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Pietro P. CAVALLO: I BATTISTERI DEL PERIODO PALEOCRISTIANO : forme e tipologie.

Quando il Prof. Marco Cardini mi ha proposto di approfondire l’architettura del periodo Paleocristiano, con riferimento particolare ai battisteri, come tema per la mia tesi, mi è tornato alla mente quanto avevo letto, alcuni anni fa, per piacere personale naturalmente, dello stesso periodo a livello di Storia della Filosofia.
Questo periodo é indicato con il nome di NEOPLATONISMO e va dai primi anni del III secolo agli inizi del V .

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Autore: Pietro P. Cavallo

Enigma del ritratto di Luca Pacioli

E’ solo per carenza di reperti documentali, di testimonianze ed attestazioni storiche, se resta tutt’ora irrisolta la questione attributiva dell’enigmatico Ritratto di Luca Pacioli, conservato nella Pinacoteca del Museo di Capodimonte di Napoli e raffigurante il frate matematico autore della Summa de Arithemetica e del Divina Proportione?

La scarsita della documentazione disponibile non fornisce notizie in ordine alla esecuzione e originaria destinazione del dipinto.

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Autore: Giovanni Barca

Barbara CARMIGNOLA: Dal paesaggio al pasticcio ottocentesco.

Il Rinascimento italiano nel suo momento apicale, periodo di assoluta valorizzazione dell’umano, in ogni campo, sia esso quello artistico, filosofico o letterario, lascia la ieraticità del divino al Medioevo e la realtà naturale, considerata di per se stessa, alla riscoperta del tardo ‘500 e del primo ‘600.
Nell’arte ciò è particolarmente evidente per l’immediatezza che è tratto peculiare di ogni immagine.

Se Piero della Francesca sullo sfondo delle due tavolette realizzate per i coniugi Guidobaldo da Montefeltro e Battista Sforza indugia con limpida e cristallina visione sul paesaggio retrostante è pur vero che l’attenzione verso il dato naturale non può essere ancora definita realistica e funzionale unicamente a se stessa. L’occhio dell’artista, innamorato della prospettiva nella sua accezione più rigorosa e matematica, indugia su realtà lontane e vicine come se fossero equidistanti, violando le leggi ottiche e non prendendo in considerazione la densità atmosferica: il paesaggio fa da sfondo alle due figure perché i loro profili si staglino meglio, non c’è ancora attenzione al dato naturale in se stesso, nonostante si debba comunque sottolineare come la presenza nei due pendant di una così vasta porzione dell’elemento naturale, per i tempi, rappresenti un’importante novità.

La riscoperta del dato naturale nell’arte, valorizzato per ciò che è, non per ciò a cui serve, è da ascriversi all’ambito veneto di Giorgione e agli studi leonardeschi che individuano nei vapori acquei di cui l’atmosfera è satura un elemento da cui non si può prescindere per un’idonea rappresentazione della realtà naturale: l’uso dello sfumato diviene essenziale; il colore subentra prepotente alla linea, al contorno netto; gli elementi più diversi si fondono tra loro: l’integrazione tra uomo e ambiente si compie.

Non è casuale che proprio in terra veneta nasca un nuovo modo di rendere il dato naturalistico: Venezia è stata da sempre, in virtù della sua particolare condizione, attenta alla commistione che si attua tra realtà artificiale e realtà naturale, al rispecchiarsi dell’una nell’altra, perché proprio da questa attenzione nasce l’architettura cittadina pensata per esaltare la prevalenza dei vuoti sui pieni.

La crisi delle certezze che accompagnano il volgere lento del Rinascimento verso il Manierismo non a caso coincide con la riscoperta del paesaggio in campo artistico: l’homo faber dell’Umanesimo, al di sopra di tutte le cose, piccolo dio sulla terra, torna ad essere preso in considerazione come elemento di una natura di cui è una parte inscindibile, nella quale si agita e della quale non può fare a meno.

L’uomo, ormai alle soglie della Riforma e della Controriforma, si riscopre parte, piccola, infinitesimale, di un cosmo di alberi e foglie, laghi e fiumi, mari e abissi, di cui nei secoli umanistici si è ritenuto signore e di cui ora rintraccia nuovamente la dirompente potenza.

Nell’area emiliana di metà Cinquecento, inizio Seicento, patria di Dosso Dossi, di Nicolò dell’Abate, dei Carracci e non ultimo di Domenichino, l’attenzione al paesaggio propria delle opere di Leonardo e Giorgione (sempre che ciò che vediamo dei suoi quadri non sia in realtà riconducibile ai restauri successivi del seicentesco Pietro della Vecchia) si coniuga con l’elemento fiammingo di cui il tratto più tipico è individuabile nell’attenzione minuziosa, quasi “lenticolare”, al particolare. Da questa commistione nasce un genere nuovo che fa del paesaggio il suo tema principe e che porta alla creazione del cosiddetto “paesaggio classico” che, come nota Clovis Whitfield, avrà molta fortuna nel Sei e Settecento.

