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Antonella BORTOLATO: Qala’at Salah ad-din (Castello di Saladino).

La Siria è sempre stata una regione di notevole importanza sin dall’antichità per la sua posizione, al centro di importanti aree geografiche come l’Anatolia, la Mesopotamia, tutta l’area del Vicino Oriente, ed il Mediterraneo sul quale si affaccia in parte sul versante nord-occidentale.

È stata quindi territorio di passaggio di interi eserciti e teatro di scontri di lunghe battaglie come quelle per la riconquista, da parte di cavalieri cristiani, della Terra Santa: le Crociate.

La spedizione per la prima Crociata giunse dall’Europa alle porte dell’antica Antiochia, all’epoca compresa nei territori siriani, nel 1096, ma come ben sappiamo fu solo la prima di una lunga serie. La Siria in quel periodo faceva parte dell’impero Turco-Selgiuchide, un impero che si estendeva dall’Asia centrale all’Anatolia e a tutto il Medio Oriente, occupando i territori dell’antico impero arabo-musulmano, compresa Baghdad sede del Califfo, la cui autorità rimaneva di fatto solo nominale. Ma in realtà ogni provincia dell’impero Selgiuchide era praticamente indipendente e i membri della famiglia regnante erano totalmente assorbiti dalle loro liti dinastiche. Sarà proprio quest’ultimo uno dei problemi più gravi che ostacolerà i musulmani nel contrastare la presenza straniera. I crociati, forti dell’elemento sorpresa e delle resistenti armature di cui i musulmani deficitavano, ebbero la meglio in numerose battaglie all’inizio degli scontri, e dovette passare del tempo finchè la coalizione nemica riuscisse a riscuotere delle rivincite.

Grande figura di spicco è senza dubbio quella di Salah ad-Din Ibn Ayyub (Saladino), il quale alla testa delle truppe curde, sotto il comando di Nur ad-Din (Norandino), riuscirà a riportare Gerusalemme in mano musulmana (1187) ed a fondare una dinastia che regnerà per breve tempo nei territori Sirio-Egiziani, quella Ayyubide che prende il nome dal padre di Saladino.

In tutto il territorio Sirio-Giordano tra l’XI e il XIII secolo sorgeranno innumerevoli fortificazioni sia sul litorale siriano che nell’entroterra, ed è difficile identificarvi un unico stile a causa di quella mescolanza venutasi a creare col susseguirsi delle distruzioni e delle ricostruzioni operate in una stessa fortificazione dai nuovi occupanti.

Un notevole esempio, capolavoro di architettura crociata tutta europea, è quella del noto Krak des Chevaliers, un’impressionante monumento architettonico rimasto perfettamente integro, situato nella provincia della città siriana di Tartusa, che domina una panorama spettacolare ricco di vegetazione mediterranea. Ricordiamo anche la cittadella fortificata di Aleppo.

Ma in realtà qui si vorrebbe citare un altro esempio di architettura di epoca crociata, che, se poco conosciuto dal punto di vista turistico, lo è ancor meno da quello archeologico artistico; esso non è stato studiato in maniera approfondita nel corso dei secoli e, a mio avviso, non gli è stata data la giusta attenzione.

Durante una visita, nell’autunno del 2002, si è potuto constatare con piacere che erano in corso dei lavori di restauro, ma a causa di questi risultava ardua una corretta lettura degli ambienti del castello.

Provenendo da Al-Haffa il castello di Salah ad-Din appare, osservandolo dai colli posti sul versante settentrionale, abbarbicato su una boscosa cresta e reso praticamente inespugnabile dagli strapiombi che la circondano. La strada dalla cima poi scende a continue curve e attraversa la valle, un corso d’acqua che in fine raggiunge una profonda gola artificiale.

Questa è stata ricavata scavando un fianco del colle, separando così il castello dalla cresta principale: in mezzo al canyon vi è un pilastro monolitico, alto più di 28 m. a base quadrata e rastremato verso l’alto, che fu risparmiato dallo scavo del fossato e che aveva funzione di battiponte, ovvero serviva a ridurre la luce tra il castello e l’altra sponda della collina, una distanza troppo gra

Barbara CARMIGNOLA: Testimonianze della tecnica orafa in età romana.

