Narcisa FARGNOLI: L’Assunta del Vecchietta a Montemerano Restauro e nuove proposte di lettura”

Montemerano, piccolo borgo medievale fra i più caratteristici di tutta la Maremma, conserva una collezione di dipinti e sculture di scuola senese di inestimabile valore, tra cui la pala d’altare in legno policromo con l’Assunta del Vecchietta. Il terzo volume della collana dedicata alla Soprintendenza senese e alla valorizzazione della sua attività di tutela, recupero e ricerca sul territorio, illustra il recente lavoro di restauro di questa importante pala quattrocentesca, evidenziandone le particolarità tecniche e l’altissima qualità di esecuzione.

Articolata in tre capitoli – il primo dedicato alla iconografia dell’Assunta, il secondo alla fortuna critica dell’opera, il terzo al lavoro di restauro vero e proprio – la pubblicazione è corredata da una ricca documentazione fotografica e di un’aggiornatissima bibliografia.

L’autrice affronta il tema iconografico dell’Assunzione, anche in relazione all’importanza della figura della Vergine come simbolo religioso e civile della città di Siena, e ripercorre tutta l’attività dell’artista cogliendo le relazioni tra la pala lignea di Montemerano e le altre dello stesso soggetto, scolpite o dipinte dal Vecchietta nel corso della sua lunga esperienza: dalla famosa Assunta pientina del 1462 (per il Duomo voluto da Pio II) all’Assunta lignea conservata a Lucca nel museo di Villa Guinigi e ad altre preziose testimonianze di questa rara tipologia.

Il restauro, che ha riportato alla luce il modellato originale falsato dalle numerose ridipinture, le caratteristiche costruttive della pala e la raffinata eleganza della policromia, consente di confermare la pala di Montemerano come opera eseguita da Lorenzo di Pietro detto il Vecchietta, la personalità più originale e innovativa del Quattrocento senese.

Ali edizioni, Asciano Si, 2004, pp. 112, ill. 49, ISBN 88-88769-08-0; € 28.

Info: tel/fax 0577 700020 – URL: www.ali-edizioni.com – E-mail: ali@ali-edizioni.com

MASSA CARRARA: il Duomo si racconta.

Ricostruita virtualmente da Brunello Pucci una importante targa marmorea, che si trova all’interno del cortile del Duomo di Massa.

La targa parla dell’evento miracoloso che nel 1632 risparmiò all’intero stato di Massa il contagio della peste (la famosa peste del Manzoni nei Promessi Sposi). La targa stabilisce come nello stato di Massa si debba festeggiare il XIII giugno, perché in quel giorno si scopri il male salvando l’intera comunità.

La scoperta di indubbio interesse storico e culturale, che farà affluire studiosi da ogni parte d’Italia, dichiara il critico d’arte Brunello Pucci, da sempre impegnato a valorizzare la cultura locale, è stata possibile grazie alla costanza di chi è convinto che il Duomo di Massa sia una vera e propria miniera, ricca di storia su cui è scritto tutto il nostro essere e dove gli storici, al di là delle edizioni patinate propinateci a Natale, devono scavare per decifrare il nostro passato. Passato che merita diessere scoperto e valorizzato. E’ incredibile, asserisce Brunello Pucci, poter disporre di un patrimonio culturale come la Cattedrale e non utilizzarla pienamente sotto ogni profilo culturale.

Autore: Brunello Pucci

Nicoletta TRAVAGLINI: Il Corvo.

Su una piccola collinetta tutta ricoperta da una fitta vegetazione, un soldato di nome Annichino, costruì un bellissimo castello per la sua numerosa famigliola. Questo maniero era molto ampio e al suo ingresso vi era un grande ponte levatoio che tutte le sere veniva chiuso, perché il signore del castello voleva essere al sicuro dai molti briganti che infestavano le campagne di Roccascalegna.

Passarono anni e anni ed Annichino, ormai vecchio, diede il castello e il borgo a suo figlio Alfonso che governò in maniera eccellente. Anche Alfonso morì di vecchiaia lasciando in eredità a suo figlio, Giovanni, il bellissimo castello dalle grandi mura merlate.

Un brutto giorno, però, Giovanni, che intanto aveva ereditato anche il titolo di barone da suo padre, sfidò a duello un altro nobile e questi venne ucciso dal perfido barone; il quale a sua volta fu preso dalle guardie del principe e fu arrestato.

Che triste giorno fu per gli abitanti di Roccascalegna che si trovarono senza un Signore che difendesse i loro diritti!!!

Passarono diversi giorni e ai giorni seguirono gli anni e a questi i secoli, finché un barone di Sulmona, Corvo de Corvis, comprò il castello, che nel frattempo era andato in rovina.

Il nobile arrivò con una scorta di paggi, cavalieri, soldati, aristocratici e giocolieri con i quali allietare le lunghe serate estive. Il corteo salì faticosamente la ripida stradina che portava all’entrata del castello, attraversò il ponte levatoio,che con sonori stridii e cigolii si abbassò, entrando, finalmente, nell’ampio cortile.

Le mura scostate e l’edera che si era abbarbicata, perfino sui merli della torre, davano l’idea dello stato di decadenza, poiché per tanti anni esso era stato quasi disabitato.
I solerti servi pulirono in tutta fretta le stanze del loro nuovo padrone, che con la sua enorme corporatura emergeva sulla massa dei suoi accompagnatori. Egli, infatti, era un attraente uomo di quarantacinque anni, stempiato, abbastanza alto, robusto, e vestiva sempre di rosso. Nessuno sapeva il suo vero nome, ma tutti lo chiamavano Corvo, forse perché possedeva un corvo nero come le tenebre con le zampette e lungo becco giallo, i suoi occhietti dorati scrutavano con interesse il nuovo ambiente; il barone e il corvo apparivano molto uniti, quasi complici, come se il rapace, fosse in grado di comunicare con il suo padrone.

Quel pomeriggio di fine giugno dopo essersi sistemato nella sua nuova dimora, il De Corvis iniziò a visitarla, dapprima vide le stalle dove vi erano dei magnifici esemplari di cavalli bianchi, e degli enormi neri destrieri con lunghe e folte criniera scure, come le notti senza luna; poi andò nelle cucine dove trovò tanti cuochi intenti a cucinare dei succulenti cinghiali che alcuni cacciatori avevano catturato nelle terre del barone vicino al fiume Sangro, delle grandi carpe pescate nel Rio Secco erano state messe allo spiedo, pronte per essere cucinate, delle pagnotte di pane si stavano dorando nel capiente forno di pietra bianca; quindi si fermò nella cappella privata del castello dove pregò davanti all’enorme quadro della Madonna del Rosario, alla fine salutò la guarnigione dei soldati che facevano la guardia sulla torretta di avvistamento, dalla quale si scopriva tutta la vallata del Rio Secco.

Era quasi sera quando egli fece ritorno nelle sue stanze, con il fedele corvo che svolazzava, contento per il castello, osservando con suoi profondi occhietti gli indaffarati servi che si preparavano per la serata di gala.

Quella notte una splendida luna purpurea faceva capolino sulle merlature della torre, sembrava quasi che i suoi bianchi ed eterei raggi accarezzassero dolcemente le mura del castello illuminate da una miriade di torce che rischiaravano la già limpida notte. Il barone, con il suo abito vermiglio, impreziosito da monili d’oro e pietre pregiate, che venivano da terre lontane, uscì dalle sue stanze seguito da un gru

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