Il sito Sutton Hoo (la parola “hoo” significa “sperone di una collina”), si trova lungo il fiume Deben che attraversa il villaggio di Bromeswell del Regno Unito, nella contea di Suffolk, e non lontano dalla città di Woodbridge. Esso, posto su un terreno abbastanza elevato con i dintorni disseminati di brughiere e paludi, è caratterizzato dalla presenza di due cimiteri anglosassoni risalenti ai secoli VI e VII.
Di queste due necropoli, il Sutton Hoo Cemetery è conosciuto già da molto tempo, individuato dall’esistenza di diciotto tumuli funerari, che emergono di poco sulla superficie del suolo della collina e che ne denunciano la presenza; l’altro, invece, posto a circa mezzo chilometro dal primo, si è scoperto e parzialmente esplorato solo a partire dal 2000, in occasione dei lavori preparatori effettuati per la costruzione della Exibition Hall; infatti, i cumuli, che avrebbero denunciata la sua presenza, erano stati da tempo livellati per fare spazio alla coltivazione agricola.
Quando Sutton Hoo fu scoperta, la proprietaria del terreno del primo cimitero era la signora Edith May Pretty, che vi si era insediata con il marito nel 1926. Stando a quanto era stato riferito da un abitante della zona nel 1900, quei cumuli contenevano “oro segreto”. Questo racconto invogliò un nipote della Pretty, che fra l’altro era un rabdomante, a verificare quanto di vero ci fosse in quel discorso ed è stato riportato che egli trovò segni che effettivamente in quel sito potesse essere oro. Incuriosita, nel 1937, Edith volle vedere fino in fondo cosa ci fosse di vero, per cui, rivoltasi al curatore dell’Ipswich Museum Pretty, ebbe la dritta per interpellare un certo Basil Brown di Suffolk, pure lui proprietario terriero, il quale, dopo essere andato in fallimento, lavorava a tempo pieno nelle ricerche archeologiche in siti romani per il museo.
Così, nel 1939, Brown, con l’aiuto di tre lavoratori, iniziò a scavare nei tumuli del cimitero, trovando che diversi erano stati già saccheggiati e si stava pensando di mollare il tutto; ma Edith chiese che si approfondisse la conoscenza del cumulo 1 e ciò fu veramente provvidenziale, giacché, dopo risultati deludenti, finalmente furono trovati rivetti d’acciaio che consigliarono di proseguire la ricerca; infatti, si trovò quanto restava di non putrescibile di una nave, contenente un notevole carico di manufatti di grande valore artistico e archeologico, che per le sue dimensioni e per il suo stato di conservazione è da ritenere uno dei più importanti ritrovamenti avvenuti nel Regno Unito sia storici sia culturali.
Ciò che resta della nave, realizzata in legno di rovere, è lungo circa 27 metri, larga attorno ai 4,40 e con un pescaggio sul metro e mezzo; la prua e la poppa sono appuntite e rialzate. I cercatori sono stati in grado di ricostruire quale fosse la sua forma originale. La struttura dello scafo era formata, a partire dalla chiglia, da nove assi per lato, sovrapposti fra di loro e tenuti insieme da rivetti metallici. L’intera costruzione era rafforzata da ventisei telai di legno, più abbondanti andando verso la poppa, forse per rinforzare la struttura soggetta agli sforzi prodotti dal grande remo necessario per governare il natante; inoltre, sono stati rilevati segni dovuti alla manutenzione e gli scalmi sagomati dei remi alle estremità anteriore e posteriore della nave; questi mancavamo nella parte centrale, perché si sono dovuti togliere per realizzare la camera funeraria; e, supposto che avessero tutti la stessa distanza fra di loro, vorrebbe dire che i rematori potevano essere una quarantina.
Per sistemare la nave nella sua sede definitiva, si era provveduto a tirarla in secco dal fiume in cui galleggiava, trasportarla fino alla collina e finalmente depositarla nell’incavo escavato per lei sul terreno; il tutto, naturalmente eseguito con grandi difficoltà, essendo il natante pesante diverse tonnellate e con il pericolo che finisse a pezzi.
