BOMARZO (Vt). L’insediamento rupestre di Monte Casoli.

L’area archeologica di Monte Casoli si trova in prossimità della cittadina di Bomarzo, ed è situata all’interno della Riserva Naturale Regionale istituita nel 1999. Il sito è raggiungibile percorrendo una strada campestre, sconnessa e tortuosa, che inizia dal famoso “Parco dei Mostri”. Superato l’ingresso del Parco, percorsi alcune centinaia di metri, si presenta un bel panorama dell’altopiano di Monte Casoli (fig. 1), caratterizzato da numerose grotte scavate dall’uomo. Si percorre questa stradina fino ad arrivare ad un piazzale dove parcheggiare l’auto, quindi si prosegue a piedi fino alla chiesetta di Santa Maria di Monte Casoli, posta in alto rispetto alla strada.
Questa chiesa dalla facciata semplice e piccolo campanile a vela (fig. 2) risale al XVI secolo, presenta una navata unica ed un’abside rettangolare, fu realizzata su una precedente chiesa rupestre a tre absidi del periodo romanico, scavata nel banco di tufo. All’interno della chiesa, sul muro di fondo dell’abside e sul retro dell’altare settecentesco, si trova una stretta nicchia semicircolare dalla quale inizia un breve cunicolo che conduce ad un piccolo ambiente, relativo all’abside centrale della chiesa romanica, dove si trova un affresco con due figure di santi, una delle quali rappresenta l’arcangelo Michele che trafigge il drago. Le immagini sono molto rovinate ma in alcuni punti si notano ancora dei colori vivaci,
Dalle fonti consultate, relativamente a questo antico settore della chiesa, non vi sono notizie di scavi o rilievi scientifici, ma solo di sopralluoghi da parte di alcuni ricercatori; tali ambienti, pertanto, sono ancora in fase di studio e ricerca.
A poca distanza dalla chiesa si trova un largo fossato che rappresenta una delle antiche opere di difesa di Monte Casoli; un altopiano lungo quasi due chilometri e mezzo e largo circa 250 metri, delimitato da due profonde “forre”, la prima situata a nord dove scorre il torrente Vezza e l’altra a sud con il fosso di Monte Casoli (o Sodera), entrambe le forre confluiscono al vertice orientale dell’altura.
Il sito, oltre ad essere difeso da ripide pareti di tufo, era ulteriormente protetto da diversi fossati scavati dall’uomo; il più imponente tra essi presenta sulla parte interna i resti di probabili fortificazioni etrusche, ed accanto ad esse sono visibili i ruderi di un’opera fortificata di epoca successiva. La parte superiore di questa struttura è costituita da blocchi di tufo a sezione quadrata legati da malta, mentre nella parte inferiore si notano tre filari di blocchi di diversa misura, disposti di testa e di taglio senza malta, che indicano una riutilizzazione di preesistenti opere difensive.
Il fossato sbocca sul fianco meridionale dell’altura e, attraverso una porta scavata nel tufo, costeggia dei suggestivi e grandi colombai, dirigendosi verso il fosso di Sodera; una fila muraria, inoltre, proteggeva il versante meridionale.
Durante il periodo etrusco, oltre a svolgere una funzione difensiva, non è da escludere che il fossato servisse per incanalare e far defluire, tramite cunicoli sotterranei, l’eccedenza di acque piovane provenienti dall’altopiano.
A Monte Casoli sono evidenti, quindi, le tracce di diversi insediamenti fortificati, i più remoti dei quali risalgono all’epoca etrusca. Si può ipotizzare che verso la fine del IV – inizio del III sec. a.C. i suoi abitanti realizzarono delle opere difensive in prospettiva della minaccia romana; è in questo periodo, infatti, che le mire espansionistiche di Roma si spinsero al controllo delle valli del Tevere e del Nera, ed è probabile che oltre alle mura furono realizzati anche i fossati. Questo sistema difensivo, tuttavia, fu adottato anche nel corso del medioevo, per cui permane l’incertezza sull’originario periodo di realizzazione.
