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Michele Santulli. 450 anni, la notte di San Bartolomeo.

Era la notte tra il 23 al 24 agosto del 1572 a Parigi in occasione del matrimonio di Enrico di Navarra futuro re Enrico IV, con la figlia di Caterina dei Medici, madre del re di Francia: verso le 3 di notte, chiuse le porte della città, un manipolo di cattolici assali e ammazzò nel sonno una quantità di protestanti venuti per essere presenti alle nozze del loro capo Enrico…

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Autore: Michele Santulli – michele@santulli.eu

Michele Santulli. Un cane, a Conversano.

Poco più di un mese fa, in una città della Cina si è celebrato, come ogni anno, da sempre, la sagra del cane e anche del gatto: letteralmente migliaia di queste sfortunate creature vengono cacciate in tutta la regione, orribilmente maciullate e poi avidamente divorate dalla gente!
Adesso a metà agosto è la data di una analoga feroce persecuzione contro i cani e questa volta, a Roma antica, per secoli, in occasione della cosiddetta ‘canicola’ cioè il quindici di agosto, giornata particolarmente torrida, imputabile ad una costellazione chiamata appunto ‘cane maggiore’ che, si riteneva, potesse favorire ‘la rabbia’ a causa del caldo: in quel giorno a Roma, giorno della canicola, sadismo o bieca ferocia, era una caccia spietata ai cani della città, ammazzati a bastonate e poi ammucchiati: si cerchi di immaginare le urla e i guaiti terribili dei poveri cani nella ‘Città Eterna’. Chi ne ammazzava di più, riceveva un premio!
Invece certi popoli per secoli in un certo giorno dell’anno catturavano i gatti nei sacchi e poi li buttavano sul fuoco a bruciare, anche ora alla luce di stolte credenze e superstizioni. Chiedo venia per ricordare tali eccidi, ma è bene conoscere.
E’ avvenuto che l’uomo, non soddisfatto pienamente di aver trascorso e di continuare a trascorrere, la propria vicenda esistenziale nel sangue e nelle guerre e nelle persecuzioni ovunque nel mondo, seminando dolori e distruzioni, in certi momenti dell’anno si è inventato ulteriori ragioni per esercitare la propria empietà ed efferatezza: non più avverso dunque i propri simili ma, nulla di più facile, contro l’innocuo animale a portata di mano. Ma ci arrestiamo, gli esempi sono infiniti, fino ad oggi e sarebbe solo una sequenza di orrori.
Abbiamo detto “sfortunate creature” perché il cane, ancora non se ne è capito il profondo significato e valore. Tutti conosciamo la lunga serie di prestazioni e di servizi che rende alla comunità, oggi più che mai, servizi che spesso nemmeno l’uomo è in condizione di offrire. Eppure il cuore si contrae e lo scoramento ti prende alla costatazione che, per esempio, ci sono tanti miserabili e delinquenti che in estate, ma non solo in estate, abbandonano il proprio cane in mezzo alla strada, magari legato alla barriera autostradale e non si può non tornare col pensiero al Dio della Bibbia che inflessibile e spietato infliggeva severissime punizioni ai contravventori delle regole della convivenza! Non dico la lapidazione biblica, ma certamente una solenne sanzione andrebbe prevista, e applicata, a tali squallidi personaggi che abbrutiscono la esistenza civile con la loro presenza.
Il cane invece, non vi è creatura umana che nutra devozione e ami così tanto il suo padrone, fino alla morte: questo disinteressato amore, in cambio di un tozzo di pane, senza nulla chiedere, sempre pronto a dare tutto se stesso.
Ed eco il punto: il bipede abituato e cresciuto a contatto diretto o indiretto, avvertito o non avvertito, con gli aspetti non di rado anche più depravati dell’esistenza, non è assolutamente in grado di capire l’amore vero e disinteressato e totale che gli si offre senza nulla chiedere ed avviene, nemesi mostruosa della esistenza umana, che l’oggetto che maggiormente viene fatto soffrire per violenze e del genere è proprio il cane!
Le eccezioni, per fortuna ci sono sempre, confermano la truce regola. Se si va in google e pulsa ‘Conversano, bari, cane’ credo che ancora venga illustrata una vicenda recente che veramente dovrebbe atterrire tutti quelli che la leggono: il solito imbecille in auto che, eroe, non rispetta i limiti e quindi all’occorrenza non può o non vuol frenare, ha investito e ammazzato un cagnolino e proseguito. La bestiola assieme ad un altro cane, Nerino, pare che fossero cani di quartiere a Conversano, quindi entrambi ogni ora del giorno assieme, vicino alla gente. L’immagine che si offre nel sito e che qui riproduciamo, è sconvolgente, non conosco altro termine, lo trovi il lettore: Nerino che abbraccia l’amico morto e cerca di ravvivarlo, con le proprie carezze e baci!

Autore: Michele Santulli – michele@santulli.eu

Michele Santulli. LA LEGGE E UGUALE PER TUTTI, ECCETTO…

E’ proprio così, la scritta cubitale si legge vistosamente in ogni aula di tribunale: si direbbe una professione di fede, una confessione, soprattutto una garanzia. Pertanto….
Tutti ricordiamo quel celebre uomo politico così abile da farsi mantenere tutta la vita dagli italiani e così abile da non lasciare una traccia gratificante visibile del proprio operato a vantaggio della comunità, zero e nulla; viene ricordato per la sua capacità di restare sempre a galla, di non agire mai controvento, di essere presente a battesimi, matrimoni e feste! Famose le sue parole: la legge si applica per tutti e si interpreta per gli amici! E avviene perciò, mettendo da parte il politico di cui sopra, che la famosa scritta LA LEGGE E’UGUALE PER TUTTI vada completata quanto meno con la dicitura: eccetto per gli avvocati!
Infatti, parrebbe, una legge scritta vigente, fatta dunque di commi e sottocommi, preveda che gli avvocati, di sicuro quando si tratta dei loro soldi, hanno diritto a non soggiacere alla Legge, a differenza di tutti i comuni cittadini, quindi ignorare le sentenze del giudice! Questa è la Giustizia di cui alla Costituzione o invece un primitivo medievale privilegio ad personam?
Oltre tremila anni fa in Grecia si leggeva: Qui ad Atene…. ci è stato insegnato ….a rispettare le leggi, anche quelle leggi non scritte, la cui sanzione risiede soltanto nell’universale sentimento di ciò che è giusto e di buon senso. Perciò la sentenza del giudice che vale per tutti salvo che per l’avvocato è una mostruosità etica, una discriminazione sociale gigantesca, a riprova dello stato comatoso, terminale, dell’Italia, che ancora oggi rende possibile e attuale tale nequizia e tale devastazione della democrazia, in analogia alle centinaia e centinaia di altre ‘leggi’ anche esse pari a privilegi e benefici riservati ad altre categorie che ancora oggi inquinano la vita comune, a danno enorme della comunità, nel dileggio dell’universale sentimento di ciò che è giusto e di buon senso. E a chi si rivolge invece il cittadino, il cosiddetto cittadino sovrano della Repubblica? Quale ordine professionale o associazione lo appoggia e sostiene?
La fortuna di tutti è che da noi non si conoscono -ancora! e purtroppo non si sono mai conosciuti- i giacobini e i sanculotti e gilets gialli e luddisti bensì solamente mafiosi, camorristi e cementieri e naturalmente, salvo eccezioni, politici fogna.
E, per tornare al tema, voglio ora riferire di una vicenda, una delle migliaia purtroppo che si raccontano sulla giustizia-non giustizia nazionale, che un protagonista mi ha raccontato.
Un giudice del Tribunale di…, non citiamo il nome per ovvie italiche ragioni! in una sentenza fissa l’onorario di un avvocato a 8000,00 Euro più diritti. Non vogliamo soffermarci su quest’altra peculiarità dei ‘diritti’ di un legale, e quali ‘diritti’! né descrivere in che modo tale avvocato ha difeso il suo cliente avverso il solito costruttore ladro, forse ne faremo oggetto di una successiva nota: una vertenza quindi banale fatta durare però quattordici anni! L’avvocato non è soddisfatto degli 8.000,00 Euro+diritti fissati dal giudice e la ‘legge’ che abbiamo citato prima gli consente in effetti di rivolgersi ad altra ‘legge’ quella del proprio protettore, l’ordine degli avvocati, al quale presenta una richiesta addirittura di circa trentamila più spese, cioè quasi quattro volte quella in sentenza!! l’Ordine, che è stato istituito per far rispettare la ‘legge’, naturalmente riconosce per buona la richiesta del suo iscritto! Un altro giudice al quale tale avvocato presenta la nuova sentenza, chissà in base a quale criterio di legittimità e di giustizia riconosce tale aumento confermato dal santo protettore ma abbassa la somma da trentamila a tredicimila più diritti: un giudice anche questo saggio e maturo che contesta gli ottomila euro del proprio collega e accetta invece le pretese del povero avvocato che fa durare la causa quattordici anni senza batter ciglio: la vittima pagatore naturalmente non esiste, non viene mai interpellata né tanto meno viene accertato se è in condizione di pagare. Si obbietterà: e l’avvocato della vittima? I lupi notoriamente si abbaiano tra di loro ma non si azzannano mai. A conclusione: il bello è che la vittima, è il vincitore della causa!!
Qui ci arrestiamo in quanto tale vicenda fa parte di quelle che lasciano allibiti e che fanno comprendere, tra l’altro, perché negli anni passati la Giustizia si cercasse di ottenere in altri modi piuttosto che correre il rischio possibile di imbattersi in tali giudici e in tali ‘servitori della legge’.

Autore: Michele Santulli – michele@santulli.eu

Michele SANTULLI. La Ciociaria di A. Moravia e di G. De Santis.

Tutti conoscono Giuseppe De Santis (Fondi 1917-Roma 1997) il regista acclamato di ‘Riso Amaro’, di ‘Roma ore 11’, di ‘Non c’è pace tra gli ulivi’ e di altre celebri opere cinematografiche.  Anche se vissuto e maturato nella Capitale, Giuseppe De Santis restò fedele alla sua terra d’origine e tra le numerose amicizie e frequentazioni quelle più intime furono i legami con Libero de Libero, il poeta e scrittore, e con Domenico Purificato, pittore, anche di Fondi. Frequentò il Centro Sperimentale di Cinematografia in cui docente di scenotecnica era Antonio Valente, l’insigne architetto di Sora che l’aveva realizzato e progettato e in aggiunta non poté mancare di frequentare il ‘Teatro degli Indipendenti’ di Anton Giulio Bragaglia, quel crogiuolo cosmopolita di letterati, pittori, ballerini e danzatrici, commediografi, attori, compositori.
L’opera cinematografica ’Non c’è pace tra gli ulivi’ è la sola che documenta e prova le sue origini. L’ideologia marxista, la sua militanza nel Partito Comunista, hanno fornito la cornice sociale e politica a questo capolavoro: infatti la trama ne è lo sfruttamento e la prevaricazione quale conosceva tra i lavoratori della industria, qui in questa pellicola, in aggiunta, anche la violenza e la morte. Nel film la nostra attenzione si concentra sugli abiti e sulle vestiture dei contadini che si muovono nello scenario dei monti e delle campagne di Fondi, di Itri, di Sonnino, di Sperlonga, sotto lo sguardo del mare di Ulisse che si distende azzurro ai loro piedi. Ecco i piedi! E in tale momento Giuseppe de Santis ha voluto non solo rimarcare e far rimarcare la propria origine e storia di ciociaro, quanto ha voluto anche quasi commettere un atto di violenza folklorica! Infatti a tutti i contadini e a tutti i soggetti del suo film pur trovandoci oltre mezzo secolo dopo, ha fatto indossare le cioce, che qui si chiamano cioci, al maschile. Cioce evidenziate dalle pezze bianche tradizionali che proteggono e avvolgono le gambe, evidenziate anche dai correggiuoli o stringhe che le avvolgono, pur se in maniera talvolta alquanto fuori della tradizione. Certo è che tutti gli uomini indossano pantaloni fino al ginocchio completi spesso di rozze ginocchiere; il protagonista in qualche scena, forse una licenza o dimenticanza del regista, indossa anche i pantaloni lunghi fino ai piedi. Le donne indossano gli abiti della loro epoca cioè del 1950 e le cioce. Tutta la vicenda è nel segno della ‘ciociarità’ e l’ambiente pastorale e le attività connesse, pastorizia, transumanza, artigianato lattiero, ecc. confermano il contesto.

Alberto Moravia (1907-1990) conosce la Ciociaria allorché nella vicinanza di quel grande che fu Anton Giulio Bragaglia e più esattamente in quella fucina di geni e di capolavori che fu il ‘Teatro degli Indipendenti’ a Via degli Avignonesi a pochi metri dal Quirinale, più sopra ricordato. Qui le decine di scrittori, di artisti, di musicisti, nazionali e stranieri che frequentavano lo scintillante Teatro notavano quasi ogni giorno seduto a un tavolo, un giovane non ancora ventenne assorto nei suoi pensieri o intento a scrivere. Era appunto Alberto Moravia, affascinato dall’ambiente, che lavorava al suo primo romanzo ‘Gli Indifferenti’, pubblicato a 22 anni. Ne dovranno passare quasi trenta prima del capolavoro dallo strano titolo ‘La Ciociara’, in verità più che strano, ostico, sconosciuto: è come tradurre in un’altra lingua la parola whisky o cognac o pizza: impossibile, non ci sono equivalenti, perché unici e tipici, come appunto ciociaro, che evidenzia l’aggravante, in più, di essere anche arduo a pronunciare e a scrivere: ‘Two Women’, ‘Dos Mujeras’, ‘La paysanne aux pieds nus’, ‘…Und dennoch leben sie’ questi i titoli nelle lingue europee de ‘La Ciociara’ il cui successo fu tale che l’opera venne tradotta in molte lingue, perciò i titoli strani di cui sopra.
La storia ricorda che lo scrittore assieme alla moglie in piena guerra si rifugia nel Fondano in Ciociaria ed esattamente a Vallecorsa, sui monti, in una capanna di pastori. Durante la permanenza durata parecchi mesi, matura l’ispirazione del romanzo che vedrà la luce nel 1957, una  gestazione dunque lunga, aggiornata alla luce degli accadimenti successivi, soprattutto con riferimento alle malefatte e alle violenze attribuite, vere o false, ai soldati nordafricani che, come si sa, sono la scena centrale del romanzo: lo stupro, davanti alla chiesa di Vallecorsa. Quel titolo dunque a seguito della esperienza a Vallecorsa, in piena Ciociaria. E oltre alla località e alla violenza subita dalle due donne madre e figlia, il titolo è sottolineato nel romanzo anche dalle calzature che lo scrittore menziona e descrive accuratamente.
E Vittorio De Sica, il grande regista, che con la sua maestria contribuirà a dare lustro internazionale al racconto, anche lui, incredibile, imbevuto in qualche modo di Ciociaria perché nato e vissuto alcuni anni a Sora; in verità è attratto dagli altri elementi del romanzo più che dalle calzature che illustra e rende folcloricamente quali zampitti e non cioce. Va aggiunto che Moravia conosceva approfonditamente il contesto ciociaro e gli era ben noto il ruolo storico svolto nella intiera regione a Sud di Roma e la impronta data alla Città Eterna medesima.

Autore: Michele Santulli – michele@santulli.eu