Vincenzo ANDRAOUS, Diseducare alla stanzialità sociale.

Ancora slogans, cartellonistiche suicidiarie, a fare gran voce, a scrivere frasi che non si leggono sulla carta bianca, ma stanno in alto dove gli occhi fanno fatica a schiudersi.
In una Italia costretta pecoroni, ridotta a elemosinare, urtata e ferita da aggettivi indecifrabili: esodati, marginalizzati, effetti-eventi, critici-collaterali,  manca che pure la galera, con i suoi detenuti, si metta a imprecare sul precariato imposto alla dignità depredata, quale ulteriore inferno alla condanna da scontare.
Eppure il carcere non è qualcosa cui è possibile non pensare, non guardare, perché alle devastanti condizioni in cui versa, sono costrette a sopravvivere le persone detenute. In più c’è da tenere presente il deterioramento delle assi di coordinamento sociale: più rimarranno senza lavoro i giovani, gli uomini abbandonati a metà del guado, ove mancheranno i denari per vivere decorosamente, cresceranno le norme disimparate, l’azione riprovevole, una delinquenza che farà delle miserie umane la propria degenerazione.
Non è una bella situazione, non promette niente di buono,  in fin dei conti il rispetto delle regole implica la presenza di qualcuno che detenga il potere, che sia autorevole a sufficienza per essere in credito di autorità, per risultare radice profonda a sostenere il peso di una intera collettività.
Se ciò non è, la società non ha più capacità di azzerare le furbizie contrapposte, e può accadere che i valori della solidarietà entrino non solo in conflitto, ma producano una contaminazione-convivenza “forzata” con ben altro dis-valore quale l’omertà.
In una società di vicendevoli protezioni, di mascheramenti e nascondimenti, con la difesa a oltranza di interessi personali, parlare di umanizzare la galera è una impresa titanica, un logoramento creato ad arte per quei pochi che hanno a cuore il valore della dignità umana, della giustizia, anche di chi sconta decorosamente la propria pena.
Scrittori e giornalisti parlano del popolo delle sbarre, piegati dalla stanchezza delle parole usurate, delle vene che non danzano più nella carne, raccontano di detenuti innocenti e di altri colpevoli, accostano le mani alla carta da riempire di simboli, di storie, di vuoti a perdere, avvicinano l’orecchio al battito che non c’è più, riconfermando un carcere morto e sepolto da tutte le sue indicibili rappresentazioni.
Chi parla di carcere senza conoscerne gli anfratti, chi non ne parla per averne vissuto gli obbrobri, chi ascolta inebetito storie disgraziate, chi ottuso e concluso non crede e vorrebbe maggiore punizione, sofferenza, distacco, un muro di cinta che s’alza al cielo,  senza consentire l’unico risultato invece da garantire efficacemente: una reale e fattibile  salvaguardia della collettività.
C’è sempre assenza di equilibrio, di equità, quando al centro del tavolo di confronto fa il suo ingresso la scala disarticolata della giustizia, in che modo vengono fatte scontare le condanne, quali opportunità detengono le pene oltre alle catene che una prigione espone con poco riserbo, per evitare di ricorrere periodicamente ai soliti condoni e amnistie, misure improprie di sfoltimento di una disumanità diventata anch’essa coatta.
Ri-educare non significa diseducare alla “stanzialità sociale”, alla mera “sopravvivenza”, in una costrizione che diviene consapevolezza di una libertà prossima, nei luoghi e negli spazi ancora più umilianti di una cella, angoli e insenature invisibili dove rimediare al bollino nero dello scarso valore umano acquisito.

Autore: Vincenzo Andraous

Email: vincenzo.andraous@cdg.it

Vincenzo ANDRAOUS, Sulla giornata mondiale contro la droga 2012.