Il territorio di Bomarzo entrò nell’orbita di Roma dal 283 a. C. e fu ascritto alla tribù Arnensis. Le fonti documentarie ed archeologiche relative a questo periodo non sono moltissime, come se il periodo romano non avesse lasciato a Monte Casoli delle evidenti testimonianze storiche, così come era invece avvenuto per l’epoca precedente; ciò è dovuto, probabilmente, all’ormai consolidata “pax romana” che aveva reso superfluo l’arroccamento della popolazione in siti fortificati e di difficile accesso. È plausibile, quindi, che l’altopiano di Monte Casoli durante la lunga fase del dominio di Roma non fosse più abitato stabilmente, ma solo frequentato da pastori con le loro greggi oppure sfruttato per il taglio del legname.
Durante il periodo imperiale questo territorio fu interessato da un radicale cambiamento sociale ed economico, dovuto alle numerose fabbriche e fornaci che producevano grandi quantità di materiale edilizio (tegole, mattoni, ecc.) destinato all’enorme mercato di Roma ed al traffico commerciale che sfruttava la vicinanza del Tevere per il trasporto del materiale; la maggior parte degli insediamenti, pertanto, era situato in pianura e in prossimità delle vie di comunicazione.
Dopo la caduta dell’impero e le successive devastanti ondate di popoli invasori anche questa zona conobbe una profonda crisi seguita da un vistoso calo demografico dovuto alle guerre, ai saccheggi alle pestilenze; l’insediamento sparso di pianura fu progressivamente sostituito da abitati arroccati su alture difese da mura, fossati e torri; ed è probabile che in questo travagliato momento storico sia avvenuta la nuova occupazione di Monte Casoli in funzione di insediamento fortificato.
Nel 607 la linea di confine tra Tuscia longobarda e Tuscia romana correva proprio sul torrente Vezza; Bomarzo e il suo territorio rientravano nel Ducato romano.
Per più di due secoli, dal 740 al 962, questa zona passò di mano numerose volte, dai Longobardi ai Franchi e, intorno al X secolo, fu invaso dagli “Ungari” che portarono ulteriori devastazioni.
Intorno al XIII secolo a Monte Casoli viene edificato il castello, ampliata la chiesa e definito l’abitato. Nel 1280 si verificarono diversi episodi di belligeranza con il vicino feudo di Vitorchiano che portarono alla parziale distruzione del castello. Successivamente, nel 1293, il castrum passò sotto la signoria di Viterbo ma pochi anni dopo, sotto il pontificato di Bonifacio VIII, il possedimento divenne parte del Patrimonio di San Pietro e fu gravato di tasse sul focatico, un’imposta a carico di ogni nucleo familiare.
Il possedimento di Mons Casuli rimase dominio del Patrimonio almeno fino al 1359, quando fu dato in dote a Vannozza degli Orsini e restò proprietà di questa potente famiglia fino al XVI secolo. È perlomeno singolare il fatto che Mons Casuli nell’anno 1416, pur risultando fra le terre “destructe et inhabitate”, risulti ancora tassato di tributi da pagarsi in sale.
La caratteristica più rilevante di Monte Casoli, indubbiamente, è rappresentata dalle numerose cavità scavate nel tufo, tanto che il sito può essere definito la “Pantalica dell’Etruria”, per la suggestiva somiglianza con quest’area archeologica che si trova in provincia di Siracusa.
Nella parte meridionale dell’altopiano, esposti a sud-est, lungo il versante che guarda verso il fosso Sodera, si trovano circa quaranta cavità scavate nel tufo, quasi tutte situate su uno stesso livello, per una lunghezza complessiva di diverse centinaia di metri.
Le grotte (fig. 4), hanno una tipologia costruttiva abbastanza simile; sono organizzate su uno o più vani a pianta quadrangolare con soffitto piano e banchine lungo le pareti nelle quali si trovano delle nicchie di forma e dimensioni diverse, usate per riporre oggetti di uso quotidiano. Sono provviste di piccole finestre ricavate in facciata e di canaletti per lo scolo delle acque piovane.
