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OVADA (AL): Aurifodine e miniere d’oro dell’ovadese (progetti di tutela e valorizzazione)

La presenza dell’oro nei torrenti dell’Ovadese è nota da tempo, ed è certo che la sua raccolta è iniziata nella più remota antichità. Particolarmente intenso è stato lo sfruttamento dei terrazzi che si sviluppavano nei tratti finali dei torrenti Stura e Gorzente e lungo tutto il basso corso del Piota, i quali sono stati completamente rimossi e, al loro posto, restano ancora estesi accumuli di ciottoli residui di lavaggi che la tradizione popolare fa risalire ai romani. I depositi di ciottoli sono in effetti del tutto simili a quelli che si possono osservare in altre parti del bacino padano, specie lungo il fronte esterno dell’anfiteatro morenico di Ivrea, che rappresentano indubbiamente la testimonianza dello sfruttamento in epoca romana e preromana di analoghi terrazzi auriferi.

Nonostante la plurisecolare opera di livellamento e di asportazione dei ciottoli, lungo i bassi corsi del Gorzente e del Piota la presenza dei cumuli è ancora osservabile con una certa contuinità, per uno sviluppo lineare di circa 12 chilometri, mentre nella parte finale del torrente Stura se ne osservano limitati lembi, in quanto i terrazzi alluvionali sono discontinui e poco estesi. I cumuli poggiano direttamente sul substrato roccioso che, procedendo verso nord, da monte a valle, è costituito prima da ultramafiti e calcescisti del “Gruppo di Voltri”, poi dai sedimenti basali del “Bacino Terziario Piemontese”. A monte sono in gran parte privi di vegetazione e possono raggiungere i 10 metri di altezza, mentre a valle sono meno elevati e coperti da una fitta boscaglia: in tutti i casi è ancora possibile osservare la disposizione in allineamenti paralleli, separati da avvallamenti diretti verso il vicino corso d’acqua attuale. I ciottoli sono molto grossolani e presentano vario grado di arrotondamento, le dimensioni variano dai 10 ai 50 centimetri e più, con totale assenza di elementi più minuti, e la composizione rispecchia quella del Gruppo di Voltri, da cui provengono, con prevalenza di ultramafiti, metagabbri, prasiniti, anfiboliti ed eclogiti.

A valle delle “aurifodinae” l’oro è ancora sporadicamente presente nell’alveo dei torrenti e tende a concentrarsi negli antichi depositi alluvionali degli stessi e, soprattutto, dell’Orba a valle delle rispettive confluenze. Il metallo è per lo più presente sotto forma di sottili scagliette, di un bel colore giallo, che difficilmente superano il millimetro di diametro e i 3-4 milligrammi di peso; i bordi sono irregolari, ma ben arrotondati, e le superfici, apparentemente lisce, all’esame microscopico appaiono sempre bugnose e rugose, a testimonanza dei molteplici episodi di trasporto; nelle parti più montane possono trovarsi rade scaglie di dimensioni maggiori, fino a 5 millimetri e oltre, spesso ripiegate una o più volte, nonché isolati granuletti arrotondati o spugnosi. Analisi eseguite su alcuni campioni dell’Orba hanno evidenziato contenuti medi del 90% di oro, 8 % di argento e 2 % di altri elementi, con prevalenza di rame.

Il contenuto d’oro nei depositi alluvionali è molto vario e raggiunge tenori medi apprezzabili soltanto in alcuni depositi terrazzati delle basse valli del Piota e dell’Orba. Localmente, nelle cosidette “punte” che si formano nell’alveo attivo durante le piene più violente, per erosione e concentrazione di materiale dalle sponde, si possono avere contenuti di alcune diecine di grammi per metro cubo di sedimento, mentre nella coltre alluvionale i contenuti medi sono di pochi milligrammi e superano raramente i 2-3 decigrammi, anche negli strati più ricchi. Le “punte” sono da sempre oggetto dell’attività artigianale di “pesca dell’oro”, ma sono quantitativamente molto limitate (uno-due metri cubi), mentre la coltre alluvionale è notevolmente estesa e, nella seconda metà dell’Ottocento e nei primi anni del Novecento, è stata localmente oggetto di tentativi di coltivazione in grande, con l’impiego di draghe. In periodo autarchico le sabbie del Piota e de

Il fondatore dell’Abazia di Materdomini in Nocera Soprana

E’ un diploma, ovvero un privilegio di concessione, di Guglielmo II detto il Buono per “divina gratia Jerusalem et Sicilie Magnificus Rex”, che ha sposato la pia Giovanna figlia di Enrico re d’Inghilterra, a gettare ampi squarci di luce sulla mitica figura di Pietro Ferrara, fondatore e primo abate dell’Abazia di Materdomini e dell’Ordine dei Monaci Bianchi in Nocera Soprana (ora Nocera Superiore in provincia di Salerno).

