La tomba, databile al VI secolo a.C., fu rinvenuta nel 1957 nella Necropoli del Casone a Populonia e diversamente da altre non era stata schiacciata dal peso delle scorie ferrose depositate nel sito.
Si tratta dell’unica tomba ad edicola – tipologia che traeva spunto dagli edifici sacri e pubblici del periodo – rinvenuta integra nella necropoli in questione (di altre tombe della specie, come ad es della tomba delle Tazze Antiche, si è conservato solo il basamento).
Costruita con blocchi regolari di panchina poggia su un basamento più ampio della struttura. Presenta cella a pianta quadrangolare (metri 3,85 per 3,20; altezza metri 2,85) e tetto a doppio spiovente, che era decorato con quattro acroteri raffiguranti motivi fitomorfi ed animali fantastici marini stilizzati (i frammenti sono conservati al Museo Archeologico Nazionale di Firenze). La camera aveva due letti funebri.
Il monumento fu violato in antico ma gli scavi hanno consentito comunque di recuperare alcuni oggetti in oro (fibule e fermaglio) ambra (pendente a protome d’ariete), bronzo (elementi di bacili) e ceramica (kylix ionica a figure nere, kyathos in bucchero, lekythos attica a figure nere).
Del prestigioso corredo faceva parte anche un bronzetto (probabilmente la cimasa di un candelabro) che fu interpretato come un offerente dal quale prende il nome la tomba. Ad una più attenta valutazione si ritiene che il personaggio tenga in mano un disco e non un piatto e che si tratti, più probabilmente, di un discobolo.
Le tombe ad edicola erano destinate alla classe dominante della comunità, forse collegata allo sfruttamento delle risorse siderurgiche.
La tomba dell’offerente in particolare si trova all’incrocio di due strade sepolcrali lungo le quali vi sono delle tombe a cassone, appannaggio probabilmente della classe intermedia.
Sulla tomba dell’offerente cfr., tra gli altri:
– Populonia una città e il suo territorio Guida al Museo Archeologico di Piombino, Parchi Val di Cornia, 2003, pagg. 62 – 63;
– Parco Archeologico di Baratti e Populonia Percorsi di visita per conoscere un territorio, Edizioni Polistampa, 2000, pag 56.
Immagini della tomba e del bronzetto.
Autore: Michele Zazzi – etruscans59@gmail.com
Sabato 3 febbraio è stata inaugurata la mostra La magia degli amuleti. Umbria e Sardegna vicine o lontane? Collezionismo e archeologia, allestita dalla Fondazione Barumini Sistema Cultura al Centro “Giovanni Lilliu” di Barumini (SU) grazie alla collaborazione con il Museo Archeologico Nazionale dell’Umbria e la Soprintendenza Archeologica Belle Arti e Paesaggio per la città metropolitana di Cagliari e le province di Oristano e Sud Sardegna e il sostegno del Comune di Barumini, della Soprintendenza Archeologica Belle Arti e Paesaggio dell’Umbria, Direzione regionale dei Musei Umbria, l’Antiquarium Arborense e la Biblioteca Universitaria di Cagliari…
Una tradizione storiografica pone sul 𝑚𝑜𝑛𝑠 𝑃𝑎𝑙𝑎𝑡𝑖𝑛𝑢𝑠 il nucleo primario attorno al quale si sarebbe poi sviluppata Roma. Compreso entro un originario 𝑝𝑜𝑚𝑒𝑟𝑖𝑢𝑚 (da 𝑝𝑜𝑠𝑡+𝑚𝑜𝑒𝑟𝑖𝑢𝑚, “dietro le mura”, un confine sacrale e immaginario che delimitava la città dall’esterno), il colle era dunque considerato fin dagli albori dell’abitato come uno spazio consacrato e fortificato.
Così in epoca imperiale Tacito (Tᴀᴄ. 𝐴𝑛𝑛. XII 24, 1) avrebbe ricostruito il tracciato della città primitiva sul Palatino:
L’area così delimitata da quattro vertici sarebbe stata identificata come 𝑅𝑜𝑚𝑎 𝑄𝑢𝑎𝑑𝑟𝑎𝑡𝑎, realizzata da Romolo stesso con l’uso dell’aratro. La tradizione conserva, inoltre, anche il nome di alcune porte più antiche: 𝑃𝑜𝑟𝑡𝑎 𝑅𝑜𝑚𝑎𝑛𝑎 (𝑜 𝑅𝑜𝑚𝑎𝑛𝑢𝑙𝑎), verso il Foro, 𝑃𝑜𝑟𝑡𝑎 𝑀𝑢𝑔𝑜𝑛𝑖𝑎, verso la Velia, e 𝑃𝑜𝑟𝑡𝑎 𝐼𝑎𝑛𝑢𝑎𝑙𝑖𝑠.
A questa tradizione storiografica l’archeologia ha portato alcune singolari conferme: l’abitato antico, ricostruibile grazie ai solchi e ai fori dei pali di fondazione delle capanne sul tufo dell’altura, e i resti di fortificazione alle pendici nord-occidentali del colle. Quest’ultima scoperta ha avuto una vasta eco mondiale e le notizie relative al cosiddetto “muro di Romolo”. Sulle scoperte del Palatino esistono due interpretazioni opposte: una prima, che si potrebbe definire “minimalista”, che rilegge i resti come relativi alla fortificazione dell’antico abitato (il più importante nucleo di quella che sarebbe stata in seguito la città); e una seconda, più “estrema”, avanzata dagli stessi scavatori, i quali riconoscono nell’opera la prova esauriente di un atto di fondazione urbana: una conferma, praticamente, della storicità della leggenda.
Nonostante numerose incertezze, aporie e lacune, il quadro demografico precedente l’età urbana nell’area di Palatino, Velia e Foro è confermato dall’evidenza archeologica.
La questione della “sabinità” della Roma più antica è tuttavia molto forte nella tradizione arcaica: tra i 𝑟𝑒𝑔𝑒𝑠 dopo Romolo si sarebbero alternati esponenti delle due stirpi.
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