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Francesca Pandimiglio. L’iconografia di Sant’Elena in alcune opere inedite a Viterbo.

Nell’immaginario la figura di Sant’Elena Imperatrice è ricordata principalmente come colei che ha ritrovato il Sacrum Lignum a Gerusalemme nei luoghi santi della Passio Christi tra il 326 e il 332 ed è venerata il 18 agosto nel calendario cristiano…

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Autore: Francesca Pandimiglio – pandimigliofrancesca@gmail.com

Ermanno De Paoli Vitali. Alcune lacunose annotazioni scientifiche sulla dissalazione marina del filosofo e naturalista Aristotele suggeriscono considerazioni di attualità.

In questo tempo di crisi climatica globale e locale, gli eventi atmosferici estremi, come uragani e nubifragi, traggono energia dal riscaldamento globale e sono diventati sempre più violenti e frequenti negli ultimi anni, provocando morti e distruzione.
Continuiamo a vivere i fortunali e la siccità, per non dire di frane e roghi, come se fossero incidenti casuali e poco importanti. Nel Palazzo nessuno se ne cura più di tanto e non c’è – incredibilmente – alcun dibattito virtuoso in corso nella politica planetaria. È da ritenere che i primi ad asservare le fasi del ciclo idrologico come un coacervo di processi tra loro indipendenti e che la loro attenzione sia stata esclusivamente attratta da quelli più direttamente interferenti con le loro attività vitali furono in occidente gli antichi greci (1).
In Meteorologia, a cura di Lucio Pepe, apprendiamo quanto segue (2): le osservazioni della circolazione dell’acqua in natura (mare, fiumi, piogge), furono avviate da Talete di Mileto (624 – 545 a.C.). Anassagora (500-497 a.C.) affermava che la salinità del mare è prodotta dall’acqua dei fiumi che, filtrando attraverso la terra, ne raccoglie le sostanze saline trascinandole a mare. Aristotele (A.), filoso naturalista (384-322 a.C.) sostiene che l’esalazione umida (vapori di acqua dolce) per il riscaldamento del mare, è alla base del meccanismo di formazione delle nubi, quindi della pioggia, della neve, e delle sorgenti dei fiumi. Per lo Stagirita la salinità del mare è prodotta dall’acqua piovana che trascina con sé nel mare le parti salate contenute in quella specie di fumo (kapnos) che è l’esalazione secca, quando si leva da terra, rigettando in blocco le ipotesi (corrette) di Anassagora.
La possibilità di dissalare l’acqua di mare fu oggetto di sperimentazione nell’antica Grecia a partire da Democrito (460 – 370 a.C), primo fisico atomico antico a descrivere le particelle del sale: “grandi e angolose”, quindi setacciabili da filtri terrosi per ottenere acqua dolce. La questione è posta anche dal filosofo naturalista Plinio il vecchio (23 – 79 d.C.) e anche da Emanuele Kant (1724 – 1804) che menziona un effetto di filtraggio simile. Claudius Aelianus filosofo (175 – 235 d. C.) scrive (3): “Sostiene Aristotele, e Democrito prima di lui, e Teofrasto in terzo luogo, che i pesci non si nutrono di acqua salata, bensì dell’acqua dolce che si trova nel mare”. Per A. nel mare si
distribuiscono stratificazioni fluide di differenti salinità e di differenti temperature con cinetiche di ascensioni e sprofondamenti (4).
Il moto degli strati e l’impatto con elementi terrosi possono produrre acqua dolce. Prosegue A.: “Che, dunque, la salinità risulta da una mescolanza è chiaro non solo da quanto si è detto, ma è anche confermato da ciò: se, dopo averlo foggiato, si pone un vaso di cera nel mare [per lo sperimentatore la cera è composta da acqua in prevalenza e da elementi terrosi], avendo chiusa l’apertura in modo da non far penetrare acqua di mare, si constaterà che ciò che è