I reperti di oreficeria e argenteria, i tesori rinvenuti nel territorio del Friuli-Venezia Giulia ci parlano della lunga storia di una regione che da duemila anni a questa parte, dalla fondazione della città di Aquileia che Roma volle per difendere i suoi confini settentrionali dalle invasioni barbariche, si è affermata quale punto d’incontro e fusione di popoli e culture diverse, latine, germaniche e slave.

Segnato dal patriarcato di Aquileia, dal ruolo svolto nella regione dalla Repubblica marinara di Venezia e, in anni più recenti, dal dominio della casata asburgica a Gorizia e nella città lagunare, il Friuli è patria di secoli di storia e di un patrimonio culturale non indifferente che si alimenta dal confronto tra le diverse etnie e tra i diversi culti religiosi, cattolico, ebraico, serbo e ortodosso.

Da sempre, in assenza di una ricca committenza laica, questa regione del Nord Italia ha visto crescere i suoi tesori artistici grazie a mecenati legati alla sfera religiosa. Ciò è utile a spiegare il perché del carattere prevalentemente sacro dei manufatti preziosi rinvenuti nella regione, per lo più utili all’abbellimento e all’arredo dei luoghi di culto che rappresentavano anche i principali luoghi della vita comunitaria, e serve anche a chiarire la destinazione di quella produzione orafa che si protrae almeno fino al primo settecento.

Negative ripercussioni su questa florida arte ebbero le invasioni ungare della prima metà del X secolo le cui nefaste conseguenze si risentirono finché i patriarchi di Aquileia, con il sostegno della casa di Sassonia, non risollevarono la situazione in cui versava la regione.

Il 1019 è un anno cruciale perché rappresenta la data in cui inizia, con il carinziano Poppo, il lungo periodo della successione dei patriarchi tedeschi che durerà in un modo praticamente ininterrotto fino al XIII secolo. Durante quest’epoca intensi furono i rapporti con la Germania che non poterono non influenzare, tramite la presenza sul territorio di oggetti di manifattura d’oltralpe facenti parte del corredo o del patrimonio di qualcuno, la pratica artistica che nella sua rinascenza è legata al periodo del risveglio culturale ottoniano.

Tra i reperti di origine nobile lavorati in età longobarda e carolingia che si conservano in Friuli, e in particolare a Cividale, ve ne sono alcuni degni di menzione perché esemplificativi della bellezza e della perfezione che seppero raggiungere questi uomini, spesso semplicisticamente definiti “barbari” in accezione peggiorativa in contrapposizione con la cultura di età classica, nell’ambito dell’oreficeria.

Il piccolo calice con patena conservato nel tesoro del duomo di Cividale e la coperta del salterio di santa Elisabetta collocata nel Museo Archeologico Nazionale della stessa città sono i due esempi che assumeremo a emblematica sintesi di quest’arte di epoca romanica che rappresenta un anello di quella lunga catena che dal classico porta ai nostri giorni.

Il piccolo calice ha il piede d’appoggio svasato con incise a bulino le figure dei quattro evangelisti seduti ciascuno su uno scranno nell’atto di tramandare la buona novella di Cristo. La modalità di scrittura, il pennino con cui vergano la carta, evoca la contemporanea attività dei monaci amanuensi che negli scriptoria si dedicavano alla trascrizione dei testi latini superstiti; il calice è quindi, sotto questo aspetto, anche una preziosa testimonianza indiretta di quest’antica attività.

< Sulla coppa sono saldati due piccoli manici impreziositi dalla splendida decorazione che li assimila a due tralci di uva che sorreggono le due figure bibliche di Abele e Melchisedech.

La patena ha un incavo centrale con dodici lobi che trovano corrispondenza, in un gioco di richiami interni, nei dodici lobi arcuati della sottocoppa. Nell’interno, attorno al clipeo crocesegnato con la raffigurazione della Manus dei ne

Giuseppe PIPINO: Le aurifodinae dei Salassi e quelle della Bessa.

