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Barbara CARMIGNOLA: La mano. Ponte tra l’arte Maya e la figurazione occidentale.

Mani per stringere le mani di altri uomini, per abbracciarli e minacciarli; mani per rendersi fratelli o nemici, per toccare il mondo ed entrare in relazione con esso. Mani per dare vita ad opere d’arte ed oggetto di opere d’arte. Chi da bambino non ha lasciato la propria impronta su un foglio di carta tracciando il profilo delle proprie dita distese sul tavolo? Dalle pareti delle caverne preistoriche uomini che furono e non sono più ancora ci salutano con i loro palmi imbevuti di ocra. L’arte figurativa dell’occidente europeo e l’arte Maya dell’America precolombiana sono accomunate dal gesto che, nelle sue pur palesi differenze espressive, si impone quale mezzo di comunicazione nelle immagini.

Martin Brennan, studioso di comunicazione visiva si è interessato nei suoi viaggi compiuti in Messico di arte rituale e iscrizioni rupestri preistoriche giungendo a mettere in rapporto il linguaggio dei segni dei pellerossa con i geroglifici maya. Scrive Brennan: “Una tradizione degli Arapaho, il cui territorio si estendeva attraverso il Nebraska, il Kansas, il Colorado, ci narra che il creatore di tutte le cose, l’Arapaho originale, insegnò agli indiani a “parlare con le mani”. Il capitano W.P. Clark, del 2° Cavalleria dell’esercito degli Stati Uniti, interrogò Falco di Ferro, un capo Arapaho, sull’origine dei segni manuali. Il capo rispose: “Il linguaggio dei segni era il dono del Grande Spirito. Egli ci diede il potere di parlare con le mani e le braccia e di inviare informazioni a distanza con lo specchio, la coperta e il cavallo”. E’ quindi evidente che per gli indiani il linguaggio dei segni è una cosa sacra”.

Poiché il linguaggio dei segni pellerossa è ben documentato e di uso corrente e poiché questo linguaggio è originario del Messico, Brennan, studiando la pittografia del loro sistema gestuale e adoperando come trampolino di lancio le teorie di Mallery, ha ritenuto di poter penetrare i misteri degli sconosciuti simboli di mani che compaiono nell’arte maya.

I Maya, affidando alla scrittura valenza magica, deificarono oltre al tempo e ai numeri anche la fonetica del loro sistema di scrittura preferendo rappresentare il dio di un dato suono più che un semplice fonema: le mani rappresentate nell’arte maya parlano, apportano dei valori fonetici, evocano dei suoni atti a comporre la parola yich, che ad un livello letterale si riferisce allo scrivere o al dipingere sulla superficie dei vasi, dove questo glifo appare frequentemente. L’artista può servirsi di due o tre glifi per evocare la stessa parola. Il segno della mano, ad ogni modo, laddove viene apposto, sta a denotare la sacralità.

Nell’Illinois è stato ritrovato un disco di pietra appartenente alla cultura Hopewell, fondata dai costruttori di tumuli, che fiorì tra il 300 e il 700 d.C. Sul disco, simboleggiante il Sole o il Cerchio sacro ad esso, è presente l’incisione di una mano, la destra, innalzata in atto di supplica all’astro che illumina e riscalda la Terra.

L’immagine di una mano di 25 cm di larghezza, incisa su una lastra di mica, fu ritrovata seppellita accanto al corpo di un indiano Hopewell in Ohio.

Il ruolo della mano nell’arte maya è inoltre testimoniato dalla maschera di pelle dei Zuni Pueblo che rappresenta Anahoho Kachina, ossia il Messaggero degli Dei. L’artista indiano, in questo caso, usa la mano per simboleggiare la comunicazione con il mondo superno. Questo stesso messaggio sarà veicolato da una mano riprodotta su un muro di roccia o su un oggetto rituale. Oltre a questa valenza molti altri sono i significati che si possono attribuire alla mano in un racconto pittografico maya: nell’incontro con i membri di una tribù amica riveste un semplice senso di saluto; in una scena di combattimento o posata su un cavallo da guerra indica l’atto di aver ucciso un nemico a mano nuda.

E’ da sottolineare come estrema importanza nell’arte maya sia affidata all’indice, anch’esso un simbolo deriva

Orazio FERRARA: La marineria etrusca. Un delfino per nume tutelare.