Gli studi sull’originaria funzione di queste strutture rupestri sono ancora in corso, in quanto non è affatto semplice capire se erano delle tombe etrusche riutilizzate, oppure furono realizzate appositamente nel medioevo per ospitare dei nuclei familiari. L’ininterrotta frequentazione dell’uomo nel corso dei secoli ha alterato, e forse cancellato per sempre, qualsiasi testimonianza utile. Queste cavità, in effetti, potrebbero essere state delle tombe realizzate in epoca etrusca, in quanto i resti dell’insediamento abitato di IV-III sec. a.C. sono a pochi passi e la tipologia delle sepolture di questo periodo non si discosta di molto da quanto è rimasto sull’altopiano. Nonostante ciò le caratteristiche dell’insediamento etrusco di Monte Casoli (in assenza di scavi archeologici non vi sono molti elementi per delineare un esauriente quadro storico) non sono paragonabili per importanza e ricchezza agli insediamenti di Norchia, Castel d’Asso o San Giuliano che ostentano sfarzose e ricche necropoli rupestri. Questi sepolcreti, oltre ad esaltare lo status sociale dei proprietari, furono realizzati in modo da essere visti dal vicino centro abitato o dalle arterie stradali che li costeggiavano.
A Monte Casoli, però, non vi è una situazione simile, il centro abitato più vicino, verso il quale le grotte sono rivolte, è Bomarzo ma questa cittadina, durante il periodo etrusco, non sembra essere stata un’importante polis dal punto di vista strategico o politico. Vi è poi un’altra considerazione da fare; sembra eccessiva la ristrutturazione che sarebbe stata effettuata su questi ambienti rupestri per adattarli ai nuovi bisogni abitativi. È storicamente accertato che l’uomo, fin dai tempi più remoti, ha sempre cercato di rispettare gli ambienti destinati ai defunti, anche se antichi di secoli, ritenendoli dei luoghi sacri e non idonei per vivere. Con il passare del tempo, o in mancanza di meglio, non era certamente escluso l’utilizzo di tali luoghi per ricoverare gli animali domestici o sistemare attrezzi da lavoro, ma senza distruggere completamente le testimonianze precedenti, considerando che, quasi sempre, l’uomo cerca di utilizzare al meglio ciò che trova, risparmiando tempo ed energie.
La quasi totalità delle grotte di Monte Casoli, inoltre, è posta nel versante dell’altopiano esposto verso sud-ovest, una condizione ottimale per l’uso abitativo; nel settore nord-ovest, invece, queste costruzioni sono assenti e gli ambienti ipogei qui presenti sono stati realizzati, probabilmente, per essere magazzini di derrate alimentari o depositi di altro genere.
Vi sono, infine, delle testimonianze di storie e leggende tramandate a Bomarzo, riportate dalla studiosa Maria Paola Baglione. In queste storie si narra come gli abitanti della cittadina, durante i frequenti eventi bellici del medioevo, cercassero rifugio presso le grotte di Monte Casoli; e ancora oggi per i bomarzesi queste strutture furono delle abitazioni e non delle tombe, tra l’altro il nome stesso “Mons Casuli” può tradursi con “Monte delle case”.
Vi sono, quindi, indizi sufficienti per considerare le strutture ipogee di Monte Casoli una costruzione tipica dell’alto medioevo realizzata con finalità abitative e frequentate per lunghi periodi. L’insediamento era in un luogo sicuro e difendibile, vicino a corsi d’acqua, disponeva di pascoli per gli animali domestici e fitti boschi di querce per i maiali. Dei piccoli appezzamenti di terreno coltivati ad orto consentivano di raccogliere il necessario per andare avanti e le attrezzature di lavoro più comuni, come macine o presse per l’uva e l’olio erano ricavate nella pietra locale; a poca distanza vi era un luogo culto, anch’esso in grotta, dove la piccola comunità poteva incontrarsi. Le abitazioni avevano, probabilmente, una struttura lignea esterna, appoggiata all’ingresso della grotta, che aumentava la capienza dell’ambiente, rendendo più confortevole la vita quotidiana.
Vi erano poi dei grandi colombai (fig. 4) realizzati sui costoni tufacei, utilizzati per l’allevamento dei colombi. Queste strutture potevano ospitare migliaia di volatili utilizzati per uso alimentare e per il guano impiegato come fertilizzante. I colombi hanno ridotte necessità di cura e controllo da parte dell’uomo e in caso di assedio da parte di forze nemiche sono in grado di procurarsi autonomamente il cibo e rientrare nelle loro cellette superando qualsiasi blocco ed ostacolo.
Nell’insediamento di Monte Casoli, in conclusione, sono presenti delle importanti testimonianze del periodo alto-medioevale, un’epoca durante la quale, per trovare rifugio dai pericoli, dai tormenti e dall’insicurezza sociale, l’uomo tornò ad abitare nelle grotte come i nostri antenati della preistoria.

