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Brunetto SALVARANI, Odoardo SEMELLINI, TERRA IN BOCCA. Quando i Giganti sfidarono la mafia.

Le relazioni, le speranze, le promesse di noi tutti sono attraversate, nell’arco della vita, dalle note della musica e dalle parole delle canzoni, che, quando promuovono l’impegno sociale, determinano la svolta, la storia del cambiamento.


La musica trasmette la passione, i sentimenti, le emozioni, i sogni che alimentano la volontà di giustizia e la fede nel rinnovamento, nel cambiamento innovativo e progressista.


I Giganti sono Sergio, Mino, Checco e Papes.


Il gruppo milanese, storicamente inserito ormai nel panorama del beat italiano, chiude definitivamente la sua carriera musicale con un 33 giri intitolato Terra in bocca, che propone il sottotitolo Poesia di un delitto.


Una cruda storia di mafia è narrata musicalmente in questo album concept, registrato nel 1971 e trasmesso un’unica volta per radio e in seguito immediatamente boicottato, ossia destinato all’oblio e fatto cadere nel dimenticatoio della storia della musica leggera italiana e del beat, insieme agli stessi Giganti.


L’album Terra in bocca, creazione del gruppo i Giganti, rappresenta il tentativo dell’impegno musicale di porsi al servizio della verità e della giustizia, affrontando scottanti tematiche sociali, per denunciare la criminalità organizzata e raccontare al grande pubblico una storia di mafia con una reale ed autentica attinenza alla realtà degli eventi e al contesto sociale, attraverso un’intensità sconcertante e sempre attuale.


Terra in bocca, Poesia di un delitto, è un disco rivoluzionario, una svolta radicale e imprescindibile di un gruppo musicale come i Giganti che cantano per primi l’argomento mafia, denunciando un delitto perpetrato dalla criminalità organizzata intorno alla lotta per l’acqua in un paese siciliano, tramite una scelta coraggiosa, ma fatale, che condurrà il gruppo musicale a cadere vittima di una subdola e spietata censura che li condurrà allo scioglimento definitivo.


Questa vicenda permette di ricostruire un crescente e avvincente spaccato della musica leggera italiana durante gli anni ‘70, in un realistico frammento storico del contesto sociale tormentato dal malcostume, dalla corruzione e dalla malavita, tramite la biografia drammatica delle vicende politiche del nostro Paese, in un messaggio più che mai attuale sulle incongruenze della società italiana.


Recensione di Laura Tussi


Info:
Edizioni Il Margine 2009
Prefazione di don Luigi Ciotti
Messaggio di Franco Battiato

Autore: Laura Tussi

Email: laura.tussi@tiscali.it

Carmelo Rosario VIOLA, Il Paradiso perduto.

Carmelo Rosario Viola, nato a Milazzo nel 1928 e abitante ad Acireale, è uno stimato e serio studioso di scienze sociali ed antropologiche, un intellettuale acuto e preparato, un opinionista e politologo attento e sempre presente nei dibattiti politici, economici, sociali e culturali, attuali e di ogni tempo. Viola è il padre di una nuova disciplina, la “Biologia del Sociale”, un’innovativa corrente di pensiero, il cui spirito riecheggia in modo accurato e dettagliato in questa corposa autobiografia, dove l’intera condizione umana viene elaborata in chiave storica, sociale e culturale e condotta con rigore metodologico e scientifico.
Il Paradiso Perduto” è un’opera dal taglio intimamente interioristico, in una capillare descrizione autobiografica, di dieci mesi della prima adolescenza dell’Autore, vissuti come parentesi esistenziale, visti oramai con gli occhi della terza età, in un’appassionata narrazione di stile sobrio e chiaro, che coinvolge il lettore in vari esiti di originalità e in indicazioni di concretezza pragmatica, che pongono in rilievo aspetti latenti della maturazione evolutiva dell’uomo, sia sul piano individuale, sia sociale e comunitario, soprattutto nei diversi punti di vista caratterizzati da intrecci di pensiero economico, sociale, antropologico, etico ed esistenziale.


L’Autore indaga, ricostruisce ed approfondisce paesaggi e scene di ambientazioni naturali e umane che ritraggono un’adolescenza a diretto contatto con la natura, dove il dato autobiografico si intreccia con la congiuntura storica, sociale e politica del Meridione e della Sicilia del periodo bellico, in cui è narrata l’esperienza di un giovane immerso in riflessioni contrastanti, tra conflittualità familiari e spinte ideali, nell’acquisizione progressiva di un’identità psicologica e di un’autonomia personale.


Nel racconto si susseguono intere generazioni tra speranze, sogni e disillusioni, gioie e dolori, nella ferrea volontà di riscatto sociale e culturale, in proiezioni propositive di sviluppo materiale ed esistenziale.
Nell’autobiografia si incrociano e si intrecciano i sogni, le idealità, le speranze di un adolescente, nei vari colori contrastanti e conflittuali dell’esistenza, tra proiezioni psicologiche illusorie, intimi scavi interiori e vani sogni infranti, dove la realtà si impone, dimostrando la vera natura umana, che frantuma gli aneliti ideologici di speranze future, nelle solitudini solipsistiche della giovinezza.