“Subito da una nave dai bei fianchi, velocemente apparvero pirati sul mare di colore scuro: erano Tirreni. Li guidava un cattivo destino …” così l’ ”Inno a Dioniso“ attribuito dagli antichi ad Omero.

La fama di pirati perseguiterà poi i Tirreni o Etruschi per tutto l’arco della loro storia. Fama certamente non usurpata, ma della cosa, d’altronde, non sono immuni tutte le altre marinerie dell’epoca, per le quali il mestiere di pirata non è considerato infamante. Anche se occorre aggiungere che, ad un più attento esame, scopriamo trattarsi il più delle volte, non di veri e propri atti di pirateria, ma di azioni di guerra da corsa. Quest’ultima riceverà una sua legittimità soltanto in tempi abbastanza recenti ( sec. XVI d.C.).

Nell’ “Inno a Dioniso“ l’espressione “una nave dai bei fianchi” ci rivela che, fin dagli albori della civiltà, avviene l’identificazione della nave con un essere vivente dal corpo umanizzato, in particolare femminile. L’innamoramento dei marinai di ogni tempo per la propria nave ha dunque radici assai antiche. Con la medesima espressione il poeta ha voluto anche implicitamente, magnificare il lavoro dei carpentieri nel costruire una giusta curvatura al fasciame dello scafo per una sua migliore tenuta in mare.

Il citato inno continua poi a narrare come questi pirati tirreni catturassero il dio Dioniso, figlio di Sèmele. Ma mal gliene incolse, perché il dio irato li tramutò immediatamente in guizzanti delfini. D’allora questo animale fu sempre sacro alle genti di mare etrusche, che, ogni qualvolta ne scorgevano qualcuno guizzare in eleganti piroette davanti alla prua della loro nave, consideravano ciò di buon auspicio, in quanto in quel momento un antenato li guidava sulle insidiose strade del mare. E il simbolo del delfino guizzante appare in molte pitture parietali di tombe etrusche ad indicare che il proprietario aveva corso l’azzurra avventura sul mare.

Che la pirateria etrusca non fosse soltanto frutto delle malevoli insinuazioni dei greci, lo conferma lo storico tedesco, Mommsen, che fa risalire proprio ai marinai etruschi l’invenzione dell’uncino, che è poi l’arnese classico per arrembare una nave avversaria.

Alla marineria etrusca si deve poi, secondo Plinio, l’abbandono delle arcaiche ancore di pietra e l’adozione di nuove ancore, molto più funzionali, in piombo con robusto scheletro in ferro. L’attribuzione di Plinio agli Etruschi dell’invenzione dell’ancora con marre, contromarre e ceppo ha trovato conferma con il ritrovamento archeologico appunto di un ceppo d’ancora in piombo, il più antico che si conosca, tra i resti del relitto di una nave etrusca, datata al VI sec. a.C. ed affondata al largo di Capo d’Antibes.

Nel bacino orientale del Mediterraneo dei tempi omerici dunque i Tirreni sono abili navigatori che imperversano in quel mare con agili navigli, come confermano altri storici greci, tra cui Ellanico di Lesbo. Essi comunque hanno già fatto la loro comparsa al tempo delle incursioni dei Popoli del Mare contro la terra dei Faraoni.

Nell’ultimo quarto del II millennio a.C. l’Egitto deve fronteggiare ripetuti tentativi d’invasione da parte di popolazione, che provengono dal mare. In quel tempo la tecnica marinaresca ha già raggiunto un sufficiente grado di sviluppo, tale da permettere lo spostamento, per via mare, di interi gruppi etnici.

Sono i Faraoni Merenpthah (1224-1214 a.C.) e Ramses III (1918-1166 a.C.) a fermare prima e respingere poi quello strano ed esplosivo miscuglio di avventurieri e pirati di razze diverse, che passeranno alla storia con il nome di Popoli del Mare.

Un dettagliato elenco di queste popolazioni lo forniscono gli scribi egiziani, che cantano le lodi dei due faraoni vittoriosi. Apprendiamo così trattarsi di Derden, Luka, Akawasha, Tursha, Sheklesh e Sherden. Dietro questa grafia si riconoscono, a giudizio concorde di molti autorevoli studiosi, nomi a noi familiari: Dardani, Lici, Achei,

Gianpaolo SABBATINI: Il nome della Sardegna.

