Uno degli approcci che occorre avere trattando simboli che abbracciano più civiltà e culture, come quello del corno, è quello di ritenere plausibile l’esistenza di un codice originario comune alle religioni e, soprattutto, che fra i miti antichi e l’avvento del cristianesimo non ci sia un conflitto ma una continuità.
Nelle precedenti ricerche questo si era riscontrato, in Colchide, una continuità fra l’antico mito del Vello d’oro e le prime comunità cristiane della chiesa ortodossa georgiana e, recentemente in Anatolia, al confine con la Siria, nelle devastate zone della guerra sulle tracce dell’originaria acqua della Genesi. L’acqua della vita potrebbe essere identificata con l’acqua che i locali venerano e usano per curare i malati alla periferia della città di Şanlıurfa (l’antica Edessa) in un pozzo miracoloso che si crede sia quello dove è stato seppellito per sette anni il biblico Giobbe.
Il mito non inventa ma parte sempre da un qualche cosa di autentico che affonda le sue radici nei popoli, così ci siamo recati in Grecia nei luoghi in cui si sono svolte le vicende mitologiche del Mito della Cornucopia, il leggendario corno dell’abbondanza che Eracle ottiene nella lotta con il Dio fluviale Acheloo…
San Michele Arcangelo, Archistratigos delle milizie celesti, custode del sacro bema, aveva un ruolo di rilievo nella liturgia e nella iconografia bizantine.
Anche presso i Longobardi l’Arcangelo ebbe subito un enorme seguito per alcune sue caratteristiche che condivideva con Godan/Wotan/Odino: l’essere guerriero, la capacità di dominare gli elementi e lo stretto legame col mondo dei defunti, essendo anch’egli psicopompo (ha inoltre come attributo la psicostasìa, ossia la facoltà di pesare le anime dei trapassati).
Nell’VIII secolo il culto per l’Arcangelo e la fama della sacra montagna del Gargano crescono e si espandono per l’intera Europa grazie al forte impulso da parte dei sovrani longobardi, primo fra tutti Grimoaldo, proclamatosi il protetto ed il difensore dell’Arcangelo, il quale così divenne il protettore ed il santo della nazione longobarda.
Massafra, San Michele arcangelo in San Simeone a Famosa
La devozione all’Arcangelo continuò e si intensificò col figlio Romualdo e la duchessa Teoderada. Anche in Terra d’Otranto ed in Terra di Bari il culto per l’Arcangelo Michele si diffuse a partire dall’VIII-IX secolo.
Innumerevoli sono le chiese, rupestri e sub divo, dedicate all’Arcangelo. Chiese in grotta sono a Matera, a Triglie presso Statte, a Calsalrotto presso Mottola, a Santeramo, a Gravina ed a Massafra.
Qui, pur se sancito formalmente nel XVIII sec., il culto per San Michele risale al pieno Medioevo quando il Castello Massafra ospitava gli uffici del Gastaldo di Taranto, ove viveva una Comunità di diritto, usi e costumi longobardi, tramandati sino al 1800. Ivi il culto per l’Arcangelo Michele è testimoniato da alcuni documenti, da toponimi e da diversi monumenti. Cominciamo col dire che l’Angelo per eccellenza è l’Arcangelo Michele sicchè, quando troviamo un pittaggio, una contrada o una chiesa rupestre chiamata ‘Sant’Angelo’, siamo certi che fossero dedicati all’Arcangelo Michele.
Circa i pittagi, un documento del 1 ottobre 1641 ci informa che «il pittaggio di Sant’Angelo confinava con una casa di proprietà del Monastero di S. Maria della Giustizia di Taranto, prope castrum di detta Terra di Massafra». Tale pittagio prendeva nome dalla chiesa di S. Angelo intra moenia, da non confondere con quella in contrada Torella. Detta chiesa già esistente nel Medioevo è citata nelle Rationes decimarum del 1324, tra le chiese e benefici (ecclesiae et beneficia) che pagavano la decima alla Camera Apostolica, ove era tassata per sette tarì. Si tratta ovviamente, al pari delle altre, di una chiesa privata (ecclesia dominicalis o titulus minor) in quanto all’epoca non c’era ancora un ente ecclesiastico assimilabile ad una parrocchia. In seguito, la ritroviamo tra le chiese unite, incorporate ed annesse al patrimonio della mensa capitolare con bolla del papa Gregorio XIII del 15 marzo 1582. Infine viene citata nelle Visite pastorali dei vescovi di Mottola, in quelle del 1606 (mons. Russo) e del 1649 (mons. Aquino). Rimane incerta la sua esatta ubicazione in quanto col tempo essa rimase abbandonata, non più officiata e quindi distrutta.
