t-ron ‘(luogo) per vedere’, da THE-áo-mai ‘vedo’, lat. S()C-i-pio < *SAK-i-Fio ‘vedo/ so’; invece con l’intermedio S > F > m/p, spiegato in altre occasioni, nei miei articoli e libri, ecco MUKassn ‘MOK-so/ MOP-so ‘dio della S-OK/ M-OP = luce’ (MEG, Testi); radice semplificata nel lat. (S)OC-u-lus, gr. ÓS-se < *Okje, tirs. AUK-é-los ‘la Lucente/Aurora’; varianza OK/ OP/ OS.

S’intuisce facilmente che qualcuno dall’Anatolia partì per l’ignota *SIK-nu-s-sa ‘(terra) di *SIK-nu > IK-nu/dell’acqua’; ma SICH è anche la radice omofona del ‘fuoco/luce’, indica la *SIK-i-ssja/ *SIK-a-s-sja, ossia la SIC-i-lia, la SIC-a-nia, nonché S(i)K-ú-l-le < *SIK-u-s-sa > *SIK-u-l-la ‘Scilla’, ‘la terra della luce/fuoco’; ci conferma anche nello sviluppo s > k/ ch, notevole nel tirseno SA-ris < *SA-sis ‘mani = dieci’, nesico KE-s-sar ‘mano’; nel cretese Lineare A: SIR-u ‘testa’, gr. KÁR-a ‘testa’, SAQ-e < *SAK-e ‘la cosa lucente > bronzo’, mic. kak-o ‘bronzo’, gr. chaLk-ó-s ‘bronzo’, L infisso; eteo surna, gr. kéras ‘corno’, suwana, gr. kúon ‘cane’; come dire che KÚK-loPs deriva da *SUK-o-loFs, ma non da KÚK-los ‘rotondo’ e óps ‘vedere/ forma’, perché vuol dire soltanto ‘quello del fuoco, della luce’, ossia l’occhio di SETH > ET, dell’ET-na, gr. AÍTH-o ‘brucio’; appartenente alla medesima radice, senza la S, riferibile all’idea di ‘luce/ fuoco’; si tratta del notissimo dio SETH, tirs. SETH-re ‘di Fuoco’, del derivato tirs. SETH-u-Msal, del lat. SAT-u-r-nus < *SAT-u-s-sus ‘dio della nascita del fuoco/sole > anno’; concetto espresso dal…successivo, più recente, diciamo, quel diffusissimo dio UT-u, gr. ÉT-o-s ‘del sole > *AT-no > AN-no’; ittita UITti ‘sole > anno’; quindi ET-na (anche EN-na?) indicava il ‘Fuoco’, e il tirs. UT-u-ze era ‘(il figlio) di UT-u’, proprio l’omerico OD-u-s-seÚs < *UT-u-s-seFs; il quale, nel viaggio del ritorno, non poteva che approdare sui nostri lidi VUL-ca-ni-ci (dal velsinio VEL, VEL-the/ VEL-che, VEL-cha-ns, cretese VEL-cha-nos, corrispondente al dio ÉphaIS-tos < *ES-tos, dio dalla radice diversa, quella d

Barbara CARMIGNOLA: Ritrovamenti e distruzioni nella Roma fascista.

Dal 28 ottobre 1922, giorno della marcia su Roma, al 25 luglio 1943, in cui Grandi durante la riunione del Gran Consiglio del fascismo presentò un ordine del giorno che suonava come un atto di sfiducia nei confronti di Mussolini riscuotendo la maggioranza dei voti, il regime del duce detenne il potere e fu al governo dell’Italia.

Aldilà del colore politico, delle ideologie, rimane la storia, una storia che non è solo battaglie, guerre e trattati, una storia che appartiene agli uomini, alla quotidianità di chi quei giorni li ha vissuti e respirati, e a noi che ne ereditiamo il segno.

Il fascismo ha lasciato un’impronta tra le nostre case, nelle nostre strade, nella città di Roma, che Mussolini ha voluto trasformata nel luogo simbolo dell’ideale gemellaggio che egli auspicava si potesse stabilire tra la nuova Roma e l’antica Roma dei Cesari.

A questo ideale furono immolati interi quartieri con i loro palazzi e la loro fitta tessitura di piccole strade; si persero scorci pittoreschi; vennero distrutti e caddero nell’oblio i monumenti minori che pure arricchivano il patrimonio artistico di questa città secolare. Altro fu costruito in loro luogo e, senza giudicare il valore artistico di quanto realizzato, si può senza dubbio affermare che il volto dell’Urbe venne snaturato per mezzo della cancellazione di quindici secoli di arte, vita e storia, della demolizione della verità cittadina.

