Massimo TURRATA. Fiori di vetro.

L’autore con questa raccolta ci introduce in un mondo dove ogni cosa, ogni pietra, ogni ricordo è pieno di nostalgico incanto.
Lo sono i paesaggi dipinti di colori tenui e delicati, lo sono gli amori vecchi e nuovi che conservano immutati nel tempo gli attimi dolci e lievi come sbatter d’ali.
Attraverso i racconti così diversi ma nello stesso tempo legati da fili della stessa trama, si avvertono le vibrazioni di luoghi perfetti e senza tempo. Luoghi che esistono fuori e dentro di noi. E dietro ai sorrisi artificiali e viaggi immaginari, spesso si nascondono lacrime e sudore. Perché la vita è fatta di tanti ingredienti e affinché funzionino ci vuole forza e passione. E speranza.
E in fondo è proprio questo il messaggio che Massimo Turrata con la sua straordinaria raccolta ci trasmette: dietro l’angolo, dopo il buio, fuori dalla porta, c’è ancora il sole, la vita e la gioia di esserci.
Alcuni racconti ci riportano all’infanzia e forse sono quelli che preferisco perché l’autore ha saputo guardare il mondo con occhi curiosi e innocenti come quelli di un bambino. Altri racconti invece illustrano la quotidianità con il suo carico di disperata rassegnazione, altri ancora hanno la consistenza vaga del sogno. Accanto a fuso alla malinconia generale è la pregnante presenza di un umorismo a volte leggero a volte crudo, che fuoriesce quasi compulsivamente.
Ogni tappa è un segreto svelato, ogni pagina una scoperta, leggere “Fiori di vetro” è come viaggiare attraverso le vicende della vita, immersi nella vera bellezza che è il contatto con la natura e con la terra. Ogni personaggio, tratteggiato con cura, ci introduce nel suo mondo che non è mai banale né scontato, ma vero.
E allora è facile riconoscersi, identificarsi, entrare nel vivo di una storia perché in fondo viviamo tutti le paure e sognano le stesse cose. Ma ognuno a suo modo è speciale e nessuna storia è uguale all’altra.
Il libro di Massimo Turrata è edito da “Ennepilibri”, una casa editrice di Imperia che seleziona i propri autori senza chiedere nessun tipo di contributo e rilega i propri volumi a mano.


Info:


Ennepilibri 2006 – ISBN: 88-7908-089-X


In libreria su prenotazione oppure su  www.ennepilibri.it


 


 

Autore: Angela Catalini

Link: http://www.fioridivetro.splinder.com

Eva Pianfetti: Orpimento e realgar.

ORPIMENTO


Aurum faciendi est etiamnum una ratio ex auripigmento… Invitaveratque spes Gaium principem avidissimum auri; quam ob rem iussit excoqui magnum pondus et plane fecit aurum excellens, sed ita parvi ponderis, ut detrimentum sentiret propter avaritiam expertus, quamquam auripigmenti libraedenari IIII permutarentur. Nec postea temptatum a bullo est.
(Trad.) Per fare l’oro c’è anche un altro metodo, che si serve dell’orpimento… La speranza da esso suscitata aveva allettato l’imperatore Gaio Calligola, avidissimo d’oro; egli ordinò pertanto che si fondesse una gran quantità di orpimento e in effetti ottenne un oro eccellente, ma in così piccola quantità che sentì come una perdita questo esperimento dettato dall’avidità sebbene una libbra di orpimento costasse solo 4 denari. Anche in seguito l’esperimento non fu ripetuto da nessuno.
(da Plinio, Naturalis Historia; XXXIII-22)