Didascalie immagini:
Fig. 01 – Panorama di Monte Casoli con le grotte
Fig. 02 – Chiesa di Santa Maria di Monte Casoli
Fig. 03 – Veduta ravvicinata delle grotte
Fig. 04 – I colombai

Autore: Roberto Giordano – roberto.giordano@aruba.it

Marco Morucci. L’area sacra del Fanum Voltumnae, riconsiderazione del sistema territoriale volsiniere.

Il presente contributo si propone di riesaminare il ruolo storico e cultuale dell’are volsiniere attraverso unìanalisi integrata dei dati archeologici, geomorfologici, idrologici e topografici, adottando come chiave interpretativa i principi dell’archeologia del paesaggio….

Leggi tutto nell’allegato: L’area sacra del Fanum Voltumnae

Autore: Marco Morucci – marcomorucci60@gmail.com

Mario Zaniboni. Cristoforo da Messisburgo, non solo scalco.

Alla Corte Estense, nel periodo del suo massimo splendore e della notevole importanza nel variegato mosaico degli stati e staterelli italiani, ci fu un personaggio che ebbe una certa influenza nei rapporti politici e diplomatici del ducato, ma che soprattutto eccelse per quanto riuscì a portare a termine seguendo la sua passione per la buona tavola.
Si sta parlando di Messi detto Sbugo, divenuto poi Messisbugo, secondo documenti dell’epoca nato a Ferrara da una famiglia originaria delle Fiandre, in data non precisa, ma sicuramente ancora nel 1400.
Di lui non si sa molto. Il padre Antonio fu un servo del duca alla fine del XV secolo, mentre lui, Cristoforo da Messisbugo, fu provveditore ducale presso la Corte Estense e nel 1519 fu collaboratore di Alfonso I, con il quale partecipò a diverse missioni diplomatiche e politiche, coprendo diversi incarichi e con Ercole II divenne provveditore, incarico che conservò fino alla morte. Carlo V d’Asburgo lo nominò Conte Palatino il 10 gennaio 1533.
Si sposò con la nobile e ricca ferrarese Agnese, figlia di Giovanni Giocoli, di un’antichissima famiglia di parte guelfa risalente al VI secolo, con un notevole vantaggio per il ducato, che ne teneva sotto controllo l’amministrazione dei poderi. La sua presenza era apprezzata alla corte di Mantova dalla duchessa Isabella d’Este, moglie del Marchese Francesco II Gonzaga, tanto da diventarne il consigliere personale.
Però, il ruolo che lo fa maggiormente ricordare nelle cronache ferraresi è quello di scalco, termine ora andato in disuso, ma molto comune nelle mense nobili ed aristocratiche del Medioevo e del Rinascimento, che si abbinava a colui che aveva l’incarico di tagliare la carne e servirla ai commensali che partecipavano ai pranzi ed alle cene, compito di grande prestigio.
Ma Messisbugo era molto di più, essendo colui che controllava le forniture alimentari, che teneva sotto controllo la gestione della cucina ed i rapporti fra i cuochi, e che era, insomma, la persona di fiducia del proprio datore di lavoro. Come se non bastasse, allo scalco era affidato il compito non solo di far sì che le portate in tavola fossero appetitose e nutrienti, ma pure che le mense fossero ben organizzate, raffinate, ornate, armoniose, e che le vivande fossero presentate in modo artisticamente e sorprendentemente approntate. E, sempre compito suo, era quello di predisporre, in coincidenza di importanti banchetti, spettacoli di elevata qualità, in cui ci fossero musica e danze oppure rappresentazioni teatrali che, negli intervalli fra una portata e la successiva, durante il pranzo o la cena, potessero intrattenere piacevolmente gli ospiti. Insomma, doveva essere un abile organizzatore, che metteva insieme lo spettacolo e la cucina, facendone un connubio piacevole e gustoso nello stesso tempo.