Da questo diploma, datato 17 luglio dell’anno del Signore 1178 e “datum in Palatio nostro Sarni”, si apprende che Guglielmo II è venuto a conoscenza che Pietro Ferrara, appellato dallo stesso re “dudum armiger Nostre majestatis strenuus” (già valoroso uomo d’arme della Maestà Nostra), a capo di altri suoi compagni, che al pari di lui hanno abbandonato l’antico mestiere delle armi, si è consacrato, anima e corpo, al culto di una miracolosa icona “Beate Virginis Matris Domini” , che si crede opera di San Luca Evangelista e dissepolta, non molti anni prima, nelle estreme propaggini del tenimento del castello di Nocera, presso Rocca.

L’accorrere di numeroso popolo, attratto dai continui miracoli che Dio vi opera per intercessione della Sacra Cona, ha spinto Pietro Ferrara, che adesso, dismesso l’antico casato, ha preso a nominarsi Pietro de Regina perché “a Regina coeli cognomen voluit accipere”, a costruire sul posto del ritrovamento della miracolosa immagine un maestoso tempio con un convento annesso, quest’ultimo sede degli umili frati addetti al culto e che formano il nuovo Ordine dei Monaci Bianchi, di cui lo stesso Pietro è stato eletto primo abate.

Proprio per assicurare la continuità e il decoro del culto della “Beate Virginis Matris Domini” nel nuovo santuario che re Guglielmo II, con il citato diploma del 1178, concede al “prefatum abatem Petrum”, e per esso all’Abazia di Materdomini, le cospicue rendite di un feudo di circa 800 ettari, che comprende le fertilissime terre racchiuse in quel grosso triangolo, che ha per un vertice la sorgente di San Mauro in località Acquafrigida e per gli altri due i casali di San Marzano e san Valentino. Questa munifica donazione reale viene confermata, con l’aggiunta di nuove concessioni, da un privilegio del gennaio 1220 dell’imperatore Federico II, a conferma di una predilezione, che durerà secoli, dei monarchi di Napoli e di Sicilia verso l’Abazia di Materdomini.

Dunque dal diploma di Guglielmo II il Buono sappiamo che Pietro Ferrara, prima di darsi alla vita eremitica in onore della Sacra Cona di Materdomini e quindi successivamente alla costruzione di un tempio per meglio diffonderne il culto, è stato un valoroso armigero sotto le bandiere dello stesso re Guglielmo, ma ciò molto prima che quest’ultimo ascendesse al trono, cui perviene soltanto nell’anno 1166. Infatti, tre anni avanti, nel 1163, come c’informa una pergamena della Raccolta Passarini, il milite Guglielmo de Ponticello, stratigoto della città di Nocera, ha donato a Pietro Ferrara un terreno, su cui sorgeranno in seguito parte delle fabbriche del santuario e del convento. In quell’anno Pietro ha già indossato un saio bianco in segno di mansuetudine, e con l’esempio della virtù, della penitenza e dell’umiltà ha cominciato a far proseliti alla Materdomini tra i rudi uomini addetti al crudele mestiere delle armi, tra quegli uomini cui un tempo non lontano era stato un capo valoroso e rispettato.

Sul periodo della vita di Pietro Ferrara, di quand’era temuto capitano d’armati, sappiamo ben poco. Il cronista Trojano Ferrara di Rocca, nel suo manoscritto sul santuario di Materdomini del 1520, per gli anni giovanili lo dice valoroso soldato, ma sregolato nei costumi. Il Rho nel suo libro “Sabati del Gesù di Roma o vero Consigli della Madonna”, edito nel 1665, e fra’ Serafino Montorio nel suo “Zodiaco di Maria – Stella 11a” dell’anno 1715, lo dicono ambedue “famoso nei fatti d’arme”.