Massafra, particolare dell’affresco in Sant’Angelo a Torella
Ma all’Arcangelo Michele è dedicata anche una delle più estese contrade extraurbane di Massafra. La contrada Sant’Angelo (Sànt’Àngele), nota anche come Serra di Sant’Angelo, costeggia per un lungo tratto la Gravina Madonna della Scala ed è limitata ad ovest da quella di Colombato. Vi si rinvengono, oltre al complesso della chiesa rupestre di Sant’Angelo a Torella (di cui si dirà oltre), la Grotta delle Navi, quella del Miele, la Masseria S. Angelo costituita da due corpi separati. Oltre alla chiesa di S. Angelo all’interno dell’abitato, abbiamo altri due luoghi di culto dedicati a San Michele.
A nord della masseria Varcaturo esiste la grotta carsica di San Michele, citata quale cappella nel Catasto Onciario 1749 tra i beni feudali del marchese Michele Imperiali. Nel 1974 fu oggetto di indagine archeologica da parte dell’Archeogruppo di Massafra.
Sant’Angelo a Torella è un complesso monastico ipogeico con vari ambienti disposti sui lati di un vasto cortile centrale che ospitavano le celle, i servizi e, naturalmente, la chiesa. È datato al XI sec. ed è scavato con la tecnica delle case grotte in vicinanza del centro storico di Massafra. La chiesa presentava ingresso ed abside affiancati, separati da un pilastro prima che la costruzione di un muro, avvenuta nel XV secolo, li separasse. In una nicchia di fronte all’ingresso si conserva l’affresco dell’Arcangelo Michele, datato al XII secolo, una prova dell’antichità del culto per il nostro Patrono.
Non è l’unica rappresentazione dell’Arcangelo nel nostro territorio. Infatti nella chiesa rupestre di San Simeone in contrada Famosa si conserva un altro magnifico affresco dell’Arcangelo Michele a figura intera, in abiti militari di Archistratigos delle milizie celesti. Nel Medioevo l’Arcangelo assunse un complesso di attributi, alcune pagane, altre cristiane, riflesse nell’iconografia. La principale è di guardiano armato del sacro bema nelle chiese contro i demòni nonché di difensore dei deboli.
In occidente è rappresentato con la lancia, e talvolta anche con la spada in una mano, e con un globo nell’altra, come è raffigurato non solo a San Simeone a Famosa ed a S. Angelo a Torella a Massafra ma anche nella cripta di San Nicola e in quella di Santa Margherita a Mottola.
Il culto per San Michele era legato in antico anche alla pastorizia, alla transumanza ed alla locazione dei terreni pascolativi.
Non solo a Massafra, ma anche nell’intero territorio pugliese, due sono le feste del Santo: il 29 settembre e l’8 maggio.
Si usava dire che le locazioni per l’erbaggio duravano da un Sant’Angelo all’altro, nel senso che le greggi entravano nei pascoli il 29 settembre, festa di San Michele Arcangelo, e ne uscivano l’8 maggio, festa dell’apparizione dell’Arcangelo Michele sul Gargano.
Durante una serie di scavi tenutasi attorno al 1930 o poco più tardi nella località Kuyut Rabbou’a, non lontano da Baghdad, in Iraq, in una tomba furono trovati molti reperti, fra i quali faceva bella mostra di sé un oggetto, databile fra il III secolo a.C. e il III secolo d.C., che il definirlo strano forse è riducente.