Un banchetto ad alto livello ed in grande stile fu quello approntato il 5 marzo 1508 per la prima della commedia di Ludovico Ariosto “Cassaria”. Mentre un altro banchetto rimasto famoso nelle cronache ferraresi fu quello organizzato nel 1529 per festeggiare il matrimonio fra Ercole II, figlio di Alfonso I e Lucrezia Borgia, e Renata di Francia, figlia del re Luigi XII, sotto l’occhio attento e vigile della duchessa Isabella d’Este e marchesa di Gonzaga, che tutto vedeva e tutto controllava quasi più a Ferrara che a Mantova.
Appassionato com’era della cucina, Cristoforo desiderava che anche altri si associassero alla stessa, aiutandoli a meglio comprenderla, pubblicandone gli aspetti.
Già nel 1522 aveva fatto pubblicare dalla tipografia veneziana di Giovanni della Chiesa la sua opera “Libro novo, nel qual s’insegna à far d’ogni sorte di vivanda secondo la diversità de’ tempi, cosi di carne come di pesci e ‘l modo d’ordinar banchetti, apparecchiar tavole, fornir palazzi, et ornar camere per ogni Prencipe”, che ebbe un grande successo per tutto il secolo in corso.
Nel 1549, un anno dopo la sua scomparsa, la sua passione per la cucina e la dedizione alla stessa è stata resa pubblica nella sua opera “Banchetti, compositioni di vivande et apparecchio generale”, che continuò ad essere pubblicato ancora nei primi anni del XVII secolo. In questo trattato, descrive tutto quanto è necessario per preparare un banchetto di altissimo livello, dall’attrezzatura all’ornamentazione dell’ambiente, dalle ricette alla loro realizzazione; interessante il richiamo per la prima volta nella storia della gastronomia allo storione, pesce un tempo abbondantissimo nel Po, ed alla preparazione del suo caviale: “caviaro per mangiare, fresco, o per salvare”. Un esempio si trova nel suo scritto “Desinare che fece il Conte Federico Quaglia allo Illustrissimo Duca di Chartres, ecc.”; qui è riportato che si erano serviti “di caviaro fresco piatti 6, di sturione fritto, fette 24, con arance, zuccaro e cannella in piatti 6, di sturione pezzi 12 e 12 pezzi di luccio allesso in piatti 6“.
Questo fu più volte ristampato con il titolo “Libro novo nel qual si insegna a far d’ogni sorte di vivanda”.
Praticamente, l’opera, improntata su tre fasi, ricalca tutto quanto c’è di importante in un banchetto: dopo aver descritto nella prima parte la sua organizzazione, parlando degli alimenti e dell’attrezzatura necessaria per trattarli, sotto il titolo “Memoriale per fare un apparecchio generale”, riprende il discorso su undici cene, tre “desinari” ed un “festino”, che si possono proporre, nella seconda, per concludere con la terza riportante un elenco dettagliato di 323 ricette, suddivise fra minestre, brodi, torte, paste, salse, latticini. detto per inciso, i banchetti della Corte Estense erano sempre accompagnati da vini eccellenti.
L’opera è fondamentale per quanto attiene alla gastronomia del Rinascimento, raccogliendone i gusti italiani ed europei.
Molti seguirono le sue orme, fra cui si possono ricordare Domenico Romoli, chiamato Panunto (1560), Bartolomeo Scappi, forse di origine varesotta (1570) e Bartolomeo Scappi, cuoco presso signorie dell’Emilia Romagna, fra cui i Gonzaga di Mantova, un secolo dopo (1662).
Alla sua morte, avvenuta nel 1548, fu tumulato a Ferrara nella chiesa di Sant’Antonio in Polesine, dove è ricordato da una lapide sagomata, forse in marmo di Verona, riportante la data M.D.XXXXVIII.