entrato attraverso le pareti di cera è acqua potabile, perché la parte terrosa, che mescolata produce il sapore salato, viene separata come da un filtro”.
Questo esperimento è descritto nelle Opere biologiche di Aristotele, in Metereologica e nell’Historia animalium. In realtà, la cera possiede intrinseche caratteristiche di idrorepellenza e di impermeabilità che vanificano i risultati descritti.
Numerosi interpreti, soprattutto filologi, hanno sostituito kérinon (cera) con keràminon (argilla) e riportano che anche A. aveva annotato una positiva esperienza valendosi di un recipiente di ceramica grezza non verniciata (5). Purtroppo, la ceramica grezza non è selettiva del solvente (acqua dolce), è permeabile anche ai soluti (sali) e il vaso conterrà acqua salmastra. Per quanto concerne l’accezione: “si pone” il vaso (di cera o di argilla) nel mare [Ө da tiӨmi (cfr. nota 2)], soltanto in un passaggio A. annota che il vaso vuoto, legato alla corda, galleggia, poi riempitosi affonda e viene recuperato, pieno di acqua potabile (6). Le condizioni sperimentali mutano radicalmente se, come in un altro suo passaggio (Historia animalium (7)), il predicato verbale [kaӨei da kaӨimi viene sciolto con “affondare” il vaso vuoto alla guisa di uno scandaglio o di un’ancora o di una rete da pesca, rispettivamente (8) La calata del recipiente ad almeno 300 m di profondità espone la parete del medesimo a una pressione idrostatica di ca 30 atm., superiore alla pressione osmotica dell’acqua marina, condizione favorevole al flusso di solvente in assenza di soluto (acqua dolce) dall’acqua salmastra al recipiente vuoto. Il fenomeno prende il nome di: dissalazione marina per osmosi inversa o ultrafiltrazione (9). Per il fenomeno è necessario che la parete del recipiente debba essere formata da materiali semipermeabili come il cellophan, il polisulfone, la poliamide, non disponibili in epoca aristotelica. Si sarebbe potuto usare resina d’albero, pece greca da calafataggio (colofonia), pelle di animali, materiali, tutti, mai citati negli scritti in merito. La cera e la ceramica gezza mantengono le loro peculiari caratteristiche, rispettivamente, di impermeabilità e di porosità (permeabilità indiscriminata per solvente e soluti) anche se immerse in alti fondali marini.
Due ricercatori, Andreas Roses e Alfred Stückelberger, negli 90 del XX secolo, riprodussero la condizione della immersione marina di un recipiente di argilla grezza rivestito di cera, posto in una camera iperbarica a ca 30 atm. I risultati definiti promettenti non ebbero seguito (10).
Aristotele descrive l’esperimento di potabilizzazione dell’acqua salmastra con uno stile narrativo piuttosto che di relazione scientifica (ipotesi, verifica, raccolta dati, elaborazione dei risultati, pubblicazione, come si procede nella scienza moderna di Galileo).
Non possiamo che eccepire la significativa lacunosità delle osservazioni, al limite della non veridicità.
Il problema del nutrimento dei pesci diventa marginale rispetto all’impianto speculativo della circolazione dell’acqua in natura e dell’origine della salinità del mare. L’assioma che i pesci si alimentano di acqua dolce e che dunque nel mare deve esserci acqua dolce non trovò alcuna evidenza sperimentale.
Quale conclusione trarre dalle annotazioni di Aristotele. Forse quella di sollecitare la società presente ad uscire dalla miopia di interessi politici ed economici non meno che di forzature scientifiche nel valutare il peso antropico nella crisi climatica con approcci virtuosi e lungimiranti per la salvaguardia della nostra salute corollario di quella del nostro suolo.