Qui, nei primi anni del VII secolo, fu interrata, lasciando in vista solamente la prua e la poppa, che erano circa quattro metri più in alto della parte più bassa dello scafo. Ciò che formava il ponte, l’albero, se c’era, ed i banchi furono asportati, lasciando libero il posto centrale per sistemarvi la camera funeraria, di 5 metri e mezzo. Questa aveva come pareti laterali i bordi della nave e longitudinalmente due pareti in legno, mentre era ricoperta con un tetto, forse inclinato.
All’interno della camera sepolcrale, che non aveva avuto visite indesiderate, fra i vari reperti non si trovarono resti del defunto, per cui si pensò che si trattasse di un cenotafio, cioè di una tomba vuota, ossia di un monumento sepolcrale costruito per qualche importante ed illustre personaggio senza la sua presenza fisica. Però, approfondendo gli studi, ci furono alcune considerazioni che fecero sorgere dubbi su questa ipotesi.
Infatti, partendo dal presupposto che la natura del terreno in cui si trovava la nave è tale da dissolvere le ossa e osservando la disposizione del corredo funebre, è venuto da pensare che agli inizi un corpo ci fosse e che poi piano piano si sia dissolto; e tale ipotesi trova conferma pure nella presenza di fosforo nel punto in cui un corpo poteva giacere sopra o dentro una struttura a forma di catafalco lunga 2,7 metri. Più tardi, il tetto crollò, comprimendo il tutto sotto un pesante strato di terra.
E l’epocale ritrovamento avvenne proprio dove la signora aveva stabilito di scavare l’anno precedente, con sua grande soddisfazione.
Questa scoperta fece scalpore e invogliò Charles Phillips dell’Office Works dell’Università di Cambridge ad approfondire quanto udito in merito, perciò si rivolse al curatore dell’Ipswhich Museum, Maynard, che lo accompagnò a Sutton Hoo. Fu una piacevole sorpresa per lui, che si adoperò per procedere agli scavi nella camera funeraria, dopo essersi messo d’accordo con il British Museum, lo Science Museum e l’Office of Works e dopo aver messo insieme il gruppo di cui facevano parte W.F. Grimes, O.G.S. Crawford Stuart, Peggy Piggot e altri ancora, mentre Basil Brown continuava a ripulire quanto restava della nave.
Oltre all’importanza del ritrovamento per se stesso, è da considerare che esso consentì di fare luce su molti degli avvenimenti che si sono verificati in un’epoca della storia britannica, che non era chiara fino in fondo, quando mito e realtà non erano separati da confini netti.
Durante i lavori di scavo effettuati verso la fine del mese di giugno del 2016, gli archeologi ricercatori e restauratori del Time Team, del National Trust e del FAS (Field Archaeology Specialists) Heritage, fra gli oggetti ritrovati, hanno reperito i pezzi di un secchio di rame (Secchio di Sutton Hoo o Bromeswell Bucket, per noi Secchio di Bromeswell), di grande valore storico e culturale, costruito circa 1.500 anni fa; forse è più vecchio della nave di un centinaio di anni. E alla fine fu reso possibile comprendere quale fosse il suo uso. Esso da una parte fece meglio capire quale fosse la cultura anglosassone di quei tempi, e dall’altra fu di aiuto nella comprensione dei rapporti culturali e commerciali con altre civiltà.
Ma purtroppo, il sentore che stava per scoppiare la guerra, fece ridurre gli scavi al lumicino. Intanto, ciò che era stato raccolto, dopo essere inviato a Londra, fu riportato a Sutton Hoo, dove fu tenuta un’inchiesta, alla fine della quale si decise che ciò che era stato recuperato era di proprietà della signora Pretty; questa, generosamente, li regalò allo Stato, guadagnandosi il rigranziamento ed i complimenti di tutti.
