Vedi allegato: Elio Dusso, La via consolare Postumia fra Oderzo e le foci del Timavo
Autore:
Elio Dusso – info@antiqua.org
Vedi allegato: Elio Dusso, La via consolare Postumia fra Oderzo e le foci del Timavo
Autore:
Elio Dusso – info@antiqua.org
Nell’agosto 1961, nel corso di immersioni di una scuola di subacquei nella baia del Campese dell’Isola del Giglio fu individuato il relitto di una nave antica. Numerosi reperti provenienti dal relitto furono trafugati.
Negli anni 1983 – 1985 Mensun Bound (Università di Oxford) curò lo scavo del relitto, in stretto raccordo con la Soprintendenza Archeologica della Toscana. Lo scavo, in particolare, fu effettuato sulla Secca I Pignocchi a circa 45-50 m di profondità, su un’area di circa 10 x 15 m. Lo scopritore negli anni successivi riuscì anche a recuperare alcuni dei reperti trafugati.
La nave trasportava anfore, vasellame in ceramica e metalli.
La gran parte delle anfore (circa 130) era di produzione etrusca (Caere o Vulci?), altri contenitori erano di provenienza greca (14, di cui 7 anfore di Samo). Le anfore hanno restituito tracce di vino, noccioli di olive, pinoli e resina.
La prevalenza dei vasi apparteneva al corinzio arcaico ed al mesocorinzio (crateri, oinochoai, aryballoi, lekanai). Era rappresentata anche la ceramica geco-orientale (coppe, olpai, lekythos, pisside e lucerne). La ceramica etrusca comprendeva vasellame etrusco-corinzio (coppetta, piatto, pisside, aryballos globulare), buccheri (kantharoi), ceramica in impasto rosso (ollette e bacili) e bruno (olla).
Le analisi effettuate hanno consentito di accertare la presenza di essenze profumate contenute in appositi vasetti.
Per quanto riguarda le armi risultano cinque elmi corinzi (sia da parata che per uso funzionale) ed almeno 30 punte di frecce di varie forme e dimensioni. Parte delle armi servivano quindi per la difesa del carico della nave. Tra gli oggetti rinvenuti con il relitto nel 1961 vi sarebbe stato anche un elmo corinzio in bronzo di particolare pregio (decorato con serpenti come sopracciglia e cinghiali sulle guance) ed un sub tedesco (Frans Gradl) che partecipò all’immersione l’avrebbe conservato in una cassetta di sicurezza in Germania. L’ultimo a vederlo sarebbe stato proprio Mensun Bond che riuscì a rintracciarlo nel tentativo non riuscito di riportarlo al Giglio.
Fu rinvenuto anche un calibro a corsoio in legno che, secondo quanto descritto da Bound, all’interno dei denti presentava lettere greche; si tratta dello strumento della specie più antico di cui siamo in possesso.
Tra gli altri reperti ci è pervenuto anche un set scrittorio (parte di una tavoletta lignea e forse di uno stilo) probabilmente utilizzato per calcoli commerciali.
Dal fondale emersero anche11 auloi, interi e frammentari (uno in avorio, gli altri in legno).
Del carico facevano parte anche lingotti di rame e di piombo (probabilmente di provenienza attica) contrassegnati con segni vegetali, geometrici e lettere greche.
Il relitto restituì anche pesi commerciali di varie forme e peso.
Grumi di rame di piccole dimensioni e piccoli nuclei di ambra erano forse utilizzati per transazioni commerciali.
La lunghezza dello scafo è difficile da valutare in considerazione della parzialità dello scavo.
I reperti lignei appartenenti al relitto sono stati esaminati al fine di identificare le specie legnose utilizzate. L’esito delle verifiche non ha consentito di far luce sull’origine della nave poiché ogni specie si ritrova su tutti i paesi che si affacciano sul mediterraneo.
I reperti recuperati consentono di datare il relitto al 580 -570 a.C.
Due campagne di scavo (nel 1987 e nel 1991) portarono alla luce sotto la collina del Castellare del Campese una capanna ovale con piccoli annessi, in parte infossata nel granito ed in parte costruita con blocchi dello stesso materiale, nonché tracce di abitazioni.
I materiali rinvenuti sul sito (frammenti di anfore etrusche, di ceramica da fuoco, di piatti in figulina, di bucchero) hanno consentito d’interpretare la struttura come insediamento posto a controllo dell’approdo naturale costituito dal Golfo del Campese. L’Isola del Giglio faceva parte quindi degli approdi etruschi inseriti nelle antiche rotte marittime del Mediterraneo occidentale.
