Roberto PETRIAGGI:Tecniche innovative per restaurare sott’acqua.

Tecniche innovative per restaurare sott’acqua. I recenti esperimenti condotti dal Nucleo subacqueo dell’Istituto Centrale per il Restauro.

Nel settembre scorso, presso il Parco Archeologico sommerso di Baia (Bacoli-NA), si è svolto il 2° cantiere sperimentale di restauro subacqueo di strutture archeologiche sommerse. Progettista e direttore dei lavori è stato Roberto Petriaggi, direttore del Nucleo per gli interventi di archeologia subacquea dell’Istituto Centrale per il Restauro, che già nel 2001 aveva avviato analoga sperimentazione presso la Peschiera romana di Torre Astura (Nettuno-Roma), grazie alla disponibilità e alla collaborazione della Soprintendenza per i Beni archeologici del Lazio e della Direzione del Poligono Militare di Nettuno.

Anche in questo caso, è stata preziosa e indispensabile la cooperazione della Soprintendenza Archeologica per le Provincie di Napoli e Caserta, che ha messo a disposizione una porzione di area archeologica e ha offerto il contributo degli operatori del proprio nucleo subacqueo, permettendo ai tecnici dell’ICR di ampliare, con questo intervento, le esperienze precedentemente acquisite. Oggetto della sperimentazione di quest’anno è stato quello di testare nuovi strumenti e tecniche operative sulle strutture di un ambiente con mosaico pavimentale, facente parte dell’edificio denominato “Domus con ingresso a Protiro“, non distante dalla più celebre Villa dei Pisoni. Il pavimento si presentava fortemente degradato, con una macroscopica infestazione da parte di agenti biologici marini e in grave dissesto strutturale per il cedimento del massetto di fondazione.

Le fasi di lavoro, che hanno visto impegnati gli esperti dell’Istituto coadiuvati dai colleghi della Soprintendenza coordinati dal dr. Paolo Caputo, possono essere suddivise in quattro momenti principali: valutazione dei parametri ambientali; diserbo e pulitura delle superfici architettoniche; riempimento delle lacune del mosaico e ripresa dei paramenti murari; consolidamento e risanamento del dissesto strutturale del pavimento.

Per la pulitura delle superfici, oltre agli strumenti tradizionali già utilizzati a Torre Astura, è stata impiegata per la prima volta una microfresa pneumatica per abradere i residui carbonatici degli organismi marini su superfici particolarmente delicate, quali quelle delle tessere musive e degli affreschi.

A Torre Astura, per l’erogazione delle malte di allettamento e di consolidamento strutturale erano state impiegate sacche di tela impermeabile di forma conica.

A Baia è stato utilizzato anche un prototipo di erogatore subacqueo di malta a pressione, costituito da un serbatoio di acciaio inox alimentato da una bombola di aria.

Una pistola a ugelli intercambiabili di vario calibro, manovrata dal restauratore, permette di
rilasciare il giusto quantitativo di malta per ogni esigenza, sia che si tratti di colmare una profonda lesione, sia che si debba intervenire nel riempimento di una lacuna. Al termine dell’intervento le strutture sono apparse libere dagli infestanti biologici, risarcite delle lesioni e delle lacune e perfettamente leggibili, sia per lo studioso, sia per i visitatori.

E’ ovvio che tale situazione non è destinata a protrarsi nel tempo perché, in assenza di provvedimenti per contenere l’aggressione degli organismi colonizzatori, i muri ed il tappeto musivo saranno presto ricoperti, oltre ad essere soggetti al degrado meccanico e chimico dovuto ai fattori ambientali.

Per ovviare ad inconvenienti di questo tipo, per le strutture non facenti parte di un percorso di visita, il metodo di protezione più semplice ed economico è costituito dalla ricopertura con geotessuto bianco e sabbia, accompagnato da una periodica ed insostituibile sorveglianza da parte del personale tecnico.

Questa procedura potrebbe servire anche per i settori costituenti il percorso di visita ma, in questo caso, le strutture andrebber