Appunti per risolvere un mistero dell’antichità: i “popoli del mare”, civilissimi e feroci guerrieri.

Ho nuovamente letto un interessante e lungo articolo apparso sul quotidiano “La Repubblica” del 1° agosto 1999 dal titolo “Sardegna, un giallo di tremila anni fa. Sulle tracce dei misteriosi e terribili Shardana”. L’articolo – a firma di Sergio Frau – mi ha suggerito alcune ipotesi che vorrei far conoscere. In esso si presentavano riassuntivamente alcune conclusioni cui sarebbe giunto il prof. Giovanni Ugas dell’Università di Cagliari, conclusioni antitetiche – su un argomento fondamentale – rispetto a quelle, considerata assodate e non discutibili, del prof. Giovanni Lilliu, massima autorità riconosciuta in quel campo.

Pur con tutte le limitazioni che un articolo riassuntivo e largamente divulgativo può comportare, le due posizioni paiono potersi così riassumere: “ I Sardi hanno sempre diffidato del mare e sono vissuti nella loro isola quasi fossero dei prigionieri” (prof. Lilliu) e “i Sardi sono stati grandissimi navigatori, il cui nome – Sardana o Shardana – si riscontra in tutto l’antico Mediterraneo, prevalentemente orientale, ma anche occidentale, nelle Baleari e in Catalogna” (prof. Ugas).

Orbene, ho notato, in quella che viene indicata come la visione del prof. Ugas, una certa equivocità fra il dato archeologico, quello antropologico, quello linguistico e quello etnico, dati che invece assumono significato univoco esclusivamente nel loro campo. Soltanto dopo che il significato univoco è stato individuato e fissato, può cercarsi la sua valenza in rapporto agli altri campi.

In quell’articolo si leggeva, per esempio, che gli abitanti più antichi della Sardegna – i Barbaricini (= piccoli Barbari) – all’esame del DNA sono risultati “Caucasici”: questo dato vien posto come tassello a sostegno della tesi che i Sardi più autentici sono venuti dal Medio Oriente (il Caucaso non è forse ad est?), dal quale provenivano, appunto, i Sardana o Shardana.

Chiariamo i termini: se “caucasico” significa ciò che usualmente si dice di “razza bianca”, non vi è dubbio che caucasici siano tutti i popoli del Mediterraneo, indipendentemente dal gruppo linguistico (e non razziale!) semitico, camitico, giapetico – o addirittura precedente questi gruppi – al quale appartengono. Se con il termine “caucasico” si fa invece riferimento alla similitudine con i più antichi abitanti del Caucaso ancor presenti (Georgiani e loro affini) – e cioè popoli preindoeuropei – effettivamente una similitudine nel patrimonio genetico (attualmente non più in quello linguistico) è assai logica: i Sardi, come i Baschi e come i Georgiani, precedono la sopravvivenza delle etnie indigene più antiche (nel caso dei Baschi e dei Georgiani, anche delle lingue), tant’è che i Romani chiamavano Hispania o Iberia sia la penisola iberica, sia il Caucaso. In tal caso, però, non vi sarebbe alcuna parentela con i Sardana o Shardana storici, popolo anatolico occidentale.

La chiave per comprendere i rapporti fra il nome della Sardegna e le etnie presenti sul Mediterraneo si trova in realtà nell’antico Egitto, ove il nome dei “popoli del mare” viene indicato come Sardana o Shardana, Tursha o Turusha, Ipotizzando che tali nomi indichino uno stesso popoli (quantomeno dal punto di vista dell’affinità etno-culturale nella coscienza di chi usa la denominazione) ed ipotizzando altresì che Sardana o Shardana sia quello più utilizzato dai Fenici, può notarsi come i Fenici abbiano occupato solo marginalmente ed in un tempo successivo la parte prevalentemente meridionale e costiera della Sardegna, mentre tutta l’isola era precedentemente occupata (non in senso etnico, bensì politico-militare) da alcuni “signori della guerra”, che avevano sottomesso ed organizzato gli originari abitanti preindoeuropei, radunandoli intorno a piccoli castelli (talvolta anche grandi) eretti usando una tecnica localmente non sconosciuta ed applicandola secondo le nuove

Gianpaolo SABBATINI: L’antico lago di Alpignano.