Gli studiosi hanno formulato diverse ipotesi sull’origine della nave: greca, greco-orientale, etrusca (cfr. Cristofani 1998, Colonna 2006, Maggiani 2006). La compresenza di prodotti di produzione etrusca e greca rende difficile farsi un’idea precisa in ordine al luogo di fabbricazione dell’imbarcazione.
Secondo un’ipotesi formulata sulla base del carico, la nave sarebbe salpata da un porto della Ionia (forse da Samo). Scali potrebbero essere stati effettuati al Pireo (porto di Atene) ed al Lecheo (porto vicino a Corinto). Prima che il viaggio avesse termine al Giglio, la nave probabilmente fece scalo nei porti di Caere e Vulci. Le destinazioni dell’imbarcazione (mai raggiunte a causa del naufragio) potevano essere la Corsica e la Gallia Meridionale.
Alcuni reperti provenienti dal relitto del Giglio Campese sono esposti nel Museo delle Fortezza Spagnola a Porto Santo Stefano.
Sul relitto del Giglio Campese cfr., tra gli altri:
– Enrico Maria Giuffrè, Matteo Milletti, Alessandro Naso, Jacopo Tabolli, Andrea Zifferero, Il relitto arcaico del Giglio-Campese in Gli Etruschi nel Mediterraneo Commerci e Relazioni Culturali (VII-V secolo A.C.) Annali della Fondazione per il Museo “Claudio Faina”, Volume XXIX, Edizioni Quasar, 2025, pagg. 265 e ss.;
– Maria Laura Abbate Edlmann – Gianna Giachi, I segni di un relitto navale recuperato presso l’Isola del Giglio, in Studi Etruschi LV, 1987-1988, pagg. 235 e ss;
– Paola Rendini, L’isola del Giglio e la rete di approdi in età arcaica in La Valle del Vino Etrusco Archeologia della valle dell’Albegna in età arcaica a cura di Marco Firmati, Paola Rendini, Andrea Zifferero, edizioni Effigi, 2011, pagg. 52 e ss.;
– G. Ciampoltrini, P. Rendini, Vie e porti del vino nella Valle dell’Albegna in età etrusca, in Archeologia della vite e del vino in Toscana e nel Lazio, Firenze, 2012, pagg. 391 – 401;
– Paola Rendini, Isola del Giglio in luci delle tenebre. Dai lumi degli Etruschi ai bagliori di Pompei, Cortona, 2011, pagg 225 – 229;
– Cristiano Pellegrini, Sulle tracce dell’elmo etrusco del Giglio. Nel 1982 trafugato all’estero da un relitto al Campese, 25 luglio 2012, nel sito internet agenziaimpress.it
Immagini del recupero del Giglio Campese di un lingotto di rame da parte della Oxford University Mare (rielaborata da Beuderley 1991), nonché immagini di alcuni reperti provenienti dal relitto stesso: aryballos, flauti e parte della chiglia della nave.
Autore: Michele Zazzi – etruscans59@gmail.com
I Pitti, o Pincti, come li chiamavano i Romani per l’abitudine di tingersi il corpo con un colorante blu, erano un popolo scozzese.
Di solito, gli studiosi e gli storici riescono a ricostruire gli usi, i costumi e il modus vivendi di popolazioni vissute in un passato anche lontano, ma nel caso dei Pitti, purtroppo, non si sa nulla, a parte il conoscere il luogo dove vivevano; per il resto, non rimane altro che affidarsi alle intuizioni e, perché no?, alla fantasia. Solamente un anello, ritrovato, e con certezza appartenente a qualche rappresentante di quell’etnia, può dare un’idea, altamente vaga, di chi fosse il possessore.
Si sa solo che quel popolo di guerrieri fieri e bellicosi, formato da diverse tribù, occupò i territori orientali e settentrionali della Scozia di oggi, giungendo fino alle Highlands, e che, come del resto sembra chiaro, nel III e IV secolo d.C., combatterono strenuamente contro l’ingiustificata invasione effettuata da parte dei Romani. Facendo riferimento alle cronache degli storici romani, si trattava, oltretutto, di gente barbara e violenta; ma chi si comporta con classe e signorilità con coloro che vengono ingiustamente a invadere la sua terra? Questo il monito dei Pitti: “Tornatevene da dove siete venuti”!
La loro reazione fu violenta, spingendosi fino al Vallo Adriano, che era la linea di demarcazione dei territori occupati dai Pitti al nord e dai Romani al sud, nella Britannia, attaccando violentemente i Romani, costringendoli al ritiro, ed interessandosi poi degli Scoti e degli Angli, che tendevano a occupare i loro territori.