Museo Storico dell’Oro Italiano 15070 LERMA (Al)

In due precedenti scritti sull’oro della Bessa e sulle aurifodinae di Ictumuli (PIPINO, 1998 e 2000) ho fra l’altro affermato, ed ho cercato di dimostrare, che le miniere d’oro dei Salassi non hanno nulla a che vedere con quelle della Bessa e che queste sono indicate dalle fonti come miniere di Ictumuli, con riferimento al vicino villaggio e non come appartenenti ad una presunta popolazione dei Vittimuli, della cui esistenza non si ha alcun riscontro attendibile.

Rimando ad altro scritto l’approfondimento del secondo argomento, per il quale, a seguito delle proficue discussioni con Giacomo Calleri, ho deciso di raccogliere ulteriori testimonianze. Per quanto riguarda invece il primo argomento, non credo che ci sia necessità di altre prove, ma la pervicacia con la quale alcuni autori moderni, compresi funzionari e consulenti della Soprintendenza Archeologica del Piemonte, confondono le miniere dei Salassi con quelle della Bessa, mi spingono a ritornarci e a meglio specificarlo.

Nel quarto libro della “Geografia”, dedicato alle Alpi, Strabone si sofferma sul paese dei Salassi e sulle miniere d’oro che questi sfruttavano utilizzando le acque della Dora, cosa che provocava frequenti liti con gli abitanti della pianura e diede il pretesto ai Romani per intervenire ed impossessarsene; successivamente, continua l’Autore, avendo i Salassi mantenuto il possesso delle cime, vendevano l’acqua necessaria per i lavaggi ai pubblicani romani, ma a causa dell’avarizia di questi e della velleità dei comandanti sorgevano sempre nuovi motivi per far guerra (IV, 6.7). Alla fine del primo capitolo del libro successivo, dedicato alla Pianura Padana, sostiene poi che una volta c’era una miniera d’oro anche nei pressi di Vercelli e del villaggio di Ictumuli (V, 1.12).

L’Autore greco, che scriveva agli inizi del I secolo dopo Cristo ed aveva attinto da autori precedenti (Polibio, Posidonio, ecc.), dei quali non ci sono pervenuti i passi in questione, tiene quindi nettamente distinte le due aree minerarie. La cosa era ben evidente allo storico Schiaparelli che il 12 settembre 1877, invitato da Quintino Sella ad esprimere un giudizio sul libro “Gli Ictimoli e i Bessi…” di A. Rusconi, rispondeva che a suo parere l’Autore faceva confusione fra Ictimuli e Salassi “…popoli di origine diversa e abitanti in regioni diverse” e che “…la questione delle miniere dei Salassi non debbe confondersi con quelle degli Ictimuli”: la lettera, rimasta per decenni dimenticata nel libro conservato alla biblioteca di Biella, venne pubblicata nella rivista “L’Illustrazione Biellese” nn.10-11 del 1932.

Altri due illustri storici, NISSEN (1902) e PAIS (1918), che ovviamente non conoscevano il giudizio di Schiaparelli e ritenevano del tutto uniche le discariche della Bessa, ipotizzavano nel frattempo l’identificazione delle due aree minerarie: essi erano consapevoli che non esistevano tracce della presenza storica dei Salassi al di là della Serra d’Ivrea, ma ritenevano fosse possibile per tempi antichi. La generica ipotesi, come spesso avviene, essendo stata avanzata da fonti così autorevoli venne accolta senza alcun approfondimento critico e spacciata come verità sacrosanta da molti autori successivi che, costretti a fare i conti con l’affermazione secondo la quale veniva usata l’acqua della Dora, ipotizzano errori da parte di Strabone oppure ricorrono a fantasiose ed irrealizzabili deviazioni del fiume per raggiungere l’area della Bessa. Eppure già DURANDI (1764) aveva tenuto distinte le due aree minerarie ed era giunto ad una soddisfacente interpretazione del passo di Strabone: i Salassi non avrebbero potuto derivare molta acqua e prosciugare la Dora a monte di Ivrea, dato l’infossamento del fiume, per cui “…le Miniere che da Strabone si ripongono nel Territorio de’ Salassi, sono appunto quelle, che eranvi nelle Colline inferiori ad Ivrea

Andrea ROMANAZZI: Milano, il sacro Nemeton della Grande Madre. Alla ricerca delle origini, tra strani culti e misteriosi Magi.