Una cosa è

EGITTO: Materiali egiziani ed egittizzanti in Occidente (considerazioni di carattere generale).

L’espansione dei Fenici nel Mediterraneo rappresenta forse un caso unico, rispetto agli altri popoli vicino – orientali, in cui è possibile uno studio circa la loro più o meno contemporanea presenza in un’area geografica comune anche se mancano, a tutt’oggi, informazioni di attività colonizzatrici per molte città fenice, tranne per Tiro che è la sola città che le fonti citano come protagonista della diaspora mediterranea.

Tale fenomeno di diffusione non deve essere considerato coincidente con quella fase in cui Tiro si trovò nel pieno della sua potenza, cioè nel X secolo a.C. Le fonti scritte, sporadiche e tarde, sottolineavano la diaspora fenicia in Occidente come conseguenza del ritorno degli Eraclidi dalla penisola iberica ottant’anni dopo la guerra di Troia, “leggenda” nata in età ellenistica basata sull’attribuzione di una piena veridicità storica ai poemi omerici. A smentire tali dati è l’evidenza archeologica che dimostra una presenza fenicia a Kition ed area egea intorno al IX secolo a.C. e in Sicilia, Sardegna e Spagna nell’VIII secolo a.C. circa, con una tipologia insediativa che in linea generale si ripete da Oriente ad Occidente e che trova i suoi precedenti nell’area siro – palestinese. Lo spostamento di numerose persone da Oriente ad Occidente comportò diverse innovazioni, quali, ad esempio, un consolidamento delle relazioni commerciali che solo parzialmente erano state attivate nei secoli precedenti e con l’affermazione di modelli culturali proposti dai nuovi arrivati i quali favorirono un insediamento stabile e complesso, una sorta di città, che si affermò soprattutto in Sicilia, in Sardegna, in Nord Africa e nella penisola iberica.

La società fenicia era sostanzialmente suddivisa tra un settore che era alle dipendenze del Palazzo, che poggiava sull’operatività di messaggeri, funzionari e varie maestranze, e un altro, successivo, privo di collegamenti organici con l’autorità palatina. Progressivamente, essa ha la “forza” di dotarsi di una forma di stratificazione sociale più complessa e sufficiente per dare vita al fenomeno coloniale.

Relativamente al rapporto con la colonizzazione greca, i Fenici si insediarono in Sicilia prima dei Greci per poi ritirarsi in alcuni punti più strategici, come Mozia, Palermo e Soluto, in seguito ad una avanzata greca. I primi movimenti nei mari occidentali avevano come scopo principale il commercio. Tra le motivazioni che hanno spinto i Fenici alla ricerca di un mercato mediterraneo occidentale è da annoverare la chiusura dei mercati asiatici interni a seguito della conquista assira, tenendo in considerazione anche il fatto che Tiro, città che favorì la cosiddetta diaspora in Occidente, ebbe un ruolo principale nella politica assira sia con il compito di tenere sotto controllo l’Egitto sia come strumento esecutivo di un commercio a lunga distanza. L’ostilità assira, che ostacolò l’attività dei mercanti fenici ebbe, comunque, un risvolto positivo perché fece si che i Fenici si orientassero verso mercati di altre zone e ciò favorì l’acquisizione di nuovi prodotti e, viceversa, l’inserimento dei propri in nuovi empori.

La diffusione della popolazione fenicia venne a determinare uno degli aspetti senz’altro più interessanti della diaspora, cioè l’incontro tra genti e culture in conseguenza del quale si venne a creare un rapporto tale da influenzare la civiltà fenicia sotto diversi punti di vista. In questo senso si può parlare di azione di sostrato determinato dall’incontro dei Fenici con popolazioni già presenti nelle zone in cui questi comparvero, e di azione di adstrato, cioè delle culture per così dire adiacenti a quella fenicia. Un caso piuttosto complesso è rappresentato dal momento in cui la popolazione fenicia entra in contatto con quella egizia, dato che si possono applicare entrambi i termini, cioè un’azione di sostrato, nell’area siro – palestinese, e di adstrato, nell’Egitto stesso, azioni che favorirono la diffusione della cultura egizian

Giampaolo SABBATINI: Il ponte-canale di Leonardo da Vinci ad Ivrea.

