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Michele Zazzi. La tomba della Scimmia: la deposizione di una signora dell’elite chiusina.

La tomba della Scimmia (il nome deriva dalla rappresentazione di una piccola scimmia legata ad un albero) fu scoperta da Alessandro Francois nella necropoli di Poggio Renzo a Chiusi nel 1846.
L’ipogeo ha pianta cruciforme e si compone di un vestibolo e tre camere con letti funebri.
Gli affreschi sono stati realizzati nel vestibolo e sulla parete della camera di fondo. Nel vestibolo in particolare si svolgono giochi atletici e ludi ginnici quali: corsa di bighe, esercizi equestri di giovani a cavallo (desultores), lottatori, un lanciatore di giavellotto, pugili, un pirrichista, giocolieri ed equilibristi, arbitri, suonatori, schiavi e personaggi con rami di palma in mano.
A destra della porta di ingresso vi è una scena poco conservata (e per la cui “lettura” sono fondamentali la descrizione di Ranuccio Bianchi Bandinelli e le riproduzioni di disegnatori e pittori del passato) che viene considerata il nucleo centrale delle raffigurazioni della tomba: la protagonista è una donna, con capo velato, seduta su di un alto sgabello e con i piedi appoggiati su un suppedaneo. La matrona è al riparo di un largo ombrello aperto ed assiste ad un gioco di abilità cui partecipa una ragazza con un candelabro in equilibrio sulla testa. Gli attributi della figura femminile ne attestano l’appartenenza alla classe aristocratica e la maggior parte degli studiosi ritengono che si tratti della defunta (divinizzata?) in onore della quale si svolgono i ludi funebri.
La tomba è databile al 480 a. C. circa.
Per maggiori dettagli sulla tomba della Scimmia cfr. La Tomba del Colle nella Passeggiata Archeologica a Chiusi, Edizioni Quasar, 2015, AA. VV.
Le immagini della scena della donna seduta sullo sgabello si riferiscono ad acquarelli dipinti rispettivamente da Elio D’Alessandris e Guido Gatti nel 1911 – 1912.

Autore: Michele Zazzi – michele.zazzi@alice.it

 

Michele Zazzi. La pena del sacco era di origine etrusca?

Uno dei supplizi più atroci previsti dal diritto romano era la pena del sacco (poena cullei).
La pena, che nel tempo subì vari cambiamenti, veniva comminata ai parricidi. Al parricida venivano fatti indossare degli zoccoli di legno (probabilmente per impedirgli di contaminare il terreno) ed un cappuccio di pelle di lupo (che voleva sottolineare l’uscita del condannato dalla società umana e civile) e condotto nelle carceri.
Dopo la fustigazione, il colpevole veniva chiuso dentro un sacco di cuoio (culleus) con un cane, un gallo, una vipera e una scimmia (ma gli animali potevano variare). Il sacco veniva poi caricato in un carro trainato da un bue nero e portato sulle rive di un fiume o del mare, dove veniva gettato.
Il rito oltre che particolarmente violento aveva forte valenza simbolica. In sostanza il parricida non solo non veniva sepolto ma prima di morire veniva privato del contatto con gli elementi: l’aria, la terra e l’acqua.
Secondo la tradizione la pena sarebbe stata introdotta a Roma da Tarquinio il Superbo per punire il decemviro M. Atinio che aveva divulgato i segreti dei sacri riti civili e, successivamente, il supplizio fu esteso ai parricidi, in quanto la profanazione dei genitori e degli dei doveva essere espiata allo stesso modo (Valerio Massimo I, I, 13; cfr. Dionigi di Alicarnasso. 4,62; Zonara, Ann. 7,11).
Per l’analisi della Pena del Sacco cfr. Eva Cantarella I Supplizi Capitali Origine e funzioni delle pene di morte in Grecia e a Roma, BUR, 2005, pagg. 215 e ss.

Autore: Michele Zazzi – michele.zazzi@alice.it

Michele Zazzi. Il demone della Tomba della Quadriga Infernale (IV secolo a.C.).

La figura in esame è riprodotta nella prima scena della tomba di Sarteano (tra la porta d’ingresso e la nicchia sinistra del corridoio) e costituisce un unicum iconografico: un personaggio, all’interno di una nuvola nera, conduce verso l’esterno della tomba una quadriga trainata da due grifoni e da due leoni alternati. ..

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Autore: Michele Zazzi – michele.zazzi@alice.it