Autore: Ermanno De Paoli Vitali – ermannodepaolivitali@libero.it

1 Franco Ravelli, Il ciclo idrologico naturale nel pensiero dei classici fino agli albori della moderna idrologia, Rivista di Storia dell’Agricoltura – a. XL, n. 1, giugno 2000, p. 3-32.
2 Aristotele, Meteorologia, a cura di Lucio Pepe, Bompiani Testi A Fronte, Giunti Editore, 2022, p.V, p. X, p.XI, p. XVII, cfr. nota 4, 359a, 15-25, p. 83.
3 Aeliani, De Natura Animalium, LIB IX, LXIV, PARISIIS, Editore Ambrosio Firmin Didot. 1858, pp. 166-
167. Enpedocle, Frammenti e testimonianze, a cura di Anelo Tonelli, Bompiani testi a fronte, 2002, pp. 216-218.
4 Maria Fernanda Ferrini, a cura di, Aristotele Problemi, Introduzione, traduzione, note e apparati, Milano, Bompiani, 2002 (Collana Testi a fronte, n. 62), sezione XXIII, l’acqua salata e il mare, 19-22, p. 351.
5 James Riddick Partington, A History of Chemistry, 4 voll., London 1964-1970, vol 1, pp. 108-109
6 Ibidem, p. 109.
7 Aristotele, Historia animalium, VIII 2 590a 24.
8 Le Monnier, dizionario illustrato greco italiano, Le Monnier, Firenze, 1975, p. 634, ad vocem), Lorenzo Rocci, Vocabolario greco italiano, Dante Alighieri, 1987, p. 944, ad vocem), Franco Montanari, vocabolario della lingua greca, Loescher, 1995, p.972, ad vocem.
9 Il fenomeno della pressione osmotica fu scoperto nel 1748 dal fisico francese J. A. Nollet, nel 1877 W. Pfeffer effettuò le prime misurazioni della pressione osmotica. Il primo dissalatore marino fu costruito a Los Angeles nel 1950.
10 Andreas Roses, Meerwasserentsalzung Nach Aristoteles(?) Ein Zwischenbericht, Hermes. Zeitschrift für klassische Philologie, 1994, 122. Bd., H. 3, pp. 300-308; Alfred Stückelberger, Meerwasserentsalzung Nach Aristoteles (?). Ein Nachtrag, Hermes, Published By: Franz Steiner Verlag, 1996, 124. Bd., H. 3, pp. 378-380.

Pier Luigi Guiducci. Shoah a Fiume. Giovanni Palatucci, “Giusto tra le Nazioni”.

Ricerca storica. Testimoni. Documenti trovati. Evidenze.
Nei passi che compie dimostra in modo evidente una spontaneità di comportamento che non verrà sempre apprezzata dai suoi interlocutori. Egli sceglie di far parte del Corpo degli Agenti della Pubblica Sicurezza per poter svolgere un servizio pubblico a favore di ogni persona, contrastando i reati del tempo.
La sua chiarezza di pensiero fu però motivo di un trasferimento. Da Genova (assegnato nel 1936) fu inviato a una sede più decentrata: Fiume (1937).
Aveva, infatti, espresso a un giornalista dei rilievi sui metodi del Corpo (troppo “burocratici”).

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Autore: Pier Luigi Guiducci – plguiducci@yahoo.i

Info:
EDICatt, Milano 2024

Sandrino Luigi Marra. Un Antico rituale del fuoco nella Media Valle del Volturno.

