Nicoletta TRAVAGLINI: Ponzio Pilato.

Erode il Grande fu un re di immenso spessore politico, così alla sua morte le province orientali furono affidate al figlio, che non dotato della stessa diplomazia dell’illustre genitore, collezionò una serie di insuccessi che lo portarono ad essere allontanato dalla sua pubblico ufficio e mandato nelle Gallie. Queste Province orientali dell’impero, quindi tornarono sotto la giurisdizione di Roma, la quale si faceva rappresentare da un Procuratore, che dipendeva dalla Siria. Ponzio Pilato ricoprì questa carica per ben dieci anni dal 26 al 36 d.C., ma egli non ebbe mai un ruolo di rilievo nella vita politica romana se non per quella illustre condanna che gli condizionò la vita e lo consegnò alla storia come uno dei tanti aguzzini del Cristo.

Di probabili origini sannite, egli apparteneva all’ordine equestre, fece carriera all’ombra del prefetto Tiberio finché non arrivò la sua grande occasione diventando procuratore della Giudea. Egli, essendo un debole, non sfruttò a fondo quest’occasione e così dopo una serie di errori (porre le insegne romane sul Tempio di Gerusalemme, depredare il tesoro del medesimo per costruire acquedotti, reprimere nel sangue tumulti scoppiati a causa della sua superficialità) gli revocarono l’incarico, ma, mentre rientrava a Roma, il suo protettore, che nel frattempo era diventato imperatore, morì e le tracce di questo personaggio storico si perse sotto le pesanti sabbie del tempo, per rinascere nel mito, come una novella fenice che rinasce dalla proprie ceneri.

Secondo alcune leggende, pare che Ponzio Pilato sia nato ad Amiterno, antica e leggendaria città nelle vicinanze dell’Aquila, da cui, il capoluogo abruzzese, ebbe origine; sempre in questo luogo sembra che sia stata ritrovata anche una pergamena che potrebbe essere la sentenza di morte pronunciata contro il Nazzareno.

In un’altra leggenda si sostiene che Pilato fosse nato a Bisenti in provincia di Teramo, dove vi è stata addirittura individuata la casa che diede i natali a cotale personaggio.

Si dice che la presunta casa del procuratore sia ancora oggi “visitata” dal suo fantasma che cerca un po’ di pace, che forse non troverà mai!

Adiacente la casa vi è ubicato un pozzo che nasconde oscuri e lugubri misteri di cui nessuno è ancora riuscito a svelarne i segreti.

La tradizione popolare vuole che a Corfinio, Pilato possedesse un bellissimo castello, frutto di eredità della sua nobile stirpe proveniente dalla Gens Pontia; questo mastio era dotato di potentissime mura e torri ed aveva un’unica via di accesso, a mo’ di forte.

Il procuratore era molto conosciuto presso i romani per la sua lealtà e diplomazia, così fu chiamato da Tiberio con l’incarico di presiedere all’interrogatorio del Cristo e, nel caso, assolverlo; poiché l’imperatore, essendo lebbroso, sperava in eventuale gesto di gratitudine da parte dell’imputato, che lo avrebbe forse guarito dalla sua malattia.

Ponzio arrivato a Gerusalemme, purtroppo, si trovò di fronte a gente convinta della colpevolezza dell’imputato e così “lavandosi le mani”, indirettamente, lo condannò. Per paura delle ritorsioni dell’imperatore tornò al suo castello in incognito.

Passarono alcuni giorni e Tiberio fu informato della triste sorte del Nazzareno e così adirato chiamò a Roma il procuratore, che nascosto nel suo castello, non si presentò; allora l’imperatore fece assediare il castello. Per ritorsione egli uccise tutti i suoi servi di fede cristiana. Il suo sacrilegio fu punito da Dio in maniera crudele: improvvisamente le statue iniziarono a sanguinare e una colonia di topi assaltò il maniero che cadde travolgendo tutti compreso il suo proprietario, che afferrato da una schiera di diavoli fu buttato in un fiume che non volle accogliere le spoglie sacrileghe, le quali furono scagliate, successivamente in una pozza d’acqua dove giaceranno fino alla fine dei secoli .