Autore: Mario Zaniboni – zamar.22blu@libero.it

Michele Zazzi. La classe sacerdotale femminile in Etruria.

L’esistenza di una classe sacerdotale femminile in Etruria è oggetto di dibattito tra gli studiosi: la maggior parte degli autori esclude l’ipotesi, mentre alcuni si esprimono a favore.
Le poche fonti letterarie a nostra disposizione provengono da autori greci e latini e quindi vanno lette con spirito critico.
I reperti archeologici riconducibili alla sfera religiosa femminile etrusca sollevano, nella maggior parte dei casi, dubbi circa l’identificazione delle figure femminili: si tratta di devote, divinità o sacerdotesse?
Alcune fonti sembrano però offrire elementi a favore dell’ipotesi in commento.
A Tanaquilla, nobildonna di Tarquinia e moglie di Lucumone, vengono attribuite competenze divinatorie sia con riferimento all’ascesa al trono di Roma del marito (con il nome di Tarquinio Prisco) che con riguardo a quella del successore Servio Tullio (Livio I, 34,4; I, 39,9; Dionisio di Alicarnasso III, 47,4).
Gli autori antichi in particolare sottolineano come le conoscenze divinatorie nel mondo etrusco appartenessero anche alle donne (dell’aristocrazia) e che venissero tramandate nell’ambito della famiglia di appartenenza.
Lucilio (in Servio, Aen. 10, 184) parla delle prostitute di Pyrgi (“scorta Pyrgensia”), porto di Caere. A questo proposito con riguardo alle diciassette cellette precedute da piccoli altari quadrati individuate sul lato sud del cosiddetto Tempio B (VI secolo a.C.), è stata avanzata l’ipotesi della presenza di un collegio sacerdotale femminile, legato alla prostituzione sacra nel santuario locale dedicato alla dea Uni/Astarte (in questo senso, Colonna). Le cellette corrisponderebbero forse alle camere delle cosiddette ierodule.
Nel cd trono Lippi, rinvenuto nella tomba Lippi 89/1972 (VIII – VII secolo a.C.) di Verucchio, sono rappresentate tra l’altro scene di cerimonie e rituali. Nel registro inferiore della spalliera del trono ligneo sono incise due figure di alto lignaggio, un uomo ed una donna, su due carri a quattro ruote seguiti da cortei. I due cortei procedono (uno da destra, l’altro da sinistra) verso un edificio (santuario?) recintato dove due figure femminili di grandi dimensioni stanno celebrando una sorta di rito (scena centrale). Le due protagoniste recano in mano degli oggetti che sembrano gli stessi: la mano sinistra tiene in orizzontale un oggetto di forma trapezoidale con quattro appendici divergenti di diversa lunghezza; la mano destra impugna orizzontalmente un oggetto con immanicatura bilobata, forse un coltello. L’azione delle due figure femminili è protetta, quasi preclusa alla vista, da un gruppo di guerrieri armati di elmo, scudo di notevoli dimensioni e lancia. Si potrebbe trattare della rappresentazione di un rito svolto da parte di due sacerdotesse in un santuario all’aperto, forse comportante un sacrificio.
Nella tomba delle Bighe di Tarquinia (databile al 490 a.C.) sono dipinte delle tribune lignee su cui sono seduti spettatori, uomini e donne, che assistono ai giochi che si svolgono in onore del defunto. In una delle tribune (quella dipinta nella parete destra della tomba) in prima fila vi è una donna di rango sontuosamente vestita (e velata) con la mano sinistra sollevata verso i giochi. Anche sulla scorta di quanto riferito da Pausania (VI, 20, 8), che riferisce cha la sacerdotessa Demetra Chamina presiedeva ai giochi olimpici, si è ritenuto di poter identificare nella donna una sacerdotessa che aveva la funzione di aprire i giochi.
Sarcofago cd. della “Sacerdotessa” (dal III secolo a.C.), esposto presso il Museo di Barbarano Romano. Proviene da una tomba in località San Simone, presso la Necropoli etrusca di San Giuliano. Sul coperchio è distesa la defunta riccamente abbigliata (mantello e corona sulla testa). Nella mano sinistra tiene un vasetto, forse un alabastron, nella mano destra una patera da cui beve un animale accovacciato, probabilmente un cerbiatto o un cagnolino.
Sarcofago (databile al III secolo a.C.) proveniente dalla tomba del Triclinio di Tarquinia (conservato presso il British Museum). La defunta, distesa supina, porta al collo un torques gallico ed una preziosa collana con cinque bulle. Indossa un lungo mantello ed al suo fianco sono rappresentati un tirso, un kantharos ed un capretto.
L’abbigliamento, gli oggetti e gli animali rappresentati sui coperchi dei due sarcofagi farebbero pensare a sacerdotesse di Fuflns/Bacco.
Su alcune deposizioni femminili di Vulci si ritrova il termine hatrencu: si tratta di dodici casi e ben sei volte l’espressione figura su iscrizioni relative ad altrettanti sarcofagi della tomba delle Iscrizioni (IV secolo a.C.) articolata in sei camere. Nell’ipogeo composto da sei camere erano sepolte diverse famiglie. Le donne scolpite sui coperchi della tomba delle Iscrizioni indossano un alto cappello e i capelli sembrano disposti in modo rituale, con sei ciocche in ciascun lato della testa. Due delle donne iscritte hatrencu non furono sepolte insieme al marito e ai figli, ma accanto ad altre donne appartenenti a famiglie diverse, comunque qualificate con lo stesso titolo, come se il loro legame fosse considerato più rilevante di quello familiare. Secondo una teoria il termine potrebbe riferirsi ad un collegio legato ad un culto femminile dedicato alla fertilità femminile ed al matrimonio (in questo senso Sybille Haynes e Marjatta Nielsen).
Da quanto sopra sembrerebbe quindi che in Etruria le funzioni sacerdotali fossero svolte anche dalle donne dell’aristocrazia, oltre che dagli uomini. Le competenze attribuite alle sacerdotesse potevano riguardare la pratica divinatoria, i culti bacchici e quelli legati alla fertilità femminile. In alcuni casi poteva trattarsi anche di collegi documentati solo in una città (hatrencu a Vulci).