Coltivando il mito della Roma imperiale, il fascismo vagheggiava una città utopica, in parte riportata alla luce estraendone i resti dalle viscere di quella terra bagnata dal Tevere, in parte costruita ex-novo, con uno stile che si ispirava all’età classica ma che conosceva un afflato di ampollosa retorica che all’arte antica era estraneo.

Ogni manifestazione di arte successiva all’epoca della romanità classica non veniva ritenuta degna di essere preservata e conservata, era considerata espungibile dal tessuto urbanistico e perciò sacrificabile al culto, allo scavo e alla costruzione dell’unica vera Roma autentica.

Il fascismo si adoperò tanto per la capitale ma allo stesso tempo ne dimenticò le esigenze e i problemi, asservì la città al compito di dare testimonianza della sua magnificente grandezza, ogni progetto fu subordinato a questa logica di potenza.

Il Bernini circondando San Pietro del suo imponente colonnato, aveva pensato ad un effetto scenografico di particolare interesse per il passante che, facendosi avanti per le anguste strade di Borgo, sarebbe ad un certo punto capitato davanti alla maestosità imperante della piazza antecedente l’imponente basilica e si sarebbe trovato a contemplarla con il fiato sospeso. Via della Conciliazione sorge dunque, nella sua ampiezza, laddove prima di Mussolini si trovava un intero quartiere, una fila di palazzi e case di epoca medievale, che Bernini aveva sapientemente sfruttato ai fini di ottenere lo spaesamento e l’ammirazione del turista o del visitatore.

Non si può comunque tacere che Roma e l’intero Lazio trassero dei benefici da questo stato di cose: il territorio dell’Italia centrale fu bonificato e i nuovi spazi furono messi nelle condizioni di accogliere nuove iniziative, agricole o industriali. Si realizzò un aeroporto di enorme importanza, l’aereoporto del Littorio, che fu poi circondato da una pista per gare motociclistiche e automobilistiche. Le condizioni igieniche della città migliorarono. Sotto il punto di vista scientifico si moltiplicarono i convegni in prospettiva internazionale che videro nella città del Colosseo il cuore del loro dibattito.

Quel che soprattutto importa ai fini del nostro discorso sono però gli importanti ritrovamenti che affiorarono nel territorio laziale ad opera delle campagne di scavo e di ricerca promosse dal duce.

Nel marzo 1929 dalle acque del lago di Nemi affiorava una prima nave di 73 m di lunghezza x 24 di larghezza, seguita nell’agos

Orazio FERRARA: I soldati, le armi e la guerra nell’Egitto antico.

Gli Hyksos: una lezione da imparare.

Per secoli gli influssi delle civiltà esterne sono relativamente pochi in quella società essenzialmente autarchica che è l’Egitto antico, per cui ancora più scarse, a maggior ragione, sono le novità apportate in un lungo arco di tempo alla sua struttura militare, organismo già di per se stesso tendenzialmente conservatore. Ciò viene, in larga misura, favorito dal compito soprattutto difensivo che ha davanti a sé per centinaia di anni l’armata egiziana. In un paese, alieno per tanta parte della sua storia da mire imperialiste, il suo ruolo è assai semplice: contenere e ricacciare le bande di nomadi predatori, provenienti dai deserti africani, e chiudere sul Sinai la porta ad un’eventuale invasione proveniente dall’Asia.

Così il guerriero delle prime dinastie è armato in modo fondamentalmente simile al fante che affronterà in battaglia gli invasori Hyksos. E quando, nel 1700 circa avanti Cristo, queste genti guerriere di stirpe oscura, guidate però quasi sicuramente da nobili indoeuropei, si presentano nel corridoio sinaitico, chiave dell’Egitto per un’armata nemica proveniente dall’ est, per gli egiziani è il bagno di sangue e la disfatta. Sconfitta dovuta senza dubbio alla struttura militare antiquata, su cui si abbatte, come un maglio distruttore, quella sconvolgente novità tecnologica costituita dal carro da guerra leggero a due ruote, trainato da cavalli, e di cui sono in possesso gli Hyksos. E’ dunque sull’onda amara di questa invasione che gli egiziani conoscono un nuovo modo di far la guerra e l’uso dei reparti carrati. Allora i vinti osservano in silenzio i vincitori nelle loro grandiose manovre militari che, secondo quanto scrive Manetone, si tengono ogni anno nella città fortificata di Avaris, e imparano. Non passerà molto tempo che, cacciati gli invasori, anche 1’Egitto cullerà la sua ambizione imperialista e dilagherà nell’Asia, raggiungendo sotto Thutmosi III (1500 a. C.) l’apice della sua potenza militare.