Esso consiste in un contenitore di terracotta simile ad una giara, contenente un cilindro di rame, lungo circa 13 centimetri, ottenuto dall’arrotolamento di una sottile lamina, che conteneva al suo interno una barretta di ferro, mantenuta isolata dal cilindro mediante un tappo di asfalto.
Poiché il cilindro non era a tenuta stagna, un liquido costituito, forse, da succo d’uva o di limone oppure di aceto, poteva liberamente entrarvi ed entrare in contatto col ferro. Siccome le parti interne sono abbondantemente corrose, si ritiene che probabilmente si trattasse di un elettrolite.
Inizialmente, nessuno dimostrò un particolare interessamento a questo ritrovamento; solamente nel 1938, l’oggetto fu esaminato attentamente da Wilhelm König (tedesco, austriaco o australiano?) che lo notò nelle raccolte del Museo Nazionale Iracheno, ente per il quale lavorava; era un archeologo dilettante oppure si trattava di un tecnico, un ingegnere? Egli, comunque, giunse ad un’importante conclusione: secondo il suo parere, il ritrovato poteva essere una cella galvanica o voltaica, cioè una cella elettrochimica avente la capacità di trasformare l’energia chimica in elettrica; e, sempre secondo lui, era il mezzo per placcare in oro gli oggetti in argento. Tale ipotesi fu resa pubblica nel 1940 a Berlino, dove egli ritornò. Ma ciò che frena questa idea è l’esiguità della potenza dell’energia elettrica prodotta, che ne limitava l’uso.
Continuando a seguire il ragionamento di König, indicativamente si ha la datazione della sua costruzione: l’oggetto fu realizzato durante il governo dei Parti in Persia e, considerando che fu trovato in un sito archeologico che si riferisce al periodo fra il 250 a.C. e il 224 d.C., quello fornisce la sua età.
Il dottor St. John Simpson, appartenente al dipartimento del Museo Britannico del Vicino Oriente, ritiene invece che il reperto sia più recente, sia perché non si è identificato con troppa attenzione il sito di ritrovamento ed il suo contesto, sia perché lo stile della terracotta corrisponde a quello sasanide, che è il successivo periodo e che va dal 224 al 640 d.C.
Il ferro ed il rame costituiscono una coppia elettrochimica, tanto che, se entrano in contatto con un elettrolita, si evidenzia una differenza di potenziale che può essere misurato in volt. Ed è proprio stato il ritrovamento di oggetti in argento ricoperti da un velo d’oro, che ha indotto König a farlo giungere a quel ragionamento. Infatti, lui pubblicò un libretto in cui espresse la sua idea che il manufatto fosse una cella galvanica che serviva per placcare oggetti d’oro.
Nell’ultimo dopoguerra, Willard F.M. Gray, che si appassionò al problema, ne costruì una copia e fu in grado di dimostrare che, usando il succo d’uva, si produceva corrente elettrica; e non solo, perché con benzochinone (sostanza prodotta da alcuni coleotteri e artropodi) e aceto, il potenziale aumentava.
Alla fine del ‘900, Arne Eggebrecht, un egittologo, ne costruì una riproduzione utilizzando succo d’uva, ottenendo 0,5 volt di elettricità; poco, se si vuole, ma sufficiente per placcare una statuetta.
Ne fece una anche l’italiano Roberto Volterri, che usò limone; egli era del parere che mettendone insieme una certa serie si potesse ottenere un buon risultato.
Comunque, non tutti concordarono sulla possibilità di placcare d’oro gli oggetti d’argento, mentre altri formularono altre ipotesi, che non ebbero i riscontri attendibili al cento per cento.
E poi, a parte il fatto che certi elementi indispensabili mancavano, per cui il dubbio che fosse una cella galvanica resta integro, qualora fosse stata prodotta energia elettrica, a cosa sarebbe servita, se non esistevano dispositivi da far funzionare?
Pertanto, sembra che la conclusione più logica sia che la Batteria di Bagdad fosse utilizzata solamente per riti o altra funzione similare, anche perché essendoci una corrente elettrica, bassa finché si vuole, serviva tuttavia da far riconoscere ai fedeli la presenza di una divinità.
Le mura poligonali, dette di Monte Cierro (m. 461), si trovano in territorio comunale di Sant’Elia Fiumerapido a circa 4 chilometri a nord-ovest del paese, sulle propaggini di Monte Cifalco (m. 947).
Si stagliano possenti e massicce sui colli alla sinistra del Santuario di Casalucense sviluppandosi per circa 120 metri di perimetro oblungo seguendo le curve dell’altura di Costalunga (m. 348) prospicienti la vallata della frazione Olivella e del Rio Secco. Dovrebbe trattarsi di un’antica fortificazione sannita, di I° e II° maniera, a guardia del valico e con funzioni di avvistamento e di controllo della valle del fiume Rapido.
Stiamo parlando del IV – III sec. a.C., con molta probabilità in epoca della 3° guerra sannitica. Gli enormi massi che compongono le muraglie son ben sovrapposti e ben accostati l’uno all’altro senza la benchè minima ombra di un qualche legante cementizio di sorta.
Il percorso sud-est delle mura è in parte rovinato ma i massi che le componevano sono ancora lì attorno. Sul lato ovest la muraglia è ancora completamente intatta. Un altro tratto, sul versante est del colle, è ben conservato ed ha un’altezza di circa cinque metri. Sotto il ciglio dell’attuale rotabile per Pratolungo, un altro spezzone di mura di II° maniera, lungo circa dieci metri ed alto fino a cinque, lascia supporre che fosse collegato alla cinta est. Verrso sud, nascosti dalla fitta boscaglia, ulteriori tratti di muraglia proseguono obliquamente e per oltre quattrocento metri verso il basso fino a circa 200 metri retrostanti il Santuario di Casalucense (m. 198). Da qui volta ad angolo andando a risalire, attraverso difese rocciose naturali, verso quota 476 di altitudine di Campopiano di Valleluce.
Circa 350 metri a monte del Santuario si nota, infossato nell’argine sinistro del torrente Prepoie, un grande monolito a forma cilindrica e con al centro del piano calpestabile un ampio cerchio scolpito nella pietra. Un’ara pagana sannitica? Qualcosa, intanto, mi era sempre apparso non ancora ben definito.
Dopo anni di perlustrazioni del territorio sottostante Costalunga, sono giunto molto recentemente a mettere meglio a fuoco un percorso di mura che risale sulla parte opposta, al di là del Rio Secco, che da sempre attirava la mia curiosità. Alla fine é risultato essere il prosieguo delle mura di Costalunga che scendono fin giù alla gola del Monte Cifalco per poi risalire, per oltre 300 metri, sui costoni di Colle Casale.
Quella lunga catena muraria, sostenuta da un retrostante terrapieno, mi è parsa essere un vero e proprio limes sannita e cioè una precisa linea di confine a formare una ben munita fortificazione difensiva lineare a discendere ed a salire fra le colline a guardia del passo costeggiante il Rio. Ricostruendo, fra tratti murari ancora intatti e tratti crollati o distrutti, in zona Olivella, da insediamenti abitativi o da vie di comunicazione (via provinciale Sferracavalli, via regionale Forca d’Acero e sperstrada Sora-Cassino), le possenti mura dette di Costalunga o di Monte Cierro, non evidenziano un disegno perimetrale chiuso bensì appaiono essere una lunga muraglia a segmenti lineari in opera poligonale ed a conformazione aperta.
Una linea di difesa, dunque, di circa due chilometri di lunghezza totale, da ovest a nord-est e quindi a sud, rivolta verso la pianura di Cassinum ed a guardia ed a difesa del retrostante territorio dell’Atina potens di virgiliana memoria.
Seguendo e ristudiando le ipotesi dell’archeologo abruzzese Carmine Mancini e dello storico inglese Edgar T. Salmon, la supposta città sannita di Amiternum, distrutta dal Console romano Spurio Carvilio nel 293 a.C., nel corso della terza guerra sannitica, doveva essere lì adagiata fra Costalunga e Campopiano.