Fin dall’antichità i pittori si sono serviti di ogni tipo di sostanza che fosse in grado di fornire pigmenti affascinanti, correndo talvolta seri rischi per la salute. Alcuni dei più noti e usati pigmenti, come la già citata biacca, sono infatti velenosi.
Tra questi pigmenti nocivi quanto affascinanti si annovera il giallo orpimento, un trisolfuro di arsenico As2S3, di origine sia minerale naturale che artificiale.
Questo pigmento giallo era noto anche agli egizi, i quali lo usavano come cosmetico per il suo splendido colore simil-oro. Proprio da questa sua caratteristica particolare deriva il termine latino auripigmentum, con il quale viene indicato da Plinio e Vitruvio; Teofrasto e altri autori greci lo chiamano arsenikon, mentre in persiano è detto zarnikh  da zar che significa oro.
Il minerale orpimento si trova solitamente in masse terrose o fogli, talvolta fibroso o in piccoli cristalli, e quasi sempre associato al bisolfuro di arsenico realgar, ma anche a altri minerali: pirite, barite, gesso. Ha un odore caratteristico, dovuto alla presenza dell’arsenico.
Il pigmento artificiale iniziò probabilmente a essere usato sistematicamente in epoca medievale, giacché viene citato da Cennino Cennini:
Giallo è un color che si chiama orpimento. Questo tal colore è artificiato e fatto d’archimia… (da C.Cennini, op.cit.; XLVII)


La preparazione del pigmento potava avvenire con procedimenti per via secca usando zolfo e realgar o altri minerali di arsenico, o per via umida, ad esempio facendo passare una corrente di idrogeno solforato (H2S) in una soluzione composta da triossido di arsenico (As2O3) e acido cloridrico.


Il pigmento orpimento possiede una colorazione giallo oro intensa; nonostante non sia eccessivamente instabile se lo si mantiene asciutto – con l’umido tende a decomporsi – , non può essere usato con colori a base di piombo o rame, a contatto dei quali annerisce formano solfuri neri.
Il Cennini, oltre a suggerire un modo per macinare il pigmento, ne sconsiglia l’uso:
A lavorare in muro non è buono, né in fresco né con tempere, però che vien negro come vede l’aria… El detto colore è da prima il più rigido color da triarlo, che sia nell’arte nostra. E però quando il vo’ triarlo, metti quella quantità che vuoi in sulla tua prieta e, con quella che tieni in mano, va’  a poco a poco lusingandolo a stringello dall’una pietra all’altra, miscolandovi un po’ di vetro di migliuòlo rotto, perché la polvere del vetro va’ ritraendo l’orpimento al greggio della pietra. Quando l’hai spolverato, mettivi su dell’acqua chiara e trialo quanto puoi; che se ‘l triassi dieci anni, sempre è più perfetto. (da C.Cennini, op.cit; XLVII)


Anche nel Manoscritto bolognese è riportato un simile metodo per macinare l’auripigmentum:
Tolli oropiumento et macinalo da siucto. E sappi che è duro a macinarlo. Per macinarlo

Laura TUSSI: Ambiente e sviluppo cognitivo. Gli effetti dell’apprendimento.

Gli effetti dell’ apprendimento (esperienza e influsso ambientale) sono filtrati dall’equilibrazione, fattore di regolazione interna di ogni organismo vivente, centrale nello sviluppo.


Il meccanismo dell’equilibrazione.