da EUROPA REALE – n. 1 – gennaio 2001

Tutto il terreno posto all’interno dell’anfiteatro collinare canavesano risente ancora della presenza dell’antico lago che un tempo lo ricopriva fino al livello di 250 metri circa, trattenuto dalle colline moreniche, nelle quali la soglia emissaria della Dora, presso Mazzè, era molto più alta dell’attuale. Una leggenda (elaborata però recentemente) parla della regina Ypa, sovrana di un popolo senza terra, quello dei Canàvi, che abitavano su zattere e palafitte, ma desideravano anch’essi poter disporre di un terreno da coltivare. Per esaudire il desiderio, la regina Ypa fece approfondire la soglia emissaria del lago canavesano e la massa d’acqua defluì verso il Po, non senza richiedere un alto tributo in vite umane, poiché molti furono travolti (1).

Fin qui la leggenda, la cui base di verità è riconoscibile nella sicura presenza, fin quasi in epoca storica, di un grande lago nel basso Canavese. Di esso parla ancora il geografo alessandrino Tolomeo, la cui voce è ripresa dal cartografo Ortelius di Amsterdam, il quale, nel 1590, descrivendo la geografia del Piemonte settentrionale come pensava fosse in epoca romana, a fianco Dora Baltea annota che “ad caput huius fluminis desribit Ptolemaeus Poeninum lacum” (2). Naturalmente, il “caput” del fiume non deve essere inteso come l’attuale sorgente, come interpretava Ortelius, presso il Monte Bianco, bensì come la soglia emissaria del lago, dal quale il fiume pareva prendere origine: l’immissario (con il suo bacino montano) era poco conosciuto, od aveva un altro nome, come nel caso del Sarca e del Mincio, immissario ed emissario del Lago di Garda.

L’antico lago canavesano, invero, era molto simile al lago di Garda, ma forse più bello. Da Mazzè ad oltre Montalto Dora un grande bacino racchiudeva incomparabili scenari: la grande penisola di Masino separava i due golfi meridionali, similmente a Sirmione, che separa il golfo di Desenzano da quello di Peschiera. Nel golfo orientale giaceva, con la sua forma allungata, l’isola di Albiano e Azeglio. Nel golfo occidentale vi era la penisola di Vische, la tozza punta di Mercenasco, la splendida penisola, esile e falciforme, di Romano e Strambino.

A settentrione, nella zona di Ivrea, vi era la conca di Montalto Dora, costituente (per continuare il parallelo con il Garda) il pittoresco e corto braccio settentrionale del lago, fino a lambire Borgofranco.

Prima di aprirsi sul basso Canavese, la conca sembra volersi richiudere, piegando verso occidente, ma la montagna che la cinge ad est, scendendo verso il lago con un basso contrafforte, si sfrangia in numerose isole e isolette, oltre le quali si apre il grande bacino meridionale. Paesaggio unico al mondo: visto da sud, al pittoresco arcipelago fanno da sfondo le possenti montagne della Valle d’Aosta, mentre a est il lago è chiuso dall’affascinante e regolare profilo della Serra d’Ivrea. Se ancora esistesse, il lago canavesano sarebbe contornato da splendide ville e giardini, come gli altri grandi laghi prealpini. Avrebbe, tuttavia, un carattere unico: sarebbe ricchissimo di manieri, a Mazzè, a Masino, a Pavone, a Caluso, sull’isola di Albiano e Azeglio: un vero e proprio bacino irto di fortezze, quasi un prolungamento a sud, con caratteri lacustri, dell’anima fiera e turrita della Valle d’Aosta. Attualmente, a ricordo dei due grandi golfi del bacino meridionale, separati dalla penisola di Masino, rimangono soltanto i loro fondi: i laghetti di Candia e di Viverone. A nord, ove il basso contrafforte all’inizio della Serra si spezza per formare l’antico arcipelago, i ponti di Ivrea uniscono l’ultima propaggine del contrafforte a quella che fu la più vicina delle antiche isole, terminante nella punta di Pavone. Se il lago esistesse ancora, Ivrea si stenderebbe ad ali di gabbiano in un paesaggio talmente bello da sembrare onirico.

Qui l’anima del lago ha voluto in certo modo sopravvivere, ispirando e permettendo la co