E’ importante ricordare ciò che avvenne nel 685 d.C., vale a dire lo scontro fra i Pitti ed i Northumbriani a Dun Nechtain, che vide la vittoria dei primi, rafforzandone il potere. Però, i Pitti subirono l’influsso degli Scoti al punto che, verso la metà del IX secolo, il re Kenneth MacAlpin ritenne opportuno unire i due popoli sotto un’unica corona, fondando il Regno di Alba. E i Pitti, una volta venuti a contatto con gli Scoti, si fusero con loro, perdendo piano piano la loro identità e mischiando con loro usi e costumi, fino a perdersi nel nulla.
Nel X secolo, la scomparsa dei Pitti come etnia era una realtà: di loro non restano che quelle poche notizie, accompagnate da quelle strane costruzioni troncoconiche e le misteriose pietre portanti incisioni disperse nelle campagne scozzesi.
Tornando all’anello ritrovato, si ribadisce con sicurezza che era appartenuto a qualcuno dell’etnia dei Pitti. Questo, forse perduto da una signora, incastonato nel centro ha una pietra rossa che potrebbe essere un vetro oppure un granato.
Il reperimento è avvenuto quando l’ingegnere John Ralph, laureato all’Università di Aberdeen, essendo pensionato, dopo aver vinto il Covid, per ammazzare il tempo si dedicava al volontariato. E, venuto a conoscenza che erano in atto scavi nella località Moray, non lontano dalla città scozzese Burghead fondata nel XIX secolo, sui resti di una vecchia struttura difensiva allo scopo di recuperare i materiali utilizzabili in altre costruzioni, si offrì di parteciparvi a titolo gratuito ed il suo aiuto fu accettato.
Durante gli scavi finanziati dalla Historic Environment Scotland, sui resti di quella fortezza eretta nel passato dai Pitti, i lavori erano variamente distribuiti e Ralph era stato incaricato di selezionare i detriti dopo la loro setacciatura per vedere se vi fosse qualcosa di interessante; ebbene, sì, giacché in mezzo a quel ciarpame, egli trovò un oggetto che con i materiali edili non aveva nulla da spartire. L’ingegnere lo esaminò attentamente e giunse alla conclusione che forse l’anello non era prezioso dal punto di vista del materiale che lo costituiva, ma sicuramente lo era, e anche molto, da quello storico, essendo un reperto che proveniva da una civiltà anteriore a quella dei Celti. La sua lavorazione dimostrava che gli artisti di quell’epoca erano in grado di lavorare i metalli con competenza e perizia.
Probabilmente fu uno di quei casi in cui gli oggetti di valore venivano seppelliti per impedire che fossero rubati o dispersi.
Ralph portò l’anello ad un esperto, affinché lo esaminasse: il suo parere fu che quell’anello, senza tema di errore, era appartenuto a qualcuno dei Pitti. E nel frattempo si è in attesa dei risultati degli studi che sullo stesso si stanno facendo nei laboratori del National Museum of Scotland, dopo la sua pulitura e la sua lucidatura.
Secondo il professore di archeologia Gordon Noble dell’Università di Aberdeen, essendo stato reperito fra i ruderi di un’abitazione qualsiasi, senza ombra di dubbio non era appartenuto a nessuno della famiglia che vi aveva abitato e, perciò, non restava che chiedersi – senza pretendere una risposta – come mai si trovasse là. Si spera che gli studi attualmente in corso sull’anello possano aprire uno spiraglio sul vuoto che, fino ad oggi, i Pitti hanno lasciato nella storia, rimasta senza documenti che riguardino la loro civiltà.
In ogni caso, gli studiosi, testardamente (mi si consenta il termine) non demordono e, attaccandosi ad ogni minutaglia che può scaturire dalle loro ricerche, riescono a dedurre qualche elemento utile grazie all’archeologia ed al poco che hanno a disposizione. Infatti, si è potuto ritenere che il trono potesse essere occupato sia dall’uomo, sia dalla donna. I loro villaggi erano formati dai brochs, costruzioni in blocchi a secco a forma tronco conica e crannogs, abitazioni che formavano isole artificiali in laghi, torbiere ed estuari che, oltre ad offrire sicurezza, consentivano di controllare il loro territorio.
Per quanto attiene alla loro arte, in Scozia sono molte pietre, che riportano incisioni varie che rappresentano simboli astratti, dalle spirali ai cerchi ed alle figure geometriche. Forse, queste incisioni, delle quali purtroppo fino a oggi non si è capito interamente il tenore, avevano un significato religioso o rituale. Ciò che lascia perplessi, è l’usanza – ricordata più sopra – che avevano i Pitti di dipingersi il corpo, oltreché di tatuarsi, di colore blu; la ragione non è mai stata chiarita e si ritiene, comunque, che potesse riguardare l’appartenenza alle tribù.
