VIVE DE’ SUOI TRAVAGLI. DONNE, LAVORO E FAMIGLIA NELLA TORINO DI ANCIEN REGIME

Introduzione della tesi di in Storia economica, anno accademico 1999-2000, relatore professor Luciano Allegra

Oggetto di questa ricerca è il lavoro delle donne nella Torino di fine ancien régime.
Il lavoro delle donne come area di ricerca storica ha avuto, negli ultimi trent’anni, grande fortuna. Se è vero che “si fa sempre la storia del presente”, è ovvio leggere, nell’interesse storiografico per il rapporto tra donne, lavoro e famiglia, il riflesso di un secolo che “ha (..) scritto la storia dell’ingresso imponente delle donne nell’istruzione e nel lavoro dipendente” .

La bibliografia in merito è immensa, a partire dai classici anglosassoni di Alice Clark e Ivy Pinchbeck , che all’inizio del secolo hanno segnato il risvegliarsi dell’interesse al riguardo; ma lo sviluppo più notevole delle ricerche sul lavoro femminile risale all’ultimo quarto di secolo: l’affermarsi, a livello accademico, della storia delle donne come disciplina ha determinato un notevole impegno storiografico intorno all’esame della posizione occupata dalle donne nell’economia nei secoli passati. Il ventaglio di problemi e domande affrontato è stato molto ampio: dalla presenza numerica sul mercato del lavoro, al rapporto tra strategie familiari e strategie lavorative, al posto occupato dal lavoro nella costruzione dell’identità femminile.

Tuttavia, nonostante il notevole impegno profuso nella ricerca, i problemi lasciati irrisolti sono ancora numerosi. Pare estremamente difficile fare luce sul lavoro delle donne, che continua a sfuggire a definizioni precise, e il fatto che tra le sue caratteristiche fondamentali ci siano la scarsa formalizzazione e la labilità dei confini tra lavoro e non lavoro (intendendosi, con quest’ultimo, il lavoro di cura) sembra talvolta giustificare una certa vaghezza nell’argomentazione, che si nutre di affermazioni le quali non vengono poi suffragate da fatti concreti. Il lavoro delle donne viene così definito “flessibile” o “legato al ciclo di vita”, ma è molto difficile dare spessore a tali considerazioni, che rimangono spesso sospese nel limbo delle buone intenzioni storiografiche.
Le lacune tematiche sono ancora notevoli: studiare il lavoro delle donne ha spesso significato limitare l’attenzione alle “donne sole”, nubili o vedove, che più frequentemente compaiono nella documentazione. Molte delle difficoltà che incontra la storiografia nel definire in modo adeguato il lavoro femminile sono infatti imputabili alla reticenza, se non al silenzio, delle fonti. Quelle più tradizionalmente utilizzate per determinare numero e composizione della popolazione attiva, ad esempio le fonti censuarie, dagli stati delle anime ai moderni censimenti, tacciono troppo spesso sulle occupazioni femminili. I compilatori, parroci o funzionari statali, classificavano generalmente le donne esclusivamente in funzione del loro stato civile, come vedove, nubili o maritate: solo le serve residenti con i padroni venivano quasi sempre definite secondo la loro occupazione. Le sole, al di fuori delle serve, a cui talvolta venisse attribuita un’attività lavorativa erano appunto le “donne sole”, nubili o vedove. Erano le coniugate a passare maggiormente sotto silenzio come lavoratrici, e con loro le figlie nubili ancora conviventi con i genitori.

Al silenzio delle fonti ha fatto seguito il silenzio della storiografia: il fatto che “nelle attività organizzate a livello familiare, come quelle degli artigiani (…) il lavoro delle figlie e soprattutto delle mogli, pur assumendo in non pochi casi una grande importanza” rimanesse “invisibile e senza riconoscimenti giuridici” ha come diretta conseguenza la scarsa attenzione della ricerca per il lavoro delle donne sposate, che viene spesso liquidato come semplice compartecipazione all’attività del marito. Lo stesso vale per le giovani nubili che non andavano a servire: non sapendo molto di loro, ci si limita a ipotizzare la loro collaborazione all’economia familiare.

Quello dell