Una leggenda veritiera, rivisitata descrittivamente ed attualizzata in senso faceto.

Tutto è cominciato con la vittoria dei Romani. I Romani erano maestri nel prosciugare laghi: forse perché i loro, quelli laziali, non erano granché leggiadri: rotondi, sponde piatte o al massimo collinose, se non c’era qualche opera d’arte ad abbellirli (ed a quei tempo molte delle località poi onuste di storia e di arte non c’erano ancora) erano proprio bruttini. Era meglio trasformarli in terreno ben riquadrato e coltivabile. Uno dopo l’altro sparirono il lago di Rieti (Velino), il lago marsicano (Fùcino, che poi si prese una rivincita comparendo ancora, in tarda età romana, malaticcio e paludoso, e tale rimase fino alle moderne bonifiche), nonché altre zone umide o lacustri minori, delle quali si ha poca o nessuna notizia.

La stessa logica i Romani la applicarono anche dove non avrebbero dovuto: il Piemonte (allora Gallia Cisalpina). Il Piemonte, infatti, possedeva i due laghi prealpini più belli che la natura avesse creato, uno dei quali, vicinissimo al luogo ove poi sarebbe sorta Torino, era orientato nel senso dei paralleli: il sole sorgeva e tramontava lungo il suo asse maggiore, creando stupende tonalità di luce, che in parte ancora sembrano voler rivivere in certi crepuscoli dorati e lunghissimi, tipici della città.

Torino non c’era ancora e i Romani, attestandosi all’imbocco delle grandi valli, alla ricerca di zone facilmente presidiabili contro le possibili invasioni di oltralpe, si accorsero che il lago formato dalla Dora Riparia (si estendeva da poco a monte dell’attuale Sant’Ambrogio fino all’anfiteatro collinare di Rivoli e Alpignano) poteva fare la fine del lago Velino ed essere eliminato, lasciando allo scoperto vasti terreni coltivabili, liberi da foreste, allora presenti, insieme con acquitrini, in tutta la valle padana. Una leggenda alpignanese, di cui porta notizia anche la “guida rossa” Touring di Torino e Valle d’Aosta (1), narra che i Romani, abbassando artificialmente il letto della Dora in quel di Alpignano, provocarono lo svuotamento di una conca lacustre che arrivava oltre Avigliana: è il lago di cui, appunto, vado parlando.

Quando c’era non esisteva ancora il partito dei verdi e i (pochi) disastri ecologici, specialmente se in casa dei vinti, potevano essere programmati ed eseguiti senza opposizioni.

Al giorno d’oggi i Torinesi, dimentichi del loro lago, non sanno che cosa hanno perduto (2). Provo a spiegarlo. Innanzitutto bisogna tener presente che un grande lago, prima ancora che acqua, è luce, è clima, è brezza dolcissima e frequente, è anima. L’acqua, poi, rispecchiando il cielo, valorizza ogni anfratto, ogni punta, ogni roccia: il più piccolo e banale dei profili collinari, specialmente se impreziosito da qualche cipresso, due o tre cedri, un querciolo qualsiasi piegato dal vento dominante, diventa estremamente scenografico e si presenta cangiante e diverso a seconda dell’ora del giorno, della distanza, dell’angolo visuale. Le montagne, poi, anche se in secondo piano, appaiono incombenti e protettive, scena e quinte di un teatro possente e familiare, che le mutevoli stagioni dipingono sempre del colore più adatto. L’acqua, la luce, il vento generano un microclima che favorisce la crescita di specie floreali e di piante quasi esotiche, mentre innumerevoli stormi di uccelli rallegrano il cielo e riempiono di canti i giardini.

Il lago di Alpignano ed Avigliana (lo voglio chiamare così, anche se l’attuale lago Grande di Avigliana è soltanto il piccolo residuo del suo golfo sud-occidentale) era tutto questo: quando venne vuotato c’era forse soltanto qualche piccolo nucleo di località abitata sulle sue rive; il paesaggio naturale, però, c’era tutto. Anche più tardi le località abitate si sono schierate grosso modo sulle due sponde, forse timorose di offendere l’anima, che fino all’ottocento riusciva ancora a farsi intuire con vaste zone paludose e terreni