In ogni modo, l’esame dell’anello da parte di studiosi (archeologi ed esperti di metallurgia) sono all’opera e si spera che possano aggiungere qualcosa di più in merito al popolo dei Pitti a quel poco che oggi hanno a disposizione.
Autore: Mazio Zaniboni – zamar.22blu@libero.it
La tomba Pierini fu rinvenuta il 22 agosto 1984 in località Arniani a Campiglia dei Foci (nel comune di Colle Val d’Elsa – SI) durante i lavori per la sistemazione del giardino del Signor Luciano Pierini.
Al sepolcro, che risultò violato (probabilmente in antico), si accedeva tramite un breve corridoio a caditoia.
L’ipogeo, di piccole dimensioni, aveva forma rettangolare, era diviso da un tramezzo centrale, presentava basse banchine laterali ed un loculo sulla parete destra.
La tomba, che fu utilizzata da almeno due generazioni, ospitava diverse inumazioni (almeno sette) ma vi era rappresentato anche il rito incineratorio. Le ossa nel corso del tempo vennero raccolte in grandi vasi; le ceneri erano conservate in grosse olle cinerarie d’impasto, alcune coperte con dischi di travertino o con tegole.
Nonostante la violazione fu recuperata una discreta quantità di reperti: unguentari etrusco-corinzi a fasce orizzontali o con animali affrontati (galli, pantere), una coppetta etrusco-corinzia su piede, un piattello geometrico a fasce, una punta di lancia ed un coltello in ferro, oggetti di ornamento personale in metallo (fibule, armille, ferma trecce, anelli), ceramica in bucchero (attingitoi e coppe), vasi globulari in argilla depurata e stoviglie.
Il reperto più interessante è però costituito da un vasetto gemino in bucchero con iscrizione di dono.
Il vasetto consta di due contenitori lenticolari di diverse dimensioni uniti da un raccordo a ponticello ed è dotato di una presa verticale forata. L’oggetto presenta decorazione incisa ed impressa (trattini, archetti e palmette) sul contenitore più grande. Il testo sinistrorso è stato realizzato in alfabeto etrusco arcaico con andamento circolare sulla spalla del contenitore più piccolo: mini muluvunike pisna perkena = mi ha donato pisna perkena.
L’iscrizione presenta caratteri tipici della zona valdelsana ed in particolare del gruppo chiusino arcaico. Il gentilizio (perkena/perkna) nel periodo arcaico risulta attestato in Etruria settentrionale: Cortona, Ponte a Moriano (Lucca) e soprattutto Spina. Individui femminili della famiglia risultano più tardi ad Asciano (SI) e nell’agro chiusino. Rilevante anche il toponimo moderno Percenna presso Buonconvento (SI)
Il vasetto rientra in una tipologia di oggetti poco frequenti (forse discendenti dai cd. vasetti multipli o più specificamente “a saliera” villanoviani, rinvenuti a Bologna, Vetulonia, Bisenzio, Vulci, Tarquinia) e probabilmente fu donato ad un personaggio di particolare rilevanza sociale.
L’iscrizione viene interpretata come formula di dono tra capi.
Recentemente sono state effettuate indagini sui sepolti nella tomba ed è risultato almeno un individuo con una sequenza miticondriale transalpina (area di Hallstatt, attuale Austria). La circostanza confermerebbe che già in antichità vi era una forte mobilità sociale anche in caso di grandi distanze, forse legata a scambi commerciali o strategie matrimoniali.
La tomba, appartenente ad una famiglia aristocratica locale (di cui non si conosce il nome), è databile tra la fine del VII e la metà del VI secolo a.C.
I reperti rinvenuti nella tomba sono conservati presso il Museo Archeologico di Colle Val d’Elsa.
Sulla tomba Pierini cfr. tra gli altri:
– Museo Archeologico Ranuccio Bianchi Bandinelli di Colle Val d’Elsa a cura di Mario Manganelli, Protagon Editori Toscani, 2003, pagg. 58 – 59;
– Museo Archeologico Ranuccio Bianchi Bandinelli, le tre arti, 1990, pag. 41;
– Mario Manganelli, Frammenti per un Museo, Gruppo Archeologico Colligiano, 2006, pagg. 79 – 80;
– Marina Martelli, Un nuovo testo etrusco di dono, pagg. 173 e ss. in Studi Etruschi LVIII;
– Giacomo Baldini, La Tomba Pierini – Colle di Val d’Elsa nel sito internet delle Fondazione Musei Senesi.
Di seguito immagini del vasetto gemino e della pianta della tomba.
Autore: Michele Zazzi – etruscans59@gmail.com