Sulla giornata mondiale contro la droga, parole, riflessioni, approfondimenti, a tal punto che mettere giù queste righe crea qualche resistenza, come se stessi vivendola come una sorta di compitino, a cui però mi sarebbe piaciuto sottrarmi.
La mia dubitosità nasce dal muro di indifferenza che circonda il disagio sociale e relazionale, adolescenziale e adulto, sull’uso e lo spaccio di droga, sull’abuso della violenza in ogni territorio della diseducazione.
E’ una indifferenza che non fa prigionieri, che non lascia impronte, non teme minimamente i titoli di coda, è un comportamento quotidiano, mascherato di grandi impegni, di rivendicazione dei valori più profondi, del rispetto degli altri, delle regole stesse della civiltà.
Mentre la crisi abbatte la speranza, la politica fa acqua da tutte le parti, la povertà del pane insegue quell’altra della dignità, c’è una sorta di fermo immagine, di tenue preoccupazione per i pericoli derivanti dall’uso e abuso delle sostanze, dallo stile di vita improntato allo scontro fisico e verbale, non solamente all’interno dei recinti giovanili, ma anche e soprattutto nelle aree ben delimitate del mondo adulto.
Le idi di marzo di questa umanità contemporanea non possono essere ascritte alla sola generazione stanca che conta gli anni di età attraverso lo sbadiglio, forse più prossimità hanno con la truppa adulta, che se non complice dello sfascio, è sicuramente corresponsabile degli errori dimenticati, fino al punto da scambiare il proprio posto a tavola con quello dei figli.
Le droghe, tutte, nessuna esclusa, le prepotenze e le violenze, incluse quelle che non sono mai di casa nostra, piuttosto in quella accanto. In questa pedagogia scombinata e truffaldina, è molto facile perdere di vista la patologia più bisognosa di interventi efficaci e urgenti, è molto semplice sfuggire le proprie responsabilità, diffondendo il verbo che i ragazzi di oggi, come quelli di ieri, nascono così, con una forte propensione a passare gli esami di maledetti per forza. Quando accade di ascoltare affermazioni come queste, c’è la riconferma di un tradimento culturale, una difesa incapace di nascondere tanta inadeguatezza: alcuni di questi ragazzi pervengono all’inciampo perché li abbiamo addestrati così malamente a fronteggiare l’impazienza,  preferendo la rinuncia alla lotta.
Si tratta di indifferenza quando l’attenzione è dirottata verso altre aree più opulente e vantaggiose alle nostre esigenze-aspettative, rafforzando una collettività così dissociata da accettare senza troppi mal di pancia le opinioni che “ fanno meno male“.
C’è un gran s-parlare sul nuovo sistema di welfare, con il risultato di non consentire domande e risposte comprensibili per opporci allo sbaraglio di tanti ragazzini, invece si predilige lo spostamento delle problematiche altrove, introducendo di volta in volta ciò che potrebbe essere innocuo, legalizzato, se non addirittura liberalizzato.
Ciò produce un messaggio ambivalente, una toponomastica del disagio manipolato, soprattutto una indifferenza feroce che toglie valore non soltanto ai ragazzi che svendono la propria vita, ma anche al ruolo e alle competenze di chi è preposto ad accogliere e accompagnare, a  verificare e curare, dentro un percorso di ri-conquista della propria dignità personale, quindi al rispetto della vita stessa.
Istituire la giornata mondiale contro la droga non è solamente un dovere istituzionale per sottolineare le illegalità dell’uso e dello spaccio delle sostanze stupefacenti, nella violenza delle mafie per mantenere inalterato il più grande business dell’era contemporanea, è anche altro, un’azione preventiva affinchè questa metastasi non abbia a espandersi ulteriormente, una scelta-azione di libertà individuale e collettiva, che mette il più possibile al sicuro il futuro inviolabile dei giovani: ciò sarà possibile con un confronto e un dialogo che si costruisce insieme, però in ogni giorno dell’anno, in ogni agenzia educativa, i

Vincenzo ANDRAOUS, Dove la giustizia spesso arranca.