Sulle sacerdotesse etrusche cfr. tra l’altro:
– Ilaria Barison, Corporazioni e collegi Sacerdotali femminili in Etruria e nel Veneto. Un problema aperto, 2013 (Università Ca Foscari Venezia, Corso di Laurea magistrale in Scienze dell’antichità: Letterature, Storia e Archeologia, Anno Accademico 2011/2012, Tesi di laurea di Ilaria Barison, Relatore Chiar Prof Adriano Maggiani);
– Elisabetta Govi, Chiara Pizzirani Testimonianze di collegi in Etruria tra epigrafia e archeologia, 2021;
Guerriero e Sacerdote Autorità e comunità nell’età del ferro a Verucchio. La Tomba del Trono, a cura di Patrizia von Eles, All’Insegna del Giglio, 2002, pagg. 241 e ss.;
Le donne in Etruria a cura di Antonia rallo, L’Erma di Bretschneider, 1989, pagg. 155-156;
– Francesca Pontani, Il sarcofago della “Sacerdotessa” di Barbarano Romano, 26 gennaio 2016 sul sito internet MuseoArcheologicoBarbaranoRomano;
– Sybille Haynes, Storia culturale degli Etruschi, Johan & Levi editore, 2023, pagg. 364 – 365 (sul termine hatrencu).

Di seguito riproduzione della tomba delle Bighe (particolare parete di fondo, tribuna di sinistra) tratta da Le Donne in Etruria, cit., tav LXVII, immagini del sarcofago della “Sacerdotessa” di Barbarano Romano e del trono Lippi, disegno del tempio B e delle cellette di Pjrgi.

Autore: Michele Zazzi – etruscans59@gmail.com

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