Giuliano CONFALONIERI, Confesso che ho vissuto (Cesare Pavese e Saint Exupéry.

Lo scrittore piemontese Cesare Pavese (S. Stefano Belbo, Cuneo, 1908 – Torino 1950) per l’intera sua vita, conclusasi con il suicidio in un albergo, ebbe difficoltà nei rapporti con gli altri, forse per la congenita propensione ad una  malinconica solitudine, forse per quel sottile senso di autodistruzione che lo accompagnò sempre malgrado il successo nel lavoro.
Cominciò l’attività nel campo letterario negli anni Trenta traducendo numerosi grandi scrittori americani (Melville, Lewis, Anderson, Dos Passos, Defoe, Faulkner, Stein) lasciando in eredità alla nostra lingua testi che rimangono esempi di come fare questa professione per la sua capacità di mantenere lo stile ed il pathos degli autori.
Nel primo dopoguerra Pavese pubblicò saggi critici collaborando con la Casa editrice Einaudi e le opere narrative “Lavorare stanca“, “Paesi tuoi“, “Feria d’agosto“, “Il compagno”,Dialoghi con Leucò“, “Prima che il gallo canti“, i racconti ambientati a Torino (“La bella estate“, “Il diavolo sulle colline“, “Tre donne sole“, “La luna e i falò“.
Postumi sono usciti “La letteratura americana e altri saggi“, “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi” (poesie) e soprattutto il diario “Il mestiere di vivere (1935/1950)” nel quale confessa le sue struggenti ambiguità e idiosincrasie: alla vigilia del suicidio, concluse il testo con le parole “sembrava facile pensarci, eppure donnette lo hanno fatto; ci vuole umiltà, non orgoglio”.
La tematica della sua opera si concentra sul contrasto città-campagna con i relativi problemi di inurbamento della civiltà contadina, l’incomunicabilità tra le persone e la meditazione sulla morte.
Il “vizio della solitudine” che compromise i suoi rapporti sentimentali facendolo soffrire, la costante tensione nel riempire le pagine con uno stile scarno e l’inevitabile partecipazione alla vita pubblica, incrementarono in lui quella fatica di vivere – malgrado il successo letterario – che lo avrebbe portato a morire. Pochi giorni prima, nel “Diario” scrisse: “Nella mia vita sono più disperato e perduto di allora. Che cosa ho messo insieme? Niente. Ho ignorato per qualche anno le mie tare, ho vissuto come se non esistessero. Sono stato stoico. Era eroismo? No, non ho fatto fatica. E poi, al primo assalto dell’inquieta angosciosa, sono ricaduto nella sabbia mobile. Da marzo mi ci dibatto … Resta che ora so quale è il mio più alto trionfo e a questo trionfo manca la carne, manca il sangue, manca la vita. Non ho più nulla da desiderare su questa terra, tranne quella cosa che quindici anni di fallimenti ormai escludono. Questo il consuntivo dell’anno non finito, che non finirò“.
L’incomunicabilità tra gli uomini, le meditazioni sulla morte, le ricorrenti crisi sentimentali, e le lacerazioni interiori nella costante ricerca di uno stile letterario personale, fanno di Cesare Pavese un protagonista della cultura del XX secolo.
L’influenza americana derivata dal lavoro di qualificato traduttore non gli impedì di gettare sulla pagina parole scarne influenzate dal contrasto tra le Langhe piemontesi e le città nelle quali lavorava, in un miscuglio di predisposizione alla solitudine, di impegno intellettuale e sociale (il confino politico nel 1935/1936 a Brancaleone Calabro fu la conseguenza di una sua presa di posizione politica avversa al Regime).            


Nel 1995 una produzione inglese ha realizzato il film biografico “Saint-Ex” (regia Anand Tucker, protagonista Bruno Ganz), film che ripercorre la vita breve (1900/1944) di Saint-Exupéry, poeta-scrittore e aviatore.
Tratto dal libro del giornalista Paul Webster “Antoine de Saint-Exupéry – The Life and the Death of the Little Prince”, il film racconta l’esistenza tribolata di un u

Stefania CHIRICO, La valorizzazione del patrimonio archeologico vince di mille secoli il silenzio…. Il caso di Loreto Aprutino.

La valorizzazione, la salvaguardia e la comunicazione del patrimonio archeologico rappresentano oggi, forse più che in passato, i mezzi per trasmettere il senso della continuità e dell’appartenenza dell’uomo ai suoi simili, a coloro che lo hanno preceduto e alle generazioni che si avvicenderanno: in un’epoca in cui predomina il gusto per il nuovo, per il tecnologico, per ciò che fa tendenza, l’uomo moderno sembra aver perso il senso della storia, intesa come processo di formazione, di evoluzione, di miglioramento continuo dell’umanità.



L’intero studio si trova nell’allegato.


 

Autore: Stefania Chirico

Email: stefychirico@tiscali.it

Gennaro TEDESCO. Un modello per apprendere. L’atelier storico interdisciplinare.

Le condizioni ecologiche, formative ed educative di un atelier, in una logica di collaborazione e cooperazione di protagonismo adolescenziale e giovanile, attivamente ribaltano il concetto e la pratica di insegnamento-apprendimento ad imbuto, come direbbe Popper, di tipo aristotelico, essenzialistico, unilineare e deterministico. L’allievo non è un recipiente o un contenitore in cui il pirotecnico e versatile maestro-docente-retore-oratore riversa la splendida e magmatica malvasia del suo insostituibile scibile. La boccuccia d’oro dell’infante, dell’adolescente o del giovane, oggi più di ieri, non assorbirebbe e metabolizzerebbe  il prezioso nettare lambiccato  da un sapientissimo e chiarissimo maestro.


L’intero studio si trova nell’allegato.


 

Autore: Gennaro Tedesco

Email: tedesco@irre.lombardia.it

Allegato: Storia e Didattica.pdf

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