Piaget afferma che la ristrutturazione endogena è un processo continuo e la natura di questo processo è la ricerca di stati di equilibrio. Il movimento verso l’equilibrio non si volge nel senso di una maggiore staticità, ma di un’attività crescente che permette la costruzione intellettiva di strutture più complesse. La vita è autoregolazione, per cui la conoscenza non risiede in un qualunque organo fisico, ma usufruisce dell’interazione di insiemi di organi per il suo funzionamento, in una prospettiva solipsistica. Lo scambio con l’ambiente (stimolo-risposta) è alla base del comportamento. Piaget parlando di ambiente si riferisce a quello fisico, mentre Vigotskj considera l’ambiente sociale. Piaget ha sempre rifiutato la prospettiva neodarwinista sull’evoluzione in quanto selezione naturale vista da Piaget come processo subito dall’organismo, senza partecipazione attiva. Piaget propone un modello in cui l’organismo sia perennemente attivo e prenda iniziativa di cambiamento, come parte del processo globale di autoregolazione. Questo è l’equilibrio, ossia la ricerca di omeostasi. Quando le pressioni esogene sono tali da rendere impossibile l’assimilazione, vale a dire l’apprendimento, si ha una situazione di squilibrio. L’organismo cerca la soluzione, costruendo una nuova struttura mentale che si adatti alle esigenze dell’ambiente e dell’organismo. Il problema fondamentale in questa prospettiva consiste nel dover insegnare la struttura al bambino o doverlo mettere nella situazione in cui è attivo e si crea la struttura. Secondo Piaget non si riesce a fermare il progresso dell’apprendimento specifico indipendentemente dal progresso stesso, ossia tramite l’idealismo meccanicista. Piaget sostiene che l’apprendimento è una strategia di scoperta per cui le organizzazioni precedenti si trovano in un tutto coerente che è una nuova struttura di equilibrio. L’apprendimento è ricerca di equilibrio e lotta contro l’entropia, ossia il disordine. L’apprendimento non è in rapporto con la motivazione per una questione socioculturale, ma l’apprendimento nella nostra società è lo stato naturale del bambino e dell’adulto. L’ambiente preposto all’apprendimento è la scuola. Secondo Piaget il ruolo della stimolazione precoce non ha gran peso perché nella sua prospettiva lo sviluppo si svolge in una successione obbligatoria di stati. La ricchezza o la povertà dell’ambiente non costituiscono fattori importanti perché non alterano i meccanismi fondamentali dello sviluppo, nell’equilibrazione e nell’adattamento. Piaget ritiene importante l’articolazione interna delle strutture cognitive.


Contenuti d’insegnamento e processi cognitivi.


La disciplina pedagogica riguarda processi d’accrescimento e di trasformazione soggettiva, di sviluppo e problematicità dei saperi e dei contenuti. Contenuti e processi sono termini fortemente intrecciati nella letteratura pedagogica per l’opinione comune secondo cui i contenuti dell’insegnamento sono identificati con le materie scolastiche, i saperi valutati come nozioni. Il termine disciplina quale aspetto formativo ed educativo indica delle conoscenze trasmesse e la ricerca educativa recente vuole rimuovere questa distinzione. Il concetto di processo quale attività educativa priva di finalità prestabilite, riguarda il soggetto in formazione, suscettibile di modificazioni sostanziali per effetto di fattori ambientali e situazioni di apprendimento. Nel secondo dopoguerra la natura pedagogica come tecnica dell’organizzazione dell’apprendimento e del momento educativo reale comprendeva modi concreti di fare scuola nella consapevolezza politica della necessità di una maggiore e democratica organizzazione dell’apprendimento e

Davide BUSATO: L’evoluzione delle paludi nella laguna nord dal IX al XV secolo.

Nel quadro di una ricerca che abbia come obiettivo primario uno studio storico-archeologico riguardante l’isola di Sant’Erasmo, si manifesta la necessità di un’attenta analisi dello sviluppo dell’economia delle paludi retrostanti l’area in oggetto. La laguna torcellana, nella quale era ospitato un gruppo di frammenti insulari tra i quali il nascente lido di Sant’Erasmo, costituiva la sezione sud-ovest del bacino lagunare di Treporti, alimentato principalmente dal Sile, dal Dese, dallo Zero e dal Piave.i L’incontro tra le acque dolci di questi fiumi e il mare fece sì che non solo vi fosse un continuo evolversi della situazione geomorfologica ma, che la stessa area che si estendeva dal lido alla terraferma, da Sant’Erasmo a sud, e da Lio Mazor a nord, fosse coperta già dal IX secolo da ampie distese paludose, dalle quali emergevano isole e dossi, nonché barene e canneti.


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http://www.archeomedia.net/articolo.asp?strart=3079&cat=Studi%20e%20Ricerche

Autore: Davide Busato

Ricerche, Studi, Tesi e Saggi