Le Origini, l’Omphalos e il culto della Dea Madre

Milano viene spesso considerata solo come una grande metropoli senza storia ove ogni giorno si spostano centinaia di migliaia di persone in un travolgente e caotico movimento che spesso, con il suo turbinio, sembra voler escludere il passato della città, il momento in cui un sacro Nemeton tra gli ombrosi territori insubri divenne una grandiosa città. Sarà così che, prima di parlare dei misteriosi segreti racchiusi tra le mura cittadine, partiremo proprio dalla sua mitica fondazione e dal suo stesso nome, che, come novello Virgilio, ci guiderà alla scoperta di antiche memorie sopite tra i tumulti quotidiani della metropoli. Le origini di Milano si perdono nella notte dei tempi; le prime notizie storiche della città ci vengono tramandate da Tito Livio che ne parla nel V libro della sua Storia di Roma.

“…Mentre a Roma regnava Tarquinio Prisco, il supremo potere dei Celti era nelle mani dei Biturigi [da bitu “mondo”e rix, “re” n.d.A.]; questi mettevano a capo di tutti i Celti un re. Tale fu Ambigato, uomo assai potente per valore e ricchezza, sia propria che pubblica, perché sotto il suo governo la Gallia fu così ricca di prodotti e di uomini da sembrare che la numerosa popolazione si potesse a stento dominare. Costui, già in età avanzata, desiderando liberare il suo regno dal peso di tanta moltitudine, lasciò intendere che era disposto a mandare i nipoti Belloveso e Segoveso, figli di sua sorella, giovani animosi, in quelle sedi che gli dèi avessero indicato con gli àuguri. A Segoveso fu quindi destinata dalla sorte la Selva Ercinia, a Belloveso gli dèi indicarono una via ben più allettante, quella verso l’Italia. Quest’ultimo portò con sè il sovrappiù di quei popoli, Biturigi, Averni, Edui, Ambani, Carnuti, Aulerci. Partito con grandi forze di fanteria e cavalleria, giunse nel territorio dei Tricastini. Di là si ergeva l’ostacolo delle Alpi; e non mi meraviglio certo che esse siano apparse insuperabili, perché nessuno le aveva ancora valicate (…) Ivi, mentre i Galli si trovavano come accerchiati dall’altezza dei monti e si guardavano attorno chiedendosi per quale via mai potessero, attraverso quei gioghi che toccavano il cielo, passare in un altro mondo, furono trattenuti anche da uno scrupolo religioso, perché fu riferito loro che degli stranieri in cerca di terre erano attaccati dal popolo dei Salvi. Quegli stranieri erano i Marsigliesi, venuti per mare da Focea. I Galli, ritenendo tale circostanza un presagio del loro destino, li aiutarono a fortificare, nonostante la resistenza dei Salvi, il primo luogo che essi avevano occupato al loro sbarco. Essi poi, attraverso i monti Taurini e la valle della Dora, varcarono le Alpi; sconfitti in battaglia i Tusci non lungi dal Ticino, avendo sentito dire che quello in cui si erano fermati si chiamava territorio degli Insubri, lo stesso nome di un pagus degli Edui, accogliendo l’augurio del luogo, vi fondarono una città che chiamarono Mediolanum…”

In realtà il racconto di Livio, forse a sua volta riportato dalle memorie di qualche storico locale, posticiperebbe di molto la reale data di fondazione della città, ponendola tra il 616 e il 579, il periodo in cui regnò appunto Tarquinio Prisco. La descrizione del viaggio di Belloveso inoltre, più che uno spostamento alla conquista di nuove terre, idea alquanto improbabile, sembra quasi essere la narrazione di uno spostamento rituale le cui origini troviamo nelle antiche tradizioni del nomadismo indoeuropeo e che si tenevano di solito in Primavera, nei giorni prossimi a Beltane, una delle più importanti feste celtiche. L’etimologia di “Beltane” è alquanto controversa, essa deriverebbe dal termine irlandese “bealtaine” o dallo scozzese “Bealtuinn” provenienti a loro volta dalle arcaiche parole “tene” e “bel”, la stessa radice da cui proverrebbe il nome del condottiero Bellisario e che si rifarebbe ad un antico dio gallese della pastorizia co