In queste leggende comuni a molte regioni, paesi e citt

Barbara CARMIGNOLA: Scrigni d’arte nelle chiese romane.

Dal 1° settembre 2004 fino al 31 agosto 2005, nell’Urbe, 82 giovani saranno impegnati nel servizio civile volontario nel progetto “Scrigni d’arte”, patrocinato dall’ente Diocesi di Roma del Vicariato e coordinato dal Centro Oratori Romani nella persona del responsabile Gianluca Grillo. Lo scopo del progetto è la promozione e la tutela di numerosissime chiese storiche della capitale dislocate primariamente nel cuore antico della città, dal rione Campo Marzio a quello denominato Pigna, fino a giungere alla zona di Termini e all’area comprendente San Giovanni, per includere addirittura la chiesa periferica di Santa Passera alla Magliana.

Il servizio di tutela e valorizzazione di questi fulcri d’arte, considerati minori rispetto alle pietre miliari del ricchissimo panorama culturale romano, entrerà nel vivo della sua operatività a metà ottobre quando le ragazze ed i ragazzi prescelti, ultimato il corso di formazione, verranno dislocati nelle chiese a loro assegnate.

Per la promozione di questi magnificenti forzieri di marmo, i volontari si avvarranno di visite guidate, incontri nelle scuole, della possibilità di organizzare eventi, tutto al fine di rendere maggiormente nota la storia secolare delle chiese poste ai crocevia di strade percorse dai romiti o relegate in viottoli angusti e poco noti.

Antichissima, plurisecolare, la tradizione artistica italiana si giova per gran parte, dall’età paleocristiana in poi, delle numerose testimonianze di beni legati ai luoghi di culto della cristianità e ai tesori ecclesiastici connessi a committenze cardinalizie e papali. Roma, centro spirituale per eccellenza, sede della corte pontificia e luogo cardine dello Stato della Chiesa, è per antonomasia la città dalle mille cupole. Il fasto di secoli di potere è racchiuso in esse e attende un incremento del numero dei visitatori. Offuscate dall’ombra della fama della basilica di San Pietro, dai numerosi monumenti che caratterizzano la città del Colosseo, le tante chiese che in altri paesi ed in altre città rappresenterebbero il fiore all’occhiello da sfoggiare con orgoglio, a Roma restano, complice la vastità del tessuto urbano, sconosciute ai più e disertate da coloro che vi passano distrattamente davanti. E’ così che la conoscenza di icone antichissime, mosaici tardo-medievali e affreschi rinascimentali e barocchi, che si potrebbero visitare gratuitamente ogni giorno, resta relegata ai costosi libri di arte che non tutte le tasche possono permettersi di acquistare.

Da Santa Maria del Popolo, dalla chiesa dei Santi Marcellino e Pietro, da Sant’Andrea delle Fratte e, ancora, da Santa Maria in Ara Coeli, Sant’Ivo alla Sapienza e Sant’Andrea della Valle, senza poterle elencare tutte perché troppo numerose, si diparte l’invito ad una nuova frequentazione di questi luoghi sacri che hanno ospitato illustri mecenati, dai della Rovere ai Chigi, ed altrettanti prestigiosi artisti, dal Cavallini a Raffaello, dai Carracci a Caravaggio, dal Mochi al Bernini.

Il Papa nel 1999 si rivolgeva agli artisti invitandoli a proseguire nella ricerca epifanica della bellezza, quale stimolo per la cristianità, evidenziando l’alleanza profonda che sussiste tra il Vangelo e l’arte e affermando: “Per trasmettere il messaggio affidatole da Cristo, la Chiesa ha bisogno dell’arte. Essa deve, infatti, rendere percepibile e, anzi, per quanto possibile, affascinante, il mondo dello spirito, dell’invisibile, di Dio. Deve dunque trasferire in formule significative ciò che è in se stesso ineffabile. Ora, l’arte ha una capacità tutta sua di cogliere l’uno o l’altro aspetto del messaggio traducendolo in colori, forme, suoni che assecondano l’intuizione di chi guarda o ascolta. E questo senza privare il messaggio stesso del suo valore trascendente e del suo alone di mistero”.