Nella Media Valle del Volturno, alla frazione Calvisi del comune di Gioia Sannitica si conserva la tradizione natalizia legata al fuoco. Nella memoria orale il rito si perde nella notte dei tempi, nel passaggio della tradizione orale è come se esistesse da sempre in una sorte di normalità del rito stesso. Qualche informazione più dettagliata si riporta rispetto al XIX° secolo quando i membri della famiglia Fiondella, che erano dei grandi proprietari terrieri del luogo partecipando alla serata usavano lanciare nel fuoco delle monete.
Nel ricordo popolare fino ad alcuni decenni orsono, gli anziani del paese riunitisi intorno al grande falò, ne osservavano le fiamme ed il comportamento di queste, analizzando la vivacità delle fiamme stesse, le scintille che si sviluppavano e da tale osservazione erano in grado di dire se l’annata agricola, in particolare per i cereali (grano ed orzo) sarebbe stata più o meno proficua.
Secondo la tradizione la preparazione della “catasta” di legname avveniva durante l’intera giornata del 24 Dicembre in due diverse modalità: una con la raccolta ed il taglio di legna in montagna prediligendo in particolare legno di faggio e quercia tipico dei luoghi, realizzato dai giovani con l’ausilio di adulti.
Una seconda modalità con l’offerta libera di legna da parte delle famiglie del paese raccolta dagli adolescenti, in questo caso la tipologia del legname era molto variegata, andando dalle fascine di ulivo e carpino, al legno di olmo, al quercino. Tale materiale minuto serviva così da comburente per la catasta, la quale cresceva di diversi metri in altezza e diametro nell’arco della giornata e che veniva gestito e strutturato dagli uomini più anziani spesso sotto la supervisione delle donne.
In tarda serata si dava fuoco alla grande catasta in concomitanza della messa di mezzanotte, in tal modo al termine della funzione la popolazione la trovava incendiata, e poteva così giudicare positivamente o negativamente la bellezza stessa “dell’opera”. Ci si riuniva così intorno alla luce ed al calore del fuoco durante tutta la notte di Natale, consumando vino, pane tostato alla fiamma e salsiccia di maiale (di carne e fegato), formaggio di pecora, capra e vaccino sia fresco che stagionato, tutti questi, elementi della tradizione alimentare agropastorale dei luoghi.
Ma il fuoco per la mole stessa della catasta ardeva per diversi giorni e la popolazione cercava di ravvivarlo se necessario fino alla vigilia del nuovo anno, quando in una forma ridotta si ripeteva la ritualità del ritrovarsi durante la notte.
Come accennato l’origine della tradizione del fuoco che infiamma e illumina la vigilia di Natale si perde nella notte dei tempi, rifacendosi al calore ed alla luce che accompagnavano i pastori durante le soste notturne della transumanza, ma soprattutto ad un rituale ancestrale del legame dell’uomo con il fuoco ritenuto fonte primaria di vita, elemento fecondatore e purificatore della natura, ed al rito del solstizio d’inverno tipico delle popolazioni Sannite. Ed è in particolare dal solstizio d’inverno (il 21 Dicembre) il giorno più breve dell’anno dopo il quale le giornate iniziano ad allungarsi, che il rito ha origini e di seguito acquisito per sincretismo dal Cristianesimo divenendo il fuoco che riscalda la nascita di Cristo, la nuova luce il nuovo calore per l’umanità.
L’antichità del rito e dei suoi rituali a Calvisi è dettato dall’antichità stessa del paese; la storiografia romana cita la Pentra Callifae che per assonanza è associata a Calvisi, quale città conquistata dai romani nel 326 a. C. nella prima incursione nel territorio della Media Valle del Volturno. A tal proposito Tito Livio, nel IV° secolo a.C. scriveva: “… tria oppida in potestatem venerunt, Allifae, Callifae, Rufrium, aliusque ager primo aduentu consulum longelate que est peruastatus …”
Senza prolungarci troppo sulla parte storica si può affermare con certezza che popolazioni abitarono questo luogo in epoca Sannita e con l’arrivo dei romani la località continuò ad essere abitata; ne sono testimonianza le tombe ritrovate in zona San Mandato (Necropoli di San Mandato) ed i relativi corredi ceramici, purtroppo in cocci frutto di un salvataggio del 2004 che includono materiali vari a vernice nero-marrone più spesso opaca che lucente, privi di decorazione e cronologicamente databili dalla metà o dalla fine del IV° ai primi decenni del III° sec. a. C. di produzione locale per la tipologia di argilla usata.
L’antichità dunque dell’abitabilità dei luoghi fa presupporre che il rito del fuoco possa risalire al periodo Sannita e si è conservato attraverso il sincretismo religioso fino ad oggi. L’uso degli elementi alimentari, in particolare i formaggi di ovini e caprini che sono alla base dell’elemento della transumanza, ricordando inoltre che proprio durante la transumanza i pastori la sera, alla luce del fuoco e con l’ausilio di questo lavoravano il latte delle mungiture creando formaggio.
Nella realtà “Sannita” della Media Valle del Volturno è solo il “villaggio” di Calvisi a conservare tale uso e rito, mentre è maggiormente presente nell’area dell’Alto Volturno e dell’Alto Molise (catena appenninica delle Mainarde) in particolare con la città di Agnone che conserva il più importante e grande rito del fuoco al mondo la “ndocciata di Agnone” dove l’uso delle torce di legno si accomuna o meglio parte proprio dai fuochi rituali del solstizio d’inverno di Sannita memoria.
Resta oggi per la piccola località l’ammirevole volontà di conservazione del rituale nella sua ancestrale forma e usi intorno al fuoco stesso, in considerazione del triste fenomeno dell’abbandono, purtroppo, del paese ma di tutta la realtà delle aree montane della zona e della regione Campania (e non solo).

Autore:
Sandrino Luigi Marra – sandrinoluigi.marra@unipr.it