Gli studi sul secchio durarono decenni sui frammenti del 1986, poi del 2012 ed infine del 2024, durante gli scavi previsti ed eseguiti nel programma Time Team, con la collaborazione del Natrional Trust e di FAS Heritage, unendo la parte intatta e tutti i frammenti recuperati nelle diverse occasioni ricordate, che mostravano zampe di animali, scudi e volti umani, alla fine il secchio fu quasi del tutto ricostruito e completato. Ciò consentì agli studiosi di potere finalmente avere la risposta tanto a lungo agognata. Infatti, analizzando attentamente i resti contenuti nel secchio, sono stati individuati i resti i frammenti ossei di un cranio e di ossa di una caviglia: per tutto questo, si concluse che la funzione del secchio era funeraria, e perciò si trattava dei resti di una persona certamente di alto lignaggio. Quindi, quel contenitore era il più antico noto che serviva in un rituale anglosassone di cremazione.
Secondo il giudizio dell’archeologo del National Trust, Angus Waneright, era ora che si fosse giunti a dirimere quel dubbio che aveva assillato gli studiosi per parecchi anni. Dello stesso parere fu Helen Geake esperta di cultura inglese del Tie Team. Olttre a resti umani, furono trovati anche quelli di un cavallo, che hanno fatto pensare che il defunto fosse di elevato lignaggio.
La parte principale è visibile a Sutton Hoo, prestato all’Annie Tranmer Charitable Trust, mentre la base ed il pettine non bruciato trovato all’interno del secchio, sono rimasti a disposizione per studi futuri.
L’oggetto è un recipiente in lega di rame, ornato da scene di caccia sicuramente riguardanti l’Africa settentrionale. Le lettere individuate denunciano la sua origine turca e probabilmente esso proveniva da Antiochia; questa è, almeno, l’interpretazione dovuta al comunicato stampa del National Trust. Questo oggetto sembra aprire uno spiraglio nelle conoscenze in merito ai rapporti dell’Inghilterra con il mondo medio orientale sia culturali sia commerciali.
Il reperto è di fondamentale importanza nei riguardi della conoscenza della storia anglosassone, mentre gli oggetti ritrovati aiutano a conoscere le abitudini e la religiosità dei popoli del tempo passato.
La studiosa Helen Gittos ed il curatore del British Museum di Oxford, St John Simpson, sono del parere che una parte dei reperti recuperati a Sutton Hoo, oltreché dai siti di Taplow e Prittelwell e da altri ancora, provengano da territori che si affacciano sul Mediterraneo o della Siria settentrionale; secondo loro, si tratta di oggetti personali e dracme d’argento di tipo commerciale tradizionale.
Una volta svuotato il cumulo, il suolo fu tutto livellato per proteggerlo contro malintenzionati. Tutto il corredo funebre fu provvisoriamente conservato in un capannone ed il sito Sutton Hoo fu utilizzato come campo di addestramento per mezzi militari. Nel 1940, Phillips e colleghi pubblicarono quando da loro fatto e recuperato.
Fra il 1965 e il 1971, ci fu l’intervento di Rupert Bruce-Mitford, che guidò un nucleo di ricerca di Sutton Hoo del British Museum, riaprì il cumulo 1 per chiarire diversi dubbi e di quell’occasione approfittò per fare un calco della nave in fibra di vetro. Fatto questo, il tumulo fu riportato alle stesse condizioni del 1939.
Intanto erano intervenuti tre personaggi del gruppo di conservazione del British Museum, Harold Plenderleith, Herbert Maryon e Nigel Williams, che fecero un grande lavoro di ricerca, analisi scientifica ed interpretazione di quanto ritrovato, mettendo insieme tanto materiale da scrivere tre volumi che furono pubblicati rispettivamente negli anni 1975, 1978 e 1983.
In quella camera funebre che, si ripete, non era stata mai violata, era un corredo funebre ricchissimo, formato da tantissimi oggetti preziosi e per la casa, per i riti, per la guerra, che avrebbero fatto la gioia e, forse, la fortuna di qualche antiquario che avesse avuto intenzione e la possibilità di aprire un negozio specifico, sempre che fosse riuscito a ottenere la licenza per venderli.
Autore: Mario Zaniboni – zamar.22blu@libero.it