Domenichino, insieme ad altri tre giovani artisti (il Viola, il Bonzi e Antonio Carracci) ruotanti nell’orbita della bottega dell’ultimo Annibale Carracci, per intenderci quello della Fuga in Egitto, ponendosi come stadio intermedio tra il maestro e due artisti

Marisa UBERTI: Inaugurato lo scurolo dei Santuario di Santa Maria della Croce a Crema.

Si è svolta, il 26 marzo scorso, presso la magnifica Basilica Minore di S.Maria della Croce, a un chilometro da Crema, la cerimonia di inaugurazione della riapertura dello scurolo, dopo che era rimasto chiuso al pubblico per i lavori di restauro della nicchia lignea e delle statue, iniziati nel corso del 2003. La cerimonia si è svolta alla presenza del vescovo di Crema, delle autorità civili e dei protagonisti diretti di questo progetto: Don Giulio Bellandi, committente e parroco di Santa Maria della Croce; della dottoressa Renata Casarin, storico dell’arte e direttrice della Soprintendenza per il patrimonio storico ed artistico di Brescia, Cremona e Mantova; dei restauratori, Marina Baiguera, di Rovato (BS), di Rodrigo Fodriga e Veronica Valtulini. Il progetto è stato finanziato dalla Fondazione Comunitaria della Provincia di Cremona; dalla Fondazione Popolare Crema per il territorio; dalla Parrocchia di S.Maria della Croce.

La cerimonia ha ricevuto il saluto del vescovo, ilquale ha ricordato che -in questo luogo- la Madonna volle palesarsi in modo speciale, apparendo ad una cremasca, Caterina degli Uberti, lasciando vivo il segno della sua presenza in questo splendido santuario. Un breve intermezzo musicale, suonato all’organo dal maestro Alberto Dossena, ha permesso ad oguno dei presenti, molto numerosi, di prendere contatto con lo stupefacente ambiente di S. Maria della Croce, sovrastati dalla superba cupola ottagonale, per lasciarsi rapire dall’atmosfera emanata dai dipinti, dalle sculture, dall’attesa di visitare l’opera restaurata, di cui siamo stati i primi “testimoni privilegiati”.

Don Giulio Bellandi ha ringraziato non solo la gente che ha nel cuore il Santuario con fedele devozione, ma anzitutto il Rotary, che ha avuto il merito di “accendere la fiaccola” del progetto di restauro, che poi è stata mantenuta viva grazie ai finanziatori, agli esecutori materiali e a tutti coloro che sono stati vicini in qualunque maniera.

Ha preso, successivamente, la parola la dott.ssa Casarin, la quale ha asserito che un anno fa la Soprintendenza ha autorizzato il restauro del Complesso Devozionale dello Scurolo di S. Maria della Croce, in collaborazione con il parroco e con la Commissione Diocesana. Tale autorizzazione giungeva, ha spiegato la dottoressa, dopo un lungo itinere, poichè inizialmente i lavori prevedevano una semplice manutenzione della grande nicchia, che si presentava offuscata da strati pittorici succedutisi nei secoli. Il progetto iniziale, si è poi tramutato in un grosso, difficile ma appagante lavoro di recupero delle opere presenti nello scurolo di S.Maria della Croce, che è stato possibile grazie alla passione, alla competenza e al senso di responsabilità elargiti dai restauratori, che sono stati molte volte menzionati e ringraziati in continuazione.

Per capire al meglio il contesto di cui si sta parlando, è necessario conoscere -almeno per sintesi- la storia del Santuario,edificato su progetto di G. Battagio, che fu allievo del Bramante.

I Luoghi
Dove oggi sorge la Basilica Minore, nel ‘400 esisteva un piccolo borgo , immerso nel bosco, situato sulla strada che porta da Crema a Bergamo. Il bosco prendeva il nome di Novelletto e la strada usciva dalla città all’altezza delle attuali vie di S.Chiara o via Borgo S.Pietro, presso la Porta Pianengo. Il viale alberato che oggi si vede, non esisteva all’epoca dei fatti.

I Personaggi
Caterina degli Uberti era una giovane donna, di buona famiglia, sposata ad un uomo di nome Bartolomeo Pederbelli, detto Contaglio, originario della Valle Imagna (BG), che in precedenza aveva avuto il bando dalla città di Bergamo perchè accusato di omicidio. Caterina, probabilmente, non sapeva di questo e si fidava dell’uomo, che però in breve tempo aveva dilapidato la dote ricevuta con il matrimonio, mostrandosi tale e quale era: un malvivente.

I Fatti
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