Aldilà di ogni credo è comunque certo che il rapporto tra buono e bello stimola alla riflessione e conduce l’uomo ad elevare il suo spirito. Già i Greci lo avevano

Laura TUSSI: I luoghi della memoria.

Introduzione

La terra di Brianza è un territorio costellato di “Luoghi della memoria” ossia di Musei, Fondazioni ed enti culturali che trasmettono e testimoniano “i segni dei tempi”, vale a dire i “reperti” non solo di una cultura contadina che è andata via via scomparendo nella seconda metà del secolo scorso, ma anche di una storia antichissima testimoniata da fossili e reperti di diverse ere geologiche, indicanti addirittura la presenza del mare in terra di Brianza e delle primitive comunità di ominidi dall’homo herectus, all’homo sapiens. I luoghi della memoria sono realtà effettive e militanti culturalmente nell’ambito del territorio Brianteo anche dal punto di vista didattico/pedagogico ed educativo, in quanto cooperano e collaborano a diretto contatto con le istituzioni scolastiche ed educative di ogni ordine e grado. Anche per questo motivo tali molteplici e variegate realtà culturali devono essere tutelate ed appoggiate da politiche socioculturali ed ambientali lungimiranti per “…dare un futuro alla memoria”, al fine di conservare e tramandare ai posteri la storia locale più recente o antichissima, utile per lo sviluppo cognitivo globale delle giovani generazioni in fase di apprendimento e di formazione che dovrebbero avere una visione olistica del territorio e delle comunità paesistiche in cui vivono, anche in vista di una riforma neoglobalizzatrice della cultura che pone in risalto anche le minoranze culturali e sociali, inserite in un sistema globale e mondiale.

Il Museo Etnografico dell’Alta Brianza nel Parco Monte Barro.

Nell’area del Parco, nella porzione di Camporeso ha sede il museo che documenta gli usi ed i costumi dell’attività contadina dell’Alta Brianza. Il nucleo, attestato sin dal 1300, ebbe destinazione agricola a partire dal 1500; i terrazzamenti testimoniano il duro lavoro per recuperare terreno dalle colline mentre l’esistenza di teleferiche testimonia la coltura del bosco e l’attività di raccolta del fieno trasportato a valle. Praticata era la coltura della vite; allevamento e pastorizia erano le altre attività che permettevano alle genti di questi luoghi di vivere dei proventi di un economia esclusivamente agricola e qui verranno reintrodotti la pecora brianzola e l’asino: quest’ultimo viene immesso nella parte somministrata allo scopo di eliminare le erbe infestanti (la serpizio e l’erba nolino) e preservare la biodiversità dei prati magri. Scopo del museo è di documentare le condizioni (la vita dei contadini della Brianza collinare e di far rivivere il territorio anche attraverso il graduale recupero ambientale con la piantumazione di specie arboree e autoctone o da secoli presenti localmente, come l’ulivo, il gelso, le piante da frutta e i filari di viti. E di preservare anche gli interventi fatti dall’uomo nel corso dei secoli stimolando la ripresa dell’attività agricola tradizionale ancor oggi possibile. In sintesi, è di creare un ecomuseo, ciò che fa di Camporeso un’esperienza unica nel sistema di musei della Brianza.

Il Museo della Meccanizzazione Agricola a Usmate-Velate.

Il museo fu ideato alcuni anni orsono dal sig. Mario Roveda, imprenditore agricolo di Usmate. Scopo del museo è di raccogliere ed esporre esemplari autentici di attrezzi e macchine che rappresentano l’evoluzione tecnica e tecnologica dell’agricoltura e, quindi, dell’evoluzione della meccanizzazione che ha accompagnato una delle attività fondamentali praticata dall’uomo sin dai tempi più antichi. L’idea è divenuta progetto per il sostegno dato all’iniziativa dal Rotary Club Vimercate Brianza Est, che ha richiesto all’Ente locale la possibilità di collocare il materiale raccolto utilizzando una parte della villa Scaccabarozzi. L’edificio, già censito dal catasto Teresiano, fu quasi certamente una villa di delizia che, nel tempo, ha subito radicali trasformazioni; esso è stato
recentemente acquisito dall’Amministrazione locale e destinat

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