Distretti militari, privilegi e ricompense.

Nella rigida gerarchia della società egiziana la casta dei guerrieri viene immediatamente dopo la prima, che è quella dei sacerdoti. Tra le due caste è permesso il matrimonio ed i figli appartengono alla stessa casta del padre.

Non tutti i distretti o “nomi”, cioè i territori agricoli che ruotano attorno ad una città e in cui è suddiviso da tempo immemorabile l’Egitto, danno soldati all’armata, ma soltanto alcuni distretti destinati esclusivamente a tale compito. La cosa è comune nel mondo antico; a questo proposito si ricordino le città dei carri da guerra del re Salomone, citate dalla Bibbia. Erodoto nel secondo libro delle sue “Storie” riporta l’elenco completo dei distretti militari egiziani e fa ascendere a circa 410.000 gli uomini atti alle armi, cifra che si ritiene eccessiva, dato che, anche nei suoi momenti migliori, l’armata egiziana non supererà mai i 50.000 effettivi. Probabilmente Erodoto si riferisce soltanto alla potenzialità del serbatoio umano maschile cui attingere.

Annualmente, in tempo di pace, i distretti sono tenuti a mandare al faraone complessivamente circa 2.000 guerrieri scelti, che costituiscono la sua guardia personale, a questi, dopo l’adozione del carro da guerra, si aggiungerà un reparto carrato forte di 600 veicoli. Sia in pace che in guerra ai soldati egiziani non viene corrisposta nessuna paga, d’altronde essi non conoscono la moneta, questa verrà adottata dopo Alessandro il Grande sotto i Tolomei.

Comunque i guerrieri godono di alcuni privilegi: dodici “arure” (circa tre ettari) di terra libere da imposte. Inoltre chi fa parte del corpo di guardia del faraone riceve ogni giorno un peso di cinque mine di grano abbrustolito, due mine di carne .bovina e quattro aristeri (più di un litro) di vino. Infine a tutto ciò va aggiunto l’eventuale bottino di guerra: i nemici vinti che diventano loro schiavi e, per i più valorosi, preziose asce d’ oro of

Gioia FALOCCO: I NAHARTI, antico popolo umbro.

I naharti erano un antico popolo dell’Italia centrale preromana, la cui menzione piu’ antica appare nelle Tabulae Iguvinae.

Il loro territorio si estendeva con ogni probabilita’ dal Tevere alla dorsale appenninica comprendendo la valle del fiume Nera, il territorio di Nequinum, Narnia e la valle del Naia che ne rappresentava il confine settentrionale.

Il suo fulcro era senza dubbio la conca ternana, punto d’incontro di importanti vie che la collegavano con la Sabina, l’Etruria Meridionale ed il Latium Vetus.

Fu proprio tale posizione, in concomitanza a favorevoli condizioni ambientali, ad agevolare la frequentazione umana di tale zona fin dalla preistoria.

Il periodo di maggior incremento si verificò nell’età del bronzo recente e finale, quando l’occupazione assunse un carattere organizzato e stabile; con lo svilupparsi di un’economia di tipo misto aumentarono gli abitati.

Il modello insediativo predominante era quello di tipo perilacustre, ma non mancano testimonianze di occupazione e frequentazione di posizioni d’altura.

Con l’avvento della cultura orientalizzante (VII sec. a.c.) si ebbe un aumento della popolazione ed un diffuso benessere della comunita’ in cui spiccavano determinati personaggi della classe aristocratica il cui ruolo viene sottolineato dagli oggetti di lusso di produzione etrusca, egizia, fenicia e picena presenti nei corredi funerari.

La presenza di coppi di copertura testimonia il passaggio dalla capanna all’abitazione con tetti laterizi.

E’ quindi assai probabile che gia’ nel corso del VII sec. gli Interamnates Nahartium avessero avviato un processo di protourbanizzazione precoce rispetto alle altre popolazioni umbre, che porto’ alla nascita della citta’ di Interamna Nahars nel 672 a.c.

Autore: Gioia Falocco

Ricerche, Studi, Tesi e Saggi