Nelle classi scolastiche i più giovani non sanno nulla o quasi dell’istituzione carcere, della pena, della privazione della libertà, se non quanto gli viene propinato dai film, dai fumetti, dalle cronache spesso riduttive.
Le persone mature, agenti sociali responsabili, forse ne sanno qualcosa di più, dico forse perché oppressi dall’insicurezza: da una parte la precarietà lavorativa e ideale, dall’altra la scarsezza di fondi, di interventi, che spostano l’attenzione dove non c’è luce per meglio vedere.
Eppure in questo paese dei balzelli dialettici, della semiologia a effetto, degli ermetismi che privilegiano i suoni alle verità, sarà meglio riflettere sul dentro e sul fuori che avvolge il pianeta sconosciuto, su quel “dentro” privo di utilità, di uno scopo condivisibile, che non consente di rimanere avvinti alla speranza di un “fuori” accettabile  di intenti e di fatiche partecipate.
Il carcere non è un castello di parole, di ideologie vetuste,  superate dal tempo e dalla storia,  è  ben altro di più importante, non solamente il perdono, la compassione che vorremmo incontrare, neppure è la vendetta di rimando al male ricevuto, non è violenza da accettare né da fare, il carcere è pratica di revisione, di mutamento, di un nuovo stile di vita, quale unica garanzia per una maggiore tutela sociale.
“Dentro e fuori”, un connubio che permea la libertà di ogni persona di riparare al male fatto, al consorzio sociale di accogliere uomini finalmente migliori.
Analizzare il carcere per interrogarsi sullo stesso esercizio di giustizia, per non basarsi esclusivamente su una violenza opposta al delitto, al diritto violato attraverso un mero male imposto, ma affidandoci all’equità di una pena giusta perchè dignitosa, prevenzione e difesa sociale che non umilia la necessarietà del reinserimento del condannato, affinché non abbia a ripetere gli stessi identici errori.
Occorre parlare di carcere,  di regole che vanno rispettate, del dazio eventualmente da pagare,  consapevoli di quanto il nostro comportamento comunichi più di mille parole, occorre farlo per riuscire a capire l’utilità e il fine specifico della pena, per scoprire cosa c’è dietro quel muro di cinta: certamente le ingiustizie perpetrate da tanti uomini in colpa, ma anche le loro esistenze, i volti, le speranze disarmanti, le disperazioni dilacerate, in un “dentro”  inteso come una normale sindrome sociale,  e “fuori” da una normale analisi sulla condizione del detenuto, in una altrettanto normale ingiustizia ordinaria.
Il meccanismo della manipolazione del sentire cosa è giusto o meno, legittimo o illegale, morale o blasfemo, è pratica di tutti i giorni per non avvalorare l’importanza di elevare il livello di legalità e civiltà non soltanto dell’apparato penitenziario, ma dell’intero paese.
Occorre parlare della disumanità che avanza, della richiesta di giustizia che spesso arranca, bisogna farlo per non farci travolgere dal dolore degli accadimenti, dalla sofferenza delle tragedie, dalla indifferenza alla morte, affinchè il carcere possa riappropriarsi di autorevolezza e dignità, per rispetto della vittima del reato,  e di chi attraverso questa esigenza di giustizia scopre la possibilità di cambiare la propria esistenza, verso il  reinserimento nella realtà sociale, quale unico percorso possibile in cui si riducono sensibilmente i rischi di coinvolgimento in attività delittuose.

Autore: Vincenzo Andraous

Email: vincenzo.andraous@cdg.it

Giuliano CONFALONIERI. Pruderie.

Il cinematografo – così come gli altri mezzi di comunicazione e le arti in genere – ha avuto i suoi alti e bassi con le forme censorie scaturite e vincolate dai costumi dell’epoca e dell’ambiente.
Edison, l’inventore americano antesignano dell’invenzione del ‘cinématographe de Lumière Frères’ per la sua idea della pellicola perforata larga 35 mm. nonché del cinetoscopio, filmò il primo bacio per lo schermo nel 1896: qualche secondo di immagini nel contesto di una commedia suscitò tra i benpensanti reazioni molto negative. Fu scritto a questo proposito: “Magnificato in proporzioni gigantesche, quel bacio riesce assolutamente disgustoso, cose simili richiedono l’intervento della polizia”.
Nel 1906, una danzatrice del ventre girò a New York il ballo dei sette veli da proiettare in locali per “soli uomini”.
Nel 1908 un giornale parigino riportava: “I soggetti sono piccanti ed eccitano l’interesse collettivo tanto che alcune donne si abbigliano con abiti maschili per assistere alle proiezioni delle pellicole riservate agli uomini”.
Disegni e fotografie avevano già richiamato l’interesse di collezionisti ed amanti di questo genere (gli affreschi ‘proibiti’ di Pompei ne sono una antica tangibile testimonianza) ma l’immagine in movimento, più simile alla realtà, provocava maggiormente le fantasie e conseguentemente, per la legge di mercato della domanda e dell’offerta, stimolava le produzioni a sfruttare il nuovo filone del film ‘erotico’ con generose concessioni alla pornografia.
Nel 1914 un articolo denunciava: “Crudezza è il termine affibbiato da molte ragazze ai tentativi degli uomini occupati nell’industria cinematografica di flirtare con loro. La smania di molti maschi di approfondire la conoscenza delle attricette è diffusa. In qualche Studio newyorchese sembra che nessuna ragazza possa lavorare senza accettare gli approcci del principale” (i primi anni del Novecento furono anche l’inizio della battaglia per l’affermazione femminile: parità con l’uomo sul lavoro, considerazione e rispetto in famiglia, diritto al voto).
Le inevitabili polemiche attorno ad un ‘businness’ che attentava alla moralità pubblica non impedì all’industria del cinema di attrarre ragazze bellocce alla ricerca di una buona paga e di un poco di notorietà. Il mondo non cambia: spregiudicati venditori di sogni erano appostati per sfruttare la buona fede di chi aspirava ad entrare anche dalla porta di servizio in una ‘fabbrica’ nella quale il denaro e l’illusione regnavano.
Come pioniere della pornografia cinematografica è spesso citato il francese “A l’Eau d’Or ou Le bonne Auberge” del 1908.
Sembra che all’inizio del Novecento lo Scià di Persia acquistasse a Parigi l’armamentario per proiettare le pizze di film osé e che a Roma si organizzassero serate a “luci rosse” proprio come nelle moderne sale rimaste fedeli alla programmazione di film hard. Dimentichiamo pietosamente la lunga sequela di titoli con contenuti idioti o deliranti attorno ad un argomento le cui radici sono invece profondamente conficcate nella psiche e negli impulsi consci e inconsci dell’essere umano, per citare qualche film che ha tentato di presentare il sesso e le sue implicazioni in modo serio anche se in maniera estremamente ed inevitabilmente provocatoria.
Emblematico è il recente film di Michael Haneke “La pianista” (2001) nel quale si evidenzia la dicotomia tra l’essere e l’apparire, le eccessive pulsioni naturali castrate per lungo tempo da convenzioni che esplodono poi in eccessi di autodistruzione come in “Bella di giorno” (1967) di Luis Buñuel.
In “Ultimo tango a Parigi” (1972) Bernardo Bertolucci esamina con immagini forti il dramma della solitudine nella nostra società. In “Salò o le 120 giornate di Sodoma” (1975) di Pier Paolo Pasolini – tratto da un testo del Marchis De Sade – il sesso diventa degradazione e morte così come in “Kagi” (La chiave, 1960) di Kon Ichikawa, trasposizione del libro omonimo

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