L’Autore rivive la propria esperienza nell’amore appassionato per la natura, per l’innocenza delle figure dei nonni, la sensazione di carenza, mai soddisfatta a sufficienza, d’affetto materno, i primi amori, in una narrazione sobria e schietta che si manifesta nel desiderio imperante di conoscenza e introspezione di un mondo interiore, proiettato verso uno slancio di rettitudine morale, di giustizia, di verità e pace sociale, etica ed esistenziale, nel rispetto dei valori fondamentali della vita.


L’autobiografia traccia un ampio complesso genealogico, nella descrizione di ambienti familiari, personaggi ed elementi naturali, ripercorrendo itinerari interiori, tracciati analiticamente in una sorta di autopsicoanalisi, sostenuta dall’Autore in uno schietto e profondo pensiero politico e filosofico, avvalorato da una prosa penetrante, per cui il giovane Viola vive un intimo dramma individuale, collegato alla propria situazione familiare, tramite le prime pulsioni dello sviluppo psicofisico e la propulsiva spinta istintiva contro tutte le forme di ingiustizia.


Il mondo culturale nazionale e internazionale rende grazie a Carmelo Rosario Viola, quale studioso profondo, attento e appassionato che testimonia un ricco mondo interiore proiettato nella realtà del presente e nell’attualità sociale, dove egli continua ad affrontare e contrastare ogni atto di ingiustizia, costruendo ed elaborando innovativi itinerari di studio e di analisi culturale, per

Laura TUSSI. La dimensione educativa delle differenze.

La scuola ha il compito di educare al rispetto delle diversità culturali, promuovendo una diffusa conoscenza e coscienza multilaterale.


Questo significa costruire progetti educativi finalizzati a prevenire il sorgere di mentalità etnocentriche e intolleranti nei confronti delle differenti culture, per poter raggiungere l’obiettivo di una mentalità internazionale.


La scuola deve consolidare il ruolo di iniziazione a una pedagogia dell’infanzia pronta ad accogliere, rispettare e valorizzare i diversi volti antropologici, offrendosi come eccellente sede educativa di decondizionamento etnocentrico, azzerando la formazione di stereotipi, pregiudizi, assiomi e dogmatismi veicolati dai massmedia e dalla famiglia.


Per attivare l’obiettivo di decondizionamento etnocentrico, la scuola deve evitare un modello educativo tradizionale chiuso nei confronti dell’ambiente esterno, contribuendo alla diffusione di un’educazione multiculturale, capace di condurre ai confini delle frontiere transnazionali.


Una prospettiva aperta alle molteplici realtà etniche si è giustamente affermata nella direzione della conoscenza, del riconoscimento delle pari dignità, della valorizzazione delle diversità apportate da molteplici gruppi, minoranze, culture e religioni.


In questa prospettiva, la diversità non viene più interpretata come mancanza e colpa, nei confronti del modello sociale dominante, ma come risorsa positiva che attinga dalla conoscenza per favorire l’inserimento del singolo individuo nel proprio e nell’altrui contesto relazionale.


La dimensione educativa dell’interculturalità non si presenta come un oggetto formativo univoco, ma, al contrario, è un sistema complesso che prevede l’interrelazione di diverse componenti, dove l’educazione alle molteplici culture non significa solo esplorarne separatamente le specifiche dimensioni, ma intende rendere proprie le competenze nella direzione di interpretazione dell’altro da sé.


La conoscenza e l’interpretazione delle differenze non possono limitarsi a fornire dimensioni culturali astratte e disinteressate rispetto al problema dei comportamenti concreti da assumere nei confronti del rapporto con l’altro.


La didattica interculturale si muove nella direzione di una prassi e di una ricerca fondate e finalizzate all’intervento con la diversità, dove il momento della conoscenza, dell’interpretazione e dell’intervento costituiscono ambiti irrinunciabili della didattica aperta all’interculturalità, all’interno di un progetto educativo che deve comunque presentarsi unitario e pluridimensionale, assicurando al soggetto le nozioni, i linguaggi, gli strumenti di ricerca che costituiscono le chiavi di osservazione dei significati e della cultura dell’altro, nel compito fondamentale di integrare gli apporti delle singole prospettive di conoscenza, consentendo di interpretare l’altro nella sua complessità.


Questa dimensione formativa è inerente alla necessità per ogni individuo di verificare strumenti per interpretare l’altro, di tipo plurilaterale e sistemico, nell’esigenza di agire con l’alterità, nella necessità per l’intera collettività di tradurre le proprie conoscenze e interpretazioni dell’altro in impegno operativo, in comportamenti finalizzati alla costruzione interattiva tra donne e uomini, rispettosa della reciproca dignità.


La pedagogia può assumere un ruolo primario per la formazione dei principi di libertà, uguaglianza, giustizia e umanità.


Queste idee rivoluzionarie hanno influenzato i movimenti democratici interessati alla riforma emancipatoria dell’educazione e un loro obiettivo principale è che le opportunità per la partecipazione alla vita sociale e alla gestione democratica siano uguali per tutti, senza differenze di appartenenza, di genere, di religione, di etnia.


Il problema risiede nel convivere come soggetti di pari dignità in una società multiculturale, al fine di comprendersi e operar

Brunetto SALVARANI. Renzo Fabris. Una vita per il dialogo cristiano-ebraico.

Renzo Fabris era uno studioso laico, impegnato sul fronte del dialogo cristiano-ebraico.


Attualmente si parla in modo comune di ebraismo e di dialogo cristiano-ebraico, anche se risulta difficile misurare la reale incidenza di tale fenomeno.


I primi passi del dialogo fra le chiese cristiane e la realtà di Israele risultano scarsamente esplorate dal punto di vista teologico, ma anche sociale, politico e civile. Tra i pionieri che hanno intuito la centralità strategica di tali argomenti è, su scala nazionale, il nome di Renzo Fabris (1929-1991), primo presidente degli amici di Nevé Shalom-Waahat as-Salaam e a lungo presidente del SIDIC (Servizio Internazionale di Documentazione Ebraico-Cristiana), la cui ricerca è tanto poco ricordata, quanto di fondamentale rilevanza.


Questo importante volume di Brunetto Salvarani, a sua volta studioso di ebraismo e teologo del dialogo interreligioso, presenta il percorso culturale di Fabris, i suoi temi, gli interrogativi sempre aperti e il lascito al dialogo cristiano-ebraico, nella funzione quasi profetica di Renzo: profetica non nel senso di annunciare il futuro, ma di prepararlo.


Da molti anni assistiamo, in Italia, ad un autentico interesse per l’ebraismo e la cultura ebraica nei suoi poliedrici caratteri e nelle sue variopinte sfaccettature, dalla passione per l’epopea Yddish del premio Nobel per la letteratura Singer, alle performance teatrali di Moni Ovadia.


Da questi contributi si spazia dagli affollati festival su folklore, musica, cucina e tradizioni culturali dell’ebraismo, all’impegno a favore del tanto auspicato processo di pace in medio oriente e alla celebrazione di un giorno della memoria, appunto, il 27 gennaio di ogni anno, a partire dal 2001.


In tale cornice risulta evidente quanto si tratta attualmente spesso tramite i massmedia di ebraismo e di dialogo cristiano-ebraico.


Obiettivo del volume del teologo Brunetto Salvarani è di presentare gli snodi cruciali del percorso culturale di Fabris, i principali temi affrontati, i quesiti aperti e l’eredità conoscitiva inerente il dialogo cristiano-ebraico, scegliendo di collocare queste tematiche nell’orizzonte di un’esistenza, quella di Fabris, pienamente nel mondo, da laico, padre di famiglia, molto impegnato anche in ambito lavorativo e professionale. La ricerca di Brunetto Salvarani si sofferma sul tema delle relazioni cristiano-ebraiche, contestualizzate nel complesso percorso di rinnovamento del pensiero delle chiese cristiane in merito all’ebraismo, soprattutto nel secondo dopoguerra, in seguito al concilio Vaticano II.


Il mutamento dell’attitudine delle chiese occidentali in rapporto ad Israele è uno dei grandi eventi del Novecento, connesso profondamente ad altri avvenimenti che segnano la presenza ebraica nel mondo contemporaneo, come la Shoah, il Sionismo, lo Stato di Israele, con il complesso nodo mediorientale, con la conseguente collocazione esclusiva di Israele nel mondo occidentale.


La nuova attitudine della Chiesa cristiana nei confronti di Israele, la fine dichiarata dell’antigiudaismo cristiano, dopo il punto di non ritorno dato dalla Shoah, sono fattori che meritano un’attenzione teologica capace di grande acume.


Proprio per questa esigenza di conoscenza, per questo bisogno di andare oltre, il libro di Brunetto Salvarani non conclude con l’addio a Fabris, ma diviene sorgente di riflessioni inesauribili che coinvolgono l’identità stessa del cristianesimo e della Chiesa e proprio la Chiesa ha molto da imparare dai laici come Fabris e Salvarani e attinge a piene mani dagli insegnamenti del laicismo, e i laici hanno molto da insegnare e offrono ben volentieri la loro conoscenza a quella stessa Chiesa, ricettiva di contenuti culturali. Si potrebbe proseguire su questo tema, ma è tempo di soffermarsi e di lasciare a chi può e a chi deve il compito ereditato dalla ricerca